BRUCIA L’ARIA – Omar Di Monopoli

Le storie di Omar Di Monopoli somigliano alle foto che pubblica sui social: campagne desolate, carcasse di auto arrugginite, strade sterrate, capannoni dismessi, lo scenario di un west che si snoda tra le province di Brindisi e di Taranto. 

In un posto sperduto del Salento, Torre Languorina – Nella realtà Torre Colimena, una frazione di Manduria – nell’estate del 1990 un incendio distrugge parte del litorale e la vita di un uomo molto conosciuto nella zona e dalla rispettabilità borderline: Livio Caraglia, di professione pompiere. È stato lui ad appiccare il fuoco? 

“Uno che aveva salvato vite, spento incendi, aiutato gente: come minchia fa uno così a diventare na carogna di quella fatta maniera?”. 
La storia riprende vent’anni dopo con i figli di Caraglia che devono fare i conti con un passato doloroso e un destino al quale è impossibile sfuggire.
Rocco, il più grande, ha già pagato i propri debiti con la giustizia, oggi lavora con le autobotti, una catarsi rispetto al fuoco e alla cenere che lo ha preceduto. Gaetano invece fatica ad uscire dal tunnel: scommesse clandestine, brutti giri, miseria, squallore, sangue. 

La vicenda crime si alterna a quella sentimentale di Rocco, ancora innamorato della sua ex Nunzia – oggi sposata con un metronotte geloso e sanguigno come tutti i personaggi del romanzo – che per una beffarda fatalità gli ricompare in casa per badare alla madre malata.

“Alla fine l’aggiu capito, che se non c’eri più non era perché ti avevano arrestato, Rocchì, ma perché a modo tuo te l’eri filata”.


“Brucia l’aria” – il titolo è stato cambiato in corsa all’ultimo momento, vero Omar? – è quello che si dice l’affresco di un mondo naif che resiste ai margini di un Sud d’Italia che non è distante dal Mississippi di Faulkner o dal Texas Orientale di Joe Lansdale. È la cifra di Di Monopoli, pugliese di origine ma americano nel cuore, che già nei libri precedenti, “Nella perfida terra di Dio” per esempio, aveva sperimentato certe coniugazioni, accenti ed atmosfere che risuonano familiari anche ad altre latitudini. 

Ma è la lingua a fare la differenza e che pone questo autore in uno spazio di rara bravura. L’italiano di Di Monopoli è un prodigio di contaminazioni, mescolanze dialettali, un lessico nuovo ed antico, moderno e barocco insieme, a metà tra il viganese di Camilleri e lo slang del Bonfiglio Liborio di Remo Rapino. Stordisce, diverte, commuove. 

Angelo Cennamo

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CROSSROADS – Jonathan Franzen

New Prospect, Chicago, Illinois. Mancano pochi giorni al Natale del 1971. Dal Vietnam giungono gli ultimi echi di guerra, Nixon a momenti sprofonderà nel Watergate, l’onda studentesca di Berkeley ormai ha invaso anche le ultime campagne del Midwest. 

Jonathan Franzen nel Midwest c’è nato, ed è lì che colloca le sue storie migliori. Dalle correzioni dei coniugi Lambert alle tentazioni della famiglia Hildebrandt sono trascorsi vent’anni. Due decenni che lo scrittore di Western Springs ha riempito con qualche saggio ambientalista e due altri romanzi: Libertà nel 2010 e Purity nel 2015.   


“Il cielo spezzato dalle querce e dagli olmi spogli di New Prospect era pieno di una promessa umida, un paio di sistemi frontali che colludevano grigi per offrire un bianco Natale…”. 


“Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine”. 

Il metereologismo dei due incipit, ne “Le correzioni” e in “Crossroads”, non è il solo punto di contatto tra i due libri, c’è dell’altro: come i Lambert anche gli Hildebrandt devono fare i conti con la devianza dal giusto e i sensi di colpa. Per gli Hildebrandt però la sfida è particolarmente onerosa, quasi invincibile. Sì, perché Russ Hildebrandt, il capofamiglia, non fa un lavoro qualsiasi: è il pastore di una chiesa locale a New Prospect.

Russ ha una moglie (Marion) e quattro figli: Perry, Clem, Becky e il piccolo Judson, quest’ultimo poco più che una comparsa nell’economia della storia. Sono le loro piccole vite, ai margini di un’America lontana dalle luci e dal progresso delle solite metropoli, a dare corpo – solido – a “Crossroads”, sesta opera di narrativa di Franzen, forse la più attesa negli ultimi anni della letteratura americana dopo l’inciampo di DeLillo ne “Il silenzio”.

“Crossroads” come “Cross road blues”, una vecchia canzone di Robert Johnson poi ripresa dai Crime. Ma Crossroads è anche il nome che si è dato il gruppo giovanile della chiesa di Russ, ora gestito dal reverendo Rick Ambrose, più bravo del suo collega, anche per ragioni anagrafiche, a dialogare e a farsi capire dagli studenti. Russ e Ambrose hanno stili diversi. Quello di Ambrose “psicologico e scafato”, quello di Russ “più politico e biblico”. Dal gruppo, del quale fanno parte anche i suoi figli – che smacco – Russ era stato addiruttura cacciato per via di quel brutto vizio di sbavare “inconsapevolmente” dietro le ragazzine. 

La crisi matrimoniale di Russ e Marion è una delle tracce del romanzo. Franzen ripercorre tutte le tappe di avvicinamento dei due coniugi, specialmente le precedenti delusioni – sessuali/amorose/procreative – di Marion, la sua follia, diagnosticata ma taciuta al marito dopo le nozze.
Tra Russ e Marion c’è uno spazio bianco di silenzi, incomprensioni, astinenze; questo spazio lo ha riempito Frances Cottrell, una giovane vedova che frequenta la parrocchia di Russ.
Frances è tra i personaggi più interessanti del libro; la sua leggerezza briosa è una continua provocazione per Russ. La vedova, nonché madre di Larry, amico di Perry Hildebrandt, non perde occasione per ritrovarsi a tu per tu con l’anziano reverendo. Lo stuzzica, gli propone perfino di sperimentare – loro due da soli – l’uso della marijuana per capire fino in fondo cosa sta accadendo ai loro figli, soprattutto a Perry, il più scapestrato della prole di Russ. Ha cominciato fumando erba, poi e passato a ben altro. Una curiosità. Seguite questo passaggio:
“Aveva il naso e la bocca così intorpiditi che il moccio gli colò fino al mento prima che se ne accorgesse. Se lo cacciò in bocca e assaporò l’eterna freschezza della sostanza di derivazione naturale in esso dissolta”.
Ora seguite questo:
“Fuori, nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi”.

Il secondo brano è l’incipit de “La scopa del sistema” di David Foster Wallace.


“Crossroads” è un romanzo lungo (629 pagine), corale, stratificato. Ognuno dei protagonisti ha il proprio romanzo dentro il romanzo. La storia di Clem, il figlio ribelle di Russ che vuole partire per il Vietnam per ragioni etiche sfidando il pacifismo degli Hildebrandt, si intreccia a quello di sua sorella Becky. Il legame tra Clem e Becky è morboso, malato.


I viaggi del gruppo di Crossroads in Arizona, tra i navajos – con Frances Cottrell alle calcagna di Russ – e quello di Clem in Cile, sulle Ande, sono il pretesto narrativo che consente a Franzen di allargare il campo ai temi dell’ambientalismo, una sua fissa come l’ornitologia. Sono le uniche “Zone disagio”, parlo per me almeno, di un libro che ha poche imperfezioni e moltissimi pregi.

“Crossroads” è lo specchio fedele di un’America puritana e rurale che ancora resiste in molte province non solo del Midwest. Un’America che non distingue tra peccato e reato, tra sesso e amore, tra giustizia e vendetta. La storia degli Hildebrandt, meravigliosamente tradotta da Silvia Pareschi, non finisce a pagina 629: “Crossroads” è solo il primo capitolo di una trilogia che, ne siamo sicuri, lascerà il segno. 

Angelo Cennamo

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LE COLLINE DELLA MORTE – Chris Offutt

“Ti servono gomme nuove, benzina o una Bibbia? Sono tutte cose che ti portano dove devi andare”. 
Se vi capitasse di partire per il Kentucky ricordatevi di mettere in valigia dei libri di Chris Offutt, vi saranno utili. 

Ad un anno esatto da “Il fratello buono”, romanzo uscito la prima volta negli Usa nel 1997, Offutt torna in libreria con “Le colline della morte”, edito come sempre da Minimum fax con la traduzione di Roberto Serrai. È un noir veloce con due tracce ben assestate: un’indagine su un omicidio, e il tradimento – sessuale, personale, tra clan.

Mick Hardin ha combattuto in Afghanistan, Siria, Iraq, oggi è un investigatore dell’esercito. Sua moglie, Peggy, aspetta un figlio da un altro uomo. 
Mick ha due questioni da risolvere: capire cosa ne sarà del suo matrimonio – lasciare Peggy? Perdonarla e fare da padre a un figlio non suo?; aiutare la sorella Linda, appena nominata sceriffo, a risolvere un delicato caso di omicidio.

Mick è sconvolto, se n’è andato a vivere in una capanna nei boschi come un altro uomo tradito della letteratura americana: Moses Herzog. Ma se il personaggio di Saul Bellow trova presto ristoro tra le braccia della focosa Ramona, il Mick di Offutt non ha tempo per trastullarsi con altre donne, in più rischia l’arresto per essersi allontanato dal suo dipartimento senza permesso. 

Il Mick investigatore è un osso duro, l’esperienza sui campi di guerra lo ha temprato contro ogni evenienza “Mick indagava come suo nonno viveva il bosco”, ma l’amore e la fedeltà coniugale sono un’altra cosa. Mick, Linda e Peggy, che compare solo nella seconda parte del romanzo, sono personaggi perfettamente riusciti, riusciti anche i dialoghi del libro, da sempre uno dei punti di forza dell’autore. Il resto lo fanno i luoghi. L’America di Offutt è un paese di boschi, strade sterrate, pick-up, Bibbie, bandiere, scoiattoli, orsi, serpenti velenosi, muli, uomini semplici ma vendicativi. Puoi togliere Offutt dal Kentucky ma non puoi togliere il Kentucky da Offutt.

Angelo Cennamo

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L’UOMO SENZA SONNO – Antonio Lanzetta

Esiste un tempo in cui le ombre del maligno si rincorrono in un gioco sottile e perverso di atrocità. Esistono luoghi diversi e uguali dove nascono storie che non puoi fare a meno di raccontare perché ogni uomo è uno scrigno di paure inconfessabili.  

A due anni da “Le colpe della notte” Antonio Lanzetta torna in libreria con un thriller inusuale e smarginato che coniuga l’horror e il gotico americano con il neorealismo italiano del Novecento. Nel villaggio globale del racconto il Cilento di Lanzetta non è diverso dal Kentucky di Offutt o dal Maine di Elizabeth Strout. 

“L’uomo senza sonno” è uno spettro di false convinzioni e di sospetti mai fugati in cui il reale e l’immaginifico si confondono. 

Bruno ha tredici anni e vive in un orfanotrofio, nel salernitano. Vorrebbe fuggire da quel luogo di soprusi e di continue violenze ma non saprebbe dove andare. L’arrivo dell’estate è una liberazione: lui e il suo amico Nino vengono presi a lavorare nella tenuta di una famiglia cilentana molto in vista: gli Aloia. È qui che la storia decolla in una spirale di misfatti che non sembrano avere una spiegazione plausibile. Vicino alla casa degli Aloia vengono ritrovati dei cadaveri in evidente stato di decomposizione. Cosa si nasconde dietro quella macabra scoperta? Lanzetta dice e non dice, semina sulla scena una serie di oggetti inquietanti: statue di legno, vecchie foto e un libro che è arrivato in casa Aloia da un passato lontanissimo. Distinguere il bene dal male è quasi impossibile: ogni personaggio rivela poco di sé, lasciando il lettore nel dubbio fino agli ultimi capitoli. Pia, Caterina, Gennaro, l’uomo col cappello – ricordate il Randall Flagg di Stephen king? – si muovono su un terreno minato dai ricordi e dalla sete di vendetta. Una furia misteriosa sta per abbattersi sul presente. Preparatevi al peggio. 

Angelo Cennamo

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DI CHI È LA COLPA – Alessandro Piperno

“Solo chi è nato in una zona sismica o alle falde di un vulcano attivo può farsi un’idea relativamente adeguata di cosa significa venire al mondo in una famiglia indebitata fino al collo”. 

A parlare è un ragazzino senza nome, figlio unico di una famiglia romana piccolo borghese, disfunzionale, litigiosa, che non ama avere gente in casa né accettare inviti altrui. La madre è un’insegnante di matematica, il padre un piazzista di elettrodomestici, professionalmente inetto e smisuratamente ottimista, capro espiatorio di un collasso finanziario che mina qualunque ipotesi di sopravvivenza. 

A cinque anni dal suo ultimo romanzo, Alessandro Piperno torna nel luogo a lui più congeniale, la famiglia, per raccontarci una storia di menzogne, di colpe e di imposture. Una storia lunga quanto la sua vita: inizia negli anni Settanta e prosegue fino a nostri giorni. 
Di questo nucleo familiare autarchico e male assortito sappiamo poco, è una famiglia reticente, che sembra avere rotto i ponti con chiunque. Fino a che quel passato tenuto nascosto non irrompe con una una brutalità non prevista e foriera delle “peggiori intenzioni”. Più o meno a metà del racconto scopriamo che la madre del ragazzino senza nome è ebrea e proviene da una famiglia dell’aristocrazia romana molto in vista. Ma il riavvicinamento insperato, anziché risollevare le sorti finanziarie degli indebitati, li farà sprofondare in una spirale tragica e paradossale.

Siamo alla prima traccia di questa Pastorale Italiana: l’identità. L’incontro del ragazzino con un cugino di sua madre segna un nuovo inizio. 

Gianni Sacerdoti è uno dei personaggi chiave della storia. Giurista di chiara fama, scapolo impenitente e amante della bella vita, Sacerdoti appartiene a quella schiera di ebrei secolarizzati nati dopo la guerra, per i quali il giudaismo “non era una cosa seria” ma “una coccarda da ostentare in società, un brand”. Sacerdoti seduce il ragazzino, lo introduce nel ramo ricco e blasonato della famiglia. L’iniziazione è graduale e non contempla ripensamenti. Cosa vuol dire essere ebrei nella Roma secolarizzata dell’ultimo scorcio del Novecento. E cosa vuol dire essere scrittori ebrei in un tempo che confligge con qualunque forma di ortodossia. È un tema ricorrente nella letteratura ebraica americana soprattutto, dalle opere di Isaac Bashevis Singer a quelle più  recenti di Jonathan Safran Foer. È raro imbattersi in un autore ebreo che si sottragga ad una simile vocazione, quella cioè di esplicitare il dilemma etico in questione. Non fa eccezione Alessandro Piperno, “l’uomo in bilico” tra Philip Roth e Saul Bellow per stile ma anche per molti degli argomenti affrontati nelle storie che lui racconta: la ferocia e il cinismo della vita borghese, lo strabismo religioso di certi personaggi incapaci di allinearsi ai precetti della torah. 
Il dualismo nel quale il giovane protagonista si ritroverà calato a seguito del dramma che colpirà i suoi genitori, dà il senso e la misura di questo richiamo. 
Cosa è accaduto al padre e alla madre del ragazzo senza nome? Chi è il colpevole dei fatti? Gianni Sacerdoti avrà l’autorevolezza, il potere, l’arroganza di imprimere agli eventi la direzione sbagliata. Ne seguirà una spirale di false convinzioni della quale il nipote ritrovato sarà sia vittima che carnefice. 
L’altra traccia del libro è l’impostura, ovvero il desiderio di essere qualcun altro. L’impostore vuole migliorarsi, è “l’immaginifico che rischia il tutto per tutto inventando passati implausubili e scommettendo su un avvenire di riscatti”. L’impostura è l’illusione, la gabbia dorata nella quale finirà per autorecludersi il giovane Sacerdoti, lo stravolgimento comprenderà anche il cambio del cognome. Ma verrà un tempo per ristabilire la verità, a caro prezzo, e risarcire i danni, nei limiti del possibile. Siamo alle battute finali, le pagine più introspettive e surreali di questo meraviglioso romanzo intitolato “Di chi è la colpa”. 

Angelo Cennamo

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L’11 SETTEMBRE VISTO DAL MIDWEST

Nell’ottobre del 2001 la rivista Rolling Stone pubblica un saggio di David Foster Wallace – nella versione italiana “La vista da casa della Sig.ra Thompson” contenuto nella raccolta “Considera l’aragosta” (Einaudi) – nel quale lo scrittore ripercorre le ore immediate all’11 Settembre nella cittadina di Bloomington, Illinois. A distanza di vent’anni da quelle giornate terribili, il racconto è ambientato tra l’11 e il 13 settembre, Telegraph Avenue pubblica un brano di quel reportage molto  dettagliato e toccante:  


《Martedì. Ci sono forse dieci giorni l’anno in cui qui il tempo è splendido, e oggi è uno di quelli. È limpido, la temperatura è giusta, l’aria è meravigliosamente asciutta dopo parecchie settimane di fila in cui sembrava di vivere sotto l’ascella di qualcuno. Manca pochissimo al vero e proprio inizio del raccolto, e il polline è al suo massimo splendore; una buona percentuale della città è strafatta di Benadryl, un medicinale che come probabilmente sapete tende a dare alle prime ore del mattino un che di trasognato e subacqueo. Quanto all’orologio, siamo un’ora indietro rispetto alla East Coast. Alle 8, chiunque abbia un lavoro è già al lavoro, e più o meno tutti gli altri sono a casa che bevono il caffè o si soffiano il naso o guardano “Today” o uno degli altri programmi del mattino che vanno in onda (manco a dirlo) da New York. Personalmente, io alle 8 ero sotto la doccia che cercavo di ascoltare un’autopsia dei Bears sulla Wscr, una radio sportiva di Chicago. La mia parrocchia si trova nella zona meridionale di Bloomington, vicino a dove abito. La maggior parte delle persone che conosco abbastanza bene da chiedergli se posso andare da loro a guardare la tv sono membri della mia parrocchia. Non è una di quelle parrocchie protestanti in cui la gente non fa che sproloquiare su Gesù o parlare della Fine dei Tempi, voglio dire che non è una comunità di fanatici o di sempliciotti, è abbastanza seria, e i membri della comunità finiscono per conoscersi bene e stringere salde amicizie. Per la maggior parte sono colletti blu o pensionati; c’è anche chi ha un piccolo negozio. Parecchi sono veterani o hanno figli arruolati nell’esercito o che, per lo più, fanno i riservisti da qualche parte, dato che per molte di queste famiglie quello è l’unico modo per pagarsi il college. La casa in cui finisco per mettermi a sedere con scaglie di shampoo secco nei capelli a guardare buona parte del vero e proprio Orrore nel suo svolgersi appartiene alla signora Thompson (4), che è una delle settantaquattrenni più in gamba del mondo ed è esattamente il tipo di persona che in caso di emergenza anche se trovi il telefono occupato sai che puoi semplicemente andare lì da lei.
La sua casa è a un paio di chilometri di distanza, di fronte a un parcheggio per caravan. Le strade non sono affollate ma neanche deserte come diventeranno più tardi. Quella della signora Thompson è una casetta immacolata a un solo piano che sulla West Coast chiamerebbero bungalow ma che nella zona meridionale di Bloomington chiamano semplicemente casa. La signora Thompson è un membro di lunga data della parrocchia e una delle figure di spicco della comunità, e il suo soggiorno tende a essere una sorta di punto d’incontro. È anche la mamma di uno dei miei migliori amici di Bloomington, F***, che ha combattuto nelle truppe d’assalto in Vietnam, è stato ferito al ginocchio e adesso lavora senza entusiasmo per una impresa edile che allestisce negozi in franchising della Victoria’s Secret nei centri commerciali. È nel bel mezzo di un divorzio (è una lunga storia) e vive con la signora T. mentre il tribunale decide a chi assegnare la sua casa. F*** è uno di quei veri veterani del fronte che non parla della guerra e non fa nemmeno parte dell’Associazione Veterani, ma a volte si incupisce in maniera molto profonda e il weekend del Giorno dei Caduti va sempre a campeggiare per conto suo senza dire niente a nessuno, e si capisce che si porta dentro la testa roba bella pesante. Come quasi tutti gli operai edili deve arrivare sul posto di lavoro molto presto, ed era già uscito da un pezzo quando sono arrivato a casa della madre, cioè subito dopo che il secondo aereo ha colpito la Torre Sud, quindi probabilmente alle 8.10 o giù di lì. A ripensarci, il primo segno di shock è stato il fatto che non ho suonato il campanello ma sono entrato direttamente, cosa che normalmente uno non farebbe mai. Grazie a certe conoscenze di suo figlio nell’ambiente, la signora T. ha un televisore Philips da 42 pollici a schermo piatto, su cui appare per un secondo Dan Rather in maniche di camicia con i capelli leggermente arruffati. (Sembra che la stragrande maggioranza degli abitanti di Bloomington preferisca i telegiornali della Cbs; il perché non mi è chiaro). Un buon numero di altre signore della parrocchia sono già qui, ma non so se ho salutato qualcuno perché mi ricordo che quando sono entrato tutti stavano fissando, paralizzati dall’orrore, uno dei pochi spezzoni di filmato che poi la Cbs non ha più ritrasmesso, cioè una ripresa da lontano, in grandangolo, della Torre Nord e della griglia d’acciaio sventrata dei suoi piani più alti in fiamme, e di certi puntini che si staccavano dal palazzo e scendevano lungo lo schermo in mezzo al fumo, che poi quella tipica zoomata a scatti rivelava essere uomini e donne veri, con indosso cappotti e cravatte e gonne, e scarpe che gli cadevano dai piedi mentre loro cadevano, alcuni che si aggrappavano da cornicioni o travi e poi si lasciavano andare, ribaltandosi o contorcendosi mentre cadevano, e una coppia che sembrava quasi (impossibile da verificare) abbracciarsi mentre veniva giù per tutti quei piani e si riduceva di nuovo a un paio di puntini quando la telecamera all’improvviso tornava al campo lungo — non ho idea di quanto durasse il filmato — dopodiché mi è sembrato che la bocca di Rather si muovesse per un attimo prima che ne uscisse un qualche suono, e tutte le persone nella stanza si sono appoggiate allo schienale delle poltrone e si sono guardate con espressioni che sembravano al tempo stesso infantili e orribilmente vecchie. Mi pare che una o due persone abbiano emesso qualche suono. Non è chiaro cos’altro c’è da dire. Sembra grottesco raccontare di essere rimasti traumatizzati da un filmato quando le persone dentro il filmato stavano morendo. C’era qualcosa, in quelle scarpe che cadevano giù pure loro, che rendeva il tutto anche peggiore. Penso che le signore più anziane l’abbiano presa meglio di me. Poi la tremenda bellezza del replay del filmato del secondo aereo che colpisce la torre, con il blu, l’argento, il nero e quello spettacolare arancione, mentre altri puntini mobili cadevano giù. La signora Thompson era sulla sua sedia, una sedia a dondolo con i cuscini a fiori. Nel soggiorno ci sono altre due sedie e un enorme divano di velluto che io e F*** abbiamo dovuto staccare la porta dai cardini per far entrare in casa. Tutti i posti a sedere erano occupati, il che significa che c’erano altre cinque o sei persone, per lo più donne, tutte oltre i cinquanta, e poi altre voci in cucina, una delle quali era molto sconvolta e apparteneva alla signora R***, psichicamente labile, che io non conosco molto bene ma si dice sia stata un tempo una bellezza di fama locale. Molte di queste persone sono vicini della signora T., alcuni ancora in vestaglia, e in diversi momenti qualcuno esce per tornare a casa e fare una telefonata e poi torna, o se ne va e basta (una signora più giovane è andata a portare via i bambini da scuola), altri arrivano. A un certo punto, più o meno mentre la Torre Sud stava crollando all’apparenza così perfettamente su se stessa — mi ricordo di aver pensato che stava cadendo un po’ con il movimento di una signora elegante che sviene, ma è stato Duane, il figlio della signora Bracero, un tipo di norma fondamentalmente inutile e fastidioso, a notare che quello a cui assomigliava davvero era se uno prendeva la ripresa di un decollo della Nasa e la faceva scorrere all’indietro, che adesso dopo aver rivisto la scena molte volte sembra effettivamente un paragone perfetto — c’erano almeno dieci persone in casa. In soggiorno non c’era molta luce perché d’estate tutti tengono le tende tirate (5). È normale non ricordarsi molto bene le cose, o comunque l’ordine delle cose, dopo soltanto un paio di giorni? So che a un certo punto, per un po’, si è sentito il rumore di qualcuno che falciava il prato, cosa che sembrava completamente assurda, ma non mi ricordo se qualcuno ha detto qualcosa. A tratti sembra che nessuno parli e a tratti sembra che parlino tutti insieme. C’è anche un sacco di attività telefonica. Nessuna di queste signore ha un cellulare (Duane ha un cercapersone, a che gli serva non è ben chiaro), quindi c’è solo il vecchio apparecchio della signora T. montato sulla parete della cucina. Non tutte le telefonate hanno un senso razionale. Sembra che un effetto collaterale dell’Orrore sia un irresistibile desiderio di chiamare tutte le persone a cui si vuole bene. Fin dal primo momento è stato appurato che era impossibile prendere la linea con New York; il prefisso 212 produce solo un bizzarro suono stridulo. La gente continua a chiedere il permesso alla signora T. finché lei non gli dice di piantarla e per amor del cielo usare il telefono punto e basta. Alcune signore contattano i mariti, che a quanto pare sono tutti radunati intorno a una tv o a una radio sui loro posti di lavoro; per un po’ i capi sono troppo sconvolti per pensare di mandare la gente a casa. La signora T. ha messo a fare il caffè, ma un altro indice della Crisi è che se uno ne vuole deve andarselo a prendere — in genere invece il caffè praticamente salta fuori dal nulla. Dalla porta della cucina mi ricordo di aver visto cadere la seconda torre e di non aver capito bene se era un replay del crollo della prima. Un’altra conseguenza della febbre da fieno è che non si può mai essere totalmente sicuri se una persona sta piangendo o meno, ma durante le due ore di Orrore in diretta, con servizi extra sull’aereo caduto in Pennsylvania e su Bush scortato in fretta e furia in un bunker segreto dell’Aeronautica e un’autobomba esplosa a Chicago (quest’ultima notizia poi smentita), praticamente tutti piangiamo o non piangiamo a seconda delle nostre capacità in tal senso. La signora Thompson parla quasi meno di tutti. Non mi pare che pianga, ma non si dondola sulla sedia come suo solito. La morte del primo marito è stata improvvisa e orribile, e so che a volte durante la guerra F*** era sul campo e lei non ne aveva notizie per settimane di fila e non aveva neppure idea se fosse vivo o morto. Il principale contributo di Duane Bracero è di continuare a ripetere quanto sembra un film. Duane, che ha almeno venticinque anni ma vive ancora coi suoi mentre a quanto dice studia per diventare saldatore, è uno di quelli che portano sempre magliette mimetiche e anfibi da paracadutista ma che non si sognerebbero neanche lontanamente di arruolarsi per davvero (come, per essere onesti, non me lo sognerei io). E non si è nemmeno tolto il berretto entrando in casa della signora Thompson. È sempre importante avere almeno una persona da odiare》.

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VINCE PASTORALE AMERICANA

Sedici libri di ogni genere (Furore, Il mondo secondo Garp, Il grande Gatsby, Amatissima, Il giovane Holden, Pastorale Americana, Il buio oltre la siepe, Revolutionary road, Le correzioni, Infinite jest, It, American tabloid, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, Le avventure di Augie March, le quadrilogie di John Updike e di Richard Ford). Underworld di DeLillo, il mio “Grande Romanzo del Cuore”, non so perché ho voluto tenerlo fuori dal sondaggio – il sondaggio è stato lanciato ieri su Twitter.

Al termine delle 24 ore consentite dalla piattaforma per esprimere il voto su quella che era risultata la griglia finale (Furore, Il grande Gatsby, Il giovane Holden e Pastorale Americana) l’ha spuntata il capolavoro di Philip Roth. Di misura, va detto – appena cinque punti di differenza – su Furore di John Steinbeck. Staccati al terzo e quarto posto: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e Il giovane Holden di Salinger. 

Il risultato non sorprende più di tanto, anche perché, al di là del valore oggettivo del romanzo e del suo magnifico autore, negli ultimi anni Pastorale ha goduto di una maggiore popolarità/visibilità rispetto agli altri finalisti, almeno sui social. Complice Telegraph Avenue? Può darsi. Ad ogni modo, come ho già spiegato ai lettori e amici di Twitter che hanno partecipato a questo gioco – non è altro che un gioco – sul mio podio virtuale, con Underworld avrei fatto salire volentieri le quadrilogie di Coniglio Angstrom e di Frank Bascombe. Ma va bene così.

Un’ultima curiosità: nel corso della selezione precedente, Pastorale Americana aveva letteralmente stracciato Le avventure di Augie March. Ebbene, di quel libro Philip Roth una volta disse: “È inutile pensare di scriverlo, il Grande Romanzo Americano esiste già, lo ha scritto Saul Bellow: è Le avventure di Augie March”. Sic transit.    

Angelo Cennamo

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ELEGIE ALLA PATRIA – Ayad Akhtar

Il Vietnam, l’assassinio di JFK e l’attentato alle Torri Gemelle sono gli eventi che hanno scosso di più l’America nella storia moderna. Dopo l’11 settembre le vite dei musulmani americani sono cambiate per sempre. Ayad Akhtar, scrittore e drammaturgo dal nome egiziano, di genitori pakistani ma nato e cresciuto nel Wisconsin è un testimone diretto di questo mutamento. Quasi dieci anni dopo la tragedia del World Trade Center, nel 2013, Akhtar si aggiudicò il Pulitzer con un dramma in cui uno dei personaggi gioisce per l’abbattimento delle Torri. L’argomento ritorna con “Elegie alla patria”, romanzo memoir nel quale si racconta il disagio di un americano che inizia a dubitare nei valori con i quali è cresciuto. Come un forestiero in patria, partendo dall’attentato di New York, Akhtar prova a smontare l’immagine della nazione inclusiva e generosa nella quale si è affermato prima suo padre, immigrato dal Pakistan, noto cardiologo dalle alterne fortune, poi lui stesso, autore che ha costruito il proprio successo sull’anticapitalismo e sul falso mito del sogno “A quel punto la mia decisione era presa: avrei smesso di fingere che mi sentivo americano”. 

“Elegie alla patria” è sopratutto questo: la storia di un padre e di un figlio che si contrappongono sull’idea dell’America. Lo scontro, spassossissimo, sull’ascesa di Donald Trump, vent’anni prima tra i pazienti del dott. Akhtar, riproduce in termini più composti e civili il conflitto dei Levov di “Pastorale Americana”, titolo al quale “Elegie alla patria” sembra fare il verso.

Nella letteratura di Akhtar l’Islam è ciò che rappresenta la religione ebraica nei libri dei fratelli Singer e di Philip Roth. 
L’identità, religiosa e politica, è dunque l’altro tema centrale del racconto. Akhtar figlio, pur non essendo un frequentatore di moschee, fatica a conciliare il dogmatismo etico che ispira ogni sua decisione col materialismo del paese nel quale è nato e vissuto. Akhtar padre, invece, è uno spregiudicato arrampicatore sociale e in quel mercantilismo esasperato si sente a proprio agio.

Tutto il romanzo è solcato dal doppio binario percettivo del vizio e della virtù, della fedeltà e della trasgressione, del sacro e del profano, della cultura di sinistra e di quella di destra; un alternarsi di vicende pubbliche e private che ci raccontano un’America diversa e poco conosciuta.

Angelo Cennamo

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DICE ANGELICA – Vittorio Macioce

Mentre scrivo queste poche righe si è appena concluso Il Festival delle Storie che si tiene ogni anno, negli ultimi giorni di agosto, nella valle di Comino, luogo magico sul confine tra Lazio, Abruzzo e Campania, dove gente di mezza Europa si ritrova per parlare di libri, musica, cinema, attualità e molto altro. L’organizzatore di questa kermesse è Vittorio Macioce, fine intellettuale, una delle penne migliori e tra le più originali del giornalismo culturale.

In questi stessi giorni Macioce ha pubblicato “Dice Angelica” – Salani editore; è il suo esordio nella narrativa, un romanzo che sfugge a qualunque classificazione nel quale l’autore dà voce nientemeno che alla principessa del Catai di ariostana memoria. “Dice Angelica” è la versione di Angelica, l’altra campana, quella che non abbiamo mai ascoltato o studiato al liceo. La bella principessa tutti la cercano, tutti la bramano, per poi additarla, bestemmiarla, metterla al bando come una rovinafamiglie “vizio e veleno”, ma siamo sicuri che a lei piaccia essere nelle mire di guerrieri e paladini? Vittorio Macioce ricostruisce la vicenda scardinando convinzioni e indagando a fondo nei pensieri e nei sentimenti della giovane protagonista, desiderata e amata eppure vittima di ogni maldicenza. 

Ed eccola allora Angelica “pellegrina tra i pellegrini…sospesa tra le linee del tempo”, condannata a “scontare l’eternità”, coinvolta in una guerra che neppure le appartiene, lei venuta da un Oriente indefinito e pagano. “La verità mi renderà libera, ma solo quando avrà finito con me”, le fa dire l’autore, rubando la frase ad uno scrittore americano del XXI secolo: David Foster Wallace.
Il romanzo di Macioce è denso di storie e di leggende, di viaggi e incantesimi, di duelli, di amori veri e non corrisposti. 
Macioce non rivisita, riscrive, dando vita a una nuova forma a metà tra poesia e saggistica. “Dice Angelica” è una fiaba antica e moderna, una girandola di voci e stili che lascia il lettore senza fiato e che arricchisce il panorama letterario di un’opera unica, forse irripetibile. 

Angelo Cennamo

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SORELLE – Daisy Johnson

Due parole su questo romanzo breve – 198 pagine – di Daisy Johnson, giovane autrice inglese, la più giovane scrittrice mai entrata nella rosa dei finalisti del Man Booker Prize – è accaduto nel 2019 con la sua opera prima intitolata “Nel profondo”.

A due anni di distanza, Daisy Johnson ci riprova con una storia dalle sfumature gotiche che al Guardian ha ricordato certe trame di Shirley Jackson e di Stephen King.

Senza per forza scomodare la Jackson e il suo figlioccio King, inarrivabili per chiunque, “Sorelle” – edito in Italia da Fazi con la traduzione di Stefano Tummolini – è indubbiamente un libro in cui non mancano sussulti e gesti tecnici apprezzabili, attraversato da una tensione costante che evoca o, se preferite, riproduce stili e atmosfere della narrativa appena citata. 

Le “Sorelle” di Daisy Johnson sono Luglio e Settembre, due adolescenti di Oxford, senza amici “bastiamo a noi stesse”, che vivono una strana simbiosi, un legame viscerale che verrà chiarito solo a trenta pagine dalla fine con un colpo di teatro che fa impennare l’asticella del romanzo, fino a quel momento poco sopra la sufficienza. Da Oxford, le due sorelle si trasferiscono con la madre – scrittrice depressa con un ex marito morto annegato nella piscina di un hotel – in una nuova casa, “spiaggiata lungo le North York Moors, appena fuori dal mare”. Le ragioni del trasferimento sono legate ad un antefatto che emergerà più o meno a metà libro. La casa sul mare, quella sì, possiede la magia dei luoghi kinghiani (“Duma Key” e altro), non solo ma è il corollario perfetto delle dinamiche familiari raccontate dalla Johnson: corpo nei corpi, incastro necessario tra passato e presente, rappresentazione materiale del dolore. Qui l’incontro tra le due sorelle e un ragazzo del posto farà improvvisamente deviare il corso della storia, ribaltando ogni convinzione e costringendo Luglio ad una imprevedibile catarsi. 

Angelo Cennamo

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