LA SIGNORA DEL MARTEDÌ – Massimo Carlotto

 

La signora del martedì - Massimo Carlotto

 

Al centro delle storie di Carlotto c’è sempre una fuga: dagli altri, da sé, da un passato ingombrante. La signora del martedì, romanzo dal titolo frutterolucentiniano, è un giallo classico, fuori dal tempo, con soli tre protagonisti. Vediamoli. Bonamente Fanzago, detto Zagor, è un attore porno sul viale del tramonto. Da nove lunghi anni, in un alberghetto di provincia, ogni martedì, dalle quindici alle sedici, riceve una donna senza nome. Bonamente è un quarantenne fragile, costretto da un ictus ad una vita prudente e senza speranza. Lei, la donna, per almeno cento pagine è avvolta in un mistero fittissimo. Cinica, determinata, amante dell’alcol oltre che del sesso, la cliente di Zagor non si lascia ammansire neppure dall’amore che lui le dichiara dopo sette anni di incontri. L’altro è Alfredo Guastini, proprietario e gestore della pensione Lisbona, un vecchio travestito che ha preso a cuore la sorte dell’attore gigolò al punto di intrufolarsi rischiosamente nella sua vita privata. La prima parte del racconto scorre sul crinale della passione, la mente va a La camera azzurra di Simenon, a quelle atmosfere di erotica malinconia: ambienti chiusi, tinte pastello, silenzi di complicità. Nella seconda parte inizia il romanzo giallo. Ad innescarlo è un incidente apparentemente casuale, un eccesso di zelo. Tutto allora precipita in una spirale grottesca e senza fine. Le vite dei tre protagonisti si avvicinano, si intersecano l’una all’altra, le identità prendono nuove dinamiche, si gettano le maschere e si recita a volto scoperto. Sì, ma a quale prezzo? Carlotto alimenta la sua storia come con un falò, getta nuova legna, il fuoco divampa. Scava nel passato dei tre, scandaglia, resetta, seziona. Bonamente è un uomo sull’orlo dell’abisso, schiacciato dalla malattia e dalla passione. Alfredo è sopraffatto dai ricordi e da un complicato tentativo di redenzione. La donna non più misteriosa si prende la scena, la domina in lungo e in largo. Il finale è un crescendo di tattica, suggestioni, catarsi. Gran romanzo.

Angelo Cennamo

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TRANSITI – Rachel Cusk

 

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Resoconto, Transiti, Onori. La chiamano “trilogia dell’ascolto”. L’autrice, Rachel Cusk, vive a Londra ma è di origini canadesi. Ho letto Transiti incuriosito dal successo planetario e dalla classifica di qualità stilata da una nota rivista letteraria italiana che lo ha collocato sul podio dei migliori libri del 2019. A cosa sia dovuto tanto clamore non me lo spiego. Anzi, credo di aver letto pochi romanzi, negli ultimi anni, più noiosi e dispersivi di Transiti. La storia, stando alla sinossi sulla quarta di copertina – quella sì che merita attenzione – vede come protagonista una scrittrice, mai nominata, che a seguito della fine del suo matrimonio si trasferisce a Londra. È la Cusk? La casa dove va ad abitare richiede una radicale ristrutturazione: porte, infissi, pareti, pavimenti. La trasformazionedell’appartamento, il work in progress, diventa la metafora di una catarsi, del cambiamento in atto nella vita della donna. Le duecento pagine del romanzo sono un susseguirsi noioso di numerosi incontri. La scrittrice senza nome dialoga con mille altri personaggi: una sua vecchia fiamma, muratori, parrucchieri, agenti immobiliari. Ne ascolta le storie, le confronta, in una quotidianità senza sussulti e fuori dal tempo. Di romanzi o di racconti senza trama ne abbiamo letti tanti, ma non tutti gli autori sono in condizione di ambire al vuoto apparente e disarticolato di certe narrazioni. Di Rachel Cusk si è detto che avrebbe rivoluzionato la narrativa contemporanea. La mia sensazione è che la Cusk sappia scrivere molto bene, questo glielo riconosco, ma non abbia un granché da dire.

Angelo Cennamo

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I FATTI – Philip Roth

 

I Fatti - Philip Roth

 

“Caro Zuckerman, in passato, come sai, i fatti sono sempre stati brevi appunti su un taccuino, il mio modo di scattare dalla realtà alla fantasia”.

Uno scrittore può davvero separare la verità dalla finzione? Esiste un confine riconoscibile tra reale e immaginario? E’ questo il tema de I fatti, romanzo del 1988, tra i meno conosciuti di Philip Roth ma il più rappresentativo, forse, della sua identità letteraria. Una fiction travestita da autobiografia o un’autobiografia spacciata per fiction, se preferite. Un libro di cui non c’è l’esigenza, nessuno ha chiesto un’autobiografia di Roth. Gli scrittori non dovrebbero restare nell’ombra? Il fatto è che “superata la cinquantina, si sente il bisogno di trovare dei modi per rendersi visibili a se stessi”. Il gioco di specchi questa volta Roth lo conduce a carte scoperte. Il racconto si compone di due parti; nella prima lo scrittore vero invia un manoscritto al suo alter ego Zuckerman, la sua “Controvita” (se non  avete letto buona parte dei romanzi precedenti evitate di leggere questo). Roth è stanco di doversi mascherare, di travestirsi: basta menzogne, è ora di finirla di prendere in giro i lettori. Gli studi, i primi racconti, gli amori. La storia turbolenta con Josie si sovrappone a quella di Maureen Johnson, la protagonista de La mia vita di uomo “La descrizione ne La mia vita di uomo di come Maureen Johnson inganna Peter Tarnopol facendogli credere che è incinta corrisponde quasi esattamente al modo in cui io venni gabbato da Josie nel febbraio del 1959″. Come la sua controfigura, Josie si fa sposare da Philip mettendo in scena una falsa gravidanza. Come poteva un romanziere resistere a una donna così creativa? Chiede lo scrittore vero a quello fantasma. Roth si nutre delle sue sconfitte, le traduce in fiction e le offre al suo pubblico. Tutto si confonde, niente va preso alla lettera, mai credere fino in fondo a quel furbacchione di Newark. La risposta di Zucckerman arriva a pagina 168 “Nella fiction puoi essere molto più sincero senza doverti continuamente preoccupare di fare del male a qualcuno”. La verità è che non sai raccontare la verità, caro Philip, e prima che il tuo fantasma esca di scena ne passerà di tempo.

Angelo Cennamo

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Telegraph Avenue e Associazione Porto delle Nebbie insieme per una serata evento dedicata a David Foster Wallace. 20.02.2020. Ore 18.00. Feltrinelli di Salerno. Ingresso libero.

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CASA DI FOGLIE – Mark Z. Danielewski

 

Casa di foglie - Mark Z. Danielewski

Di Mark Z. Danielewski – scrittore newyorchese, classe 1966 – in Italia se n’è sentito parlare la prima volta nel 2005, quando nelle nostre librerie fece una breve apparizione il suo romanzo d’esordio, opera mastodontica in ogni senso – quante pagine sono? – bizzarra, indefinibile, uscita negli Usa cinque anni prima e divenuta oggetto di culto tra lettori, librai, scrittori, addetti ai lavori. Casa di foglie, questo il titolo, si inserisce nel cosiddetto filone della letteratura ergodica, vale a dire quella letteratura da vedere oltre che da leggere per la sua stravagante rappresentazione grafica: pagine vuote, altre occupate da una sola parola, altre ancora fittissime, divise in colonne, scritte alla rovescia e con caratteri diseguali. E’ evidentemente un libro ostico, che richiede un maggiore sforzo di concentrazione. In questo senso l’incipit suona come un monito “Questo non è per te”. E poi ancora “Se siete fortunati vi stancherete di questo libro…lo definirete inutilmente complicato, ostinatamente ottuso, prolisso, assurdamente concepito…”. Parole che vogliono sembrare dissuasive ma che alla vista di certi lettori si trasformano in un richiamo intrigante, quasi ineludibile. Di cosa parla Casa di foglie? La storia ruota intorno al ritrovamento di un misterioso manoscritto attribuito ad un tale Zampanò. Il testo a sua volta racconta le vicende, filmate, di una famiglia che va ad abitare in un casa molto particolare: le sue dimensioni esterne non coincidono con quelle interne “uno stupro delle leggi della fisica”. La trama centrale, ce ne sono diverse, concentriche, con mille divagazioni e spunti metanarrativi, si sviluppa attraverso la lunga, estenuante, esplorazione dell’abitazione, dei suoi corridoi bui e infiniti, in continua trasformazione, con stanze che scompaiono e ricompaiono all’improvviso. La percezione dello spazio e lo spazio percepito, è questo il senso del racconto, sempreché ce ne sia uno. L’esplorazione diventa allora una spedizione verso l’ignoto, una specie di viaggio dantesco, spaventoso, tragico. Il Moby Dick del genere horror, così una volta Stephen King definì questo romanzo, che per la sua forma estrema di avanguardismo ricorda certe opere di Pynchon, Foster Wallace, Vollmann. Perché si scrivono libri così, verrebbe da chiedersi. Per intrattenere? Per appagare palati forti o stupire? Per esibire il proprio talento? Io penso che si scrivano semplicemente per spingere la letteratura oltre lo steccato dell’abitudine, per offrire ai lettori una nuova grammatica, una diversa codificazione. Danielewski c’è riuscito benissimo.

Angelo Cennamo

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GIOCATORI – Don DeLillo

 

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Di certi autori si dice che scrivano sempre lo stesso libro. Ricordate Moravia? Che i protagonisti dei romanzi di Don DeLillo, tutti, siano vinti da un profondo senso di impotenza, disincanto, ineluttabilità, e che nelle sue trame si aggiri sempre lo spettro della morte, è un dato “la morte è un’esperienza religiosa. Ma anche un fatto tecnico”, si legge in uno dei dialoghi più interessanti di Giocatori, romanzo del 1977, che fa da corollario ad altre narrazioni newyorchesi come Americana e Cosmopolis. Lyle, agente di cambio, e sua moglie Pammy sembrano una coppia felice, appagata “Che tra loro ci fosse un accordo era indubbio. Slealtà e desiderio. Non era necessario distinguerli. Il corpo di lui, quello di lei. Sesso, amore, monotonia, disprezzo”. Eppure i due sono annoiati dal lavoro e dalla vita coniugale. Pammy trascorre le sue giornate in un World Trade Center non ancora sfregiato dal fondamentalismo islamico, ma il terrorismo, più in generale l’idea dell’apocalisse, in questa storia ha un ruolo dominante. Pammy chiama gli ascensori delle Torri Gemelle “posti”; ogni parola ha un peso specifico e obbedisce ad un’estetica che nelle opere di DeLillo è necessaria quanto lo svolgimento del racconto. DeLillo è uno scrittore difficile, gelido, non genera empatia, ma il vigore della sua prosa minimal, i riflessi filosofici delle sue storie formano un’alchimia esplosiva, intrigante. A pagina 80 il romanzo decolla definitivamente così come i destini differenti di Lyle e Pammy. Lui avvia una relazione con una segretaria misteriosa, un personaggio ambiguo legato ad una cellula terroristica; lei parte per il Maine con una coppia di omosessuali e diventa l’amante di uno dei due. Le trame si sdoppiano arricchendosi di segreti e nuovi motivi di tensione. Giocatori non è tra i romanzi migliori di DeLillo – alcune parti possono risultare eccessivamente piatte, il postmodernismo spesso deamplifica emozioni, slanci – ma è pur sempre un libro di DeLillo, ultimo gigante con McCarthy, Stephen King e Richard Ford, di una letteratura rimasta orfana di Philip Roth.

Angelo Cennamo

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EHI TU, BABY! – Mark Leyner

 

Ehi tu, baby! - Mark Leyner

 

Mark Leyner se la passa benone. Ha appena pubblicato un best-seller, sua moglie si è beccata trentacinquemila dollari per un tetto che le è crollato sulla testa mentre guardava gli Oscar, e ha un cane di nome Carmella. Ho scoperto l’esistenza di Leyner rileggendo una vecchia intervista a David Foster Wallace. Wallace lo indicava tra gli autori più innovativi della sua generazione, insieme a Rick Moody, George Saunders e William T. Vollmann. Fernando Pivano sulla quarta di copertina scrive addirittura che è tra i maggiori scrittori degli anni Novanta. Resta il fatto che in Italia, di Leyner, si parla pochissimo, anzi, non se ne parla affatto. Il suo romanzo più conosciuto è “Mio cugino, il mio gastroenterologo”, libro introvabile. Non è stato semplice neppure procurarsi questo “Ehi tu, baby!”, altra opera folle, senza trama, inclassificabile, dirompente, scritta in prima persona – la voce narrante è lo stesso Leyner – e densa di divagazioni surreali, aneddoti, riflessioni: un vero delirio che ci riporta, questa almeno è stata la mia impressione leggendolo, a quella serie cinematografica degli anni Ottanta che ebbe come protagonista Leslie Nielsen: Una pallottola spuntata; stesso umorismo demenziale, stessa genialità. “Ehi tu, baby!” uscì negli Stati Uniti nel 1992, sette anni prima che Wallace pubblicasse “Brevi interviste con uomini schifosi”, la raccolta di racconti seguita al grande successo di “Infinite Jest” che con questo libro sembra formare un dittico impareggiabile per fine avanguardismo e comicità. Il dialogo, a metà romanzo, tra l’onanista compulsivo Todd e il dott. Williams è una via di mezzo tra la seduta psicanalitica di Alexander Portnoy di Philip Roth e la vertiginosa repellenza di certe conversazioni contenute proprio nei racconti di Wallace. Cos’altro dire: leggete Leyner e abbandonatevi al suo flusso di parole esilaranti.

Angelo Cennamo

 

 

 

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