BAD CHILI – Joe R. Lansdale

Hap, finito in ospedale per il morso di uno scoiattolo impazzito, si innamora di Brett Sawyer, un’infermiera con due gambe mozzafiato e un passato da dimenticare. Leonard potrebbe essere implicato nell’omicidio di Cazzo-di-Cavallo, il biker con il quale il suo compagno Raul lo ha tradito. A proposito, dov’è finito Leonard Pine? Resta infine da capire la posizione di King Arthur, il re del chili, in una serie di traffici più o meno illeciti. Questo e molto altro in “Bad Chili”, romanzo del 1997 che Einaudi ripropone in questi giorni con una nuova cover, disegnata e colorata come un fumetto. Siamo nel Texas orientale – e dove se no? – nel favoloso mondo di Hap & Leonard, la più stravagante coppia di detective della letteratura americana, uscita dalla penna di quel funambolo di Joe R. Lansdale. Le indagini di Hap & Leonard si somigliano tutte, non vuol essere una critica: c’è sempre un tizio che scompare e da ricercare; una banda di criminali razzisti pronti a mettersi di traverso; animali con sembianze e comportamenti umani; donne – pezzi di fica, per usare il lessico di Lansdale – che fanno perdere la testa a chiunque, specialmente ad Hap; sceriffi pittoreschi dalla lingua più veloce della colt; inseguimenti a tutto spiano tra scazzottate e battute fulminanti. Eppure questa ripetizione di schemi e di costrutti, ormai collaudatissima, non smette di richiamare milioni di lettori in tutto il mondo. Hap & Leonard ci divertono alla stregua dei Supereroi della Marvel, come Tex Willer, i film di Bud Spencer e Terence Hill – quello è il contesto al quale attinge Lansdale. Diversamente fumetti di una narrativa che affronta sì temi seri, ma con leggerezza, divertimento, volgarità e, perché no, poesia.

Angelo Cennamo

Standard

ESTINZIONE – Thomas Bernhard

Un resoconto su Wolfsegg. Un resoconto che estingua Wolfsegg e il suo ricordo; questo è “Estinzione”, l’ultimo romanzo, il testamento di Thomas Bernhard, autore austriaco che ha cavalcato il Novecento seminandolo di opere superbe e di indubbio valore come “Perturbamento”, “Antichi maestri”, “Il soccombente”, “Camminare”, in Italia tutte edite da Adelphi.
Franz Josef Murau, più che un intellettuale austriaco, è un uomo gettato nel mondo, come scrive Pietro Citati sulla quarta di copertina. Il suo allievo, coprotagonista del libro ma silente, invisibile per tutte le sue 493 pagine, è il giovane Gambetti. A Gambetti Murau insegna letteratura tedesca, o per meglio dire: letteratura di lingua tedesca. La lingua, eccolo dunque il primo spunto di questa lunghissima dissertazione sul piccolo mondo antico di Wolfsegg, roccaforte dell’ottusità di una nazione ottusa: l’Austria. Il tedesco è una lingua faticosa, poco musicale, che svilisce il pensiero e la bellezza di ciò che esprime, concetto sul quale Bernhard ritorna spesso. Il romanzo, dalla struttura anomala – un flusso di coscienza ininterrotto, senza paragrafi né capitoli, solo due parti intitolate: Il telegramma, la prima, Il testamento la seconda – comincia con la notizia della morte dei genitori e del fratello maggiore della voce narrante a seguito di un incidente stradale. Una simile notizia farebbe rabbrividire chiunque ma non il quarantottenne Murau, oggi trasferitosi a Piazza della Minerva, Roma. È qui che il nostro intellettuale ha trovato casa, è qui che Murau ha messo nuove radici dopo essere scappato da una famiglia di persone squallide, grette, odiose, che hanno provato in ogni modo a soffocare le sue ambizioni, la sua sete di conoscenza per trattenerlo nel feudo nativo  “La domanda se avessi amato i miei genitori e mio fratello, che avevo subito respinto con la parola naturalmente, rimase non solo nella sostanza, ma anche di fatto senza risposta”. Murau è un uomo segnato da una giovinezza infelice; il suo sfogo incessante, doloroso, mi ha ricordato il vomito, la logorrea di Giuseppe Berto ne “Il male oscuro”, la biografia vera o verosimile che lo scrittore veneto scrisse in poco meno di un mese nell’improvvisato eremo di Tropea per dare voce alla sue ossessioni. Murau ne ha per tutti: la madre – scaltra, anaffettiva, superficiale; amante più o meno segreta dell’arcivescovo Spadolini; il padre – uomo buono ma succubo della moglie; le sorelle Amalia e Caecilia – acide, bigotte, stupide; il fratello Johannes, il figlio prediletto, il primogenito; lo zio Georg, colto, raffinato, l’unico a salvarsi in quella setta di primitivi occupati unicamente ad amministrare denaro e bestiame. Ma “Estinzione” è anche una riflessione più in generale sulla vita pubblica e la storia europea alla quale si intrecciano le vicende familiari di Murau. Wolfsegg diventa allora lo spaccato di un’Austria refrattaria alla modernità e al progresso, affascinata dal nazionalsocialismo e plasmata dall’ortodossia cattolica. La fuga, prima di zio Georg, poi del figlio eretico; il ritorno in occasione del funerale dei parenti. Raccontare per ricordare. Ricordare per annientare. Capolavoro. 

Angelo Cennamo

Standard

QUESTA TEMPESTA – James Ellroy

“L’America non è mai stata innocente” ha scritto James Ellroy nell’incipit di “American tabloid”, uno dei suoi tre libri migliori (gli altri due sono L.A. Confidential e “Dalia Nera”). “Questa tempesta” – secondo volume della seconda quadrilogia di Los Angeles, iniziata con “Perfidia” – si apre, pensate, con una citazione di Benito Mussolini: Solo il sangue muove le leve della storia. Già, la storia, il propellente di tutte le narrazioni di Ellroy: trentun’anni di storia americana, dal 1941 (Perfidia) al 1972 (Il sangue è randagio), reinventati in chiave noir. Ellroy fa questo; mescola il pubblico al privato e riscrive la storia moderna tra falsi aneddoti e fatti realmente accaduti. Il Dostoevskij americano, dice di lui Joyce Carol Oates. Definizione perfetta, che rende quasi superflua ogni altra argomentazione o approfondimento. “Questa tempesta”, titolo ispirato da un verso di William Auden “Questa tempesta, questo disastro devastante”, riassume anche la vita di un personaggio del romanzo: Joan Conville, una delle migliori creature uscite dalla penna di Ellroy “Era una donna determinata a conquistare un mondo di uomini”. Di lei vi innamorerete fin dalle prime battute. Joan è una stangona di un metro e ottanta di altezza, dai capelli rosso fuoco. Nella prima parte del racconto, da ufficiale di marina, investe, ubriaca alla guida, quattro messicani, uccidendoli. Nessuna condanna per lei, ma una nuova vita come biologa forense in un laboratorio della polizia. Per fare cosa? Il romanzo di oltre ottocento pagine contiene più di una trama; il fulcro della vicenda però ruota intorno al ritrovamento del cadavere di un uomo assassinato dieci anni prima. Siamo in California, nel 1942. Gli Usa stanno per entrare in guerra e nella baia di San Francisco accade di tutto. Tenete presente che se non avete letto “Perfidia”, il prequel di questo libro – già complicato di per sé per la miriade di protagonisti che entrano ed escono dalla storia e per i mille fatti e intrecci criminali –  le difficoltà di lettura si raddoppiano. Come molti altri romanzi di Ellroy, “Questa tempesta” va letto senza tante pretese: impossibile cioè cogliere ogni sfumatura o dettaglio, meglio farsi trasportare dal vortice delle parole, dalle frasi brevi e incalzanti, e godersi l’affresco di un’America allo sbando, popolata di poliziotti corrotti, rapinatori, schiavisti e amanti insaziabili “L’America non è mai stata innocente”. È un romanzo caotico, a tratti eccessivamente prolisso e oscuro; leggerlo non è stata una passeggiata neppure per un appassionato e rodato americanista come il sottoscritto. Ellroy ha pubblicato di meglio? Probabilmente sì, ma navigare – a vista – tra queste pagine tempestose senza rimanere invischiati nei marosi della sua prosa vertiginosa, è una esperienza rigenerante. Non so come evolverà la missione letteraria che Ellroy si è scelto o autoimposto per ricostruire il passato segreto della sua nazione. Lo schema è logoro? Lo diranno i lettori. Quello che so è che Ellroy, nel bene e nel male, continua a tenere alta l’asticella di una letteratura – Usa – che negli ultimi anni non sembra all’altezza dei suoi tempi migliori.

Angelo Cennamo

Standard

IL CACCIATORE DI ANIME – Romano De Marco

In un paesino vicino Pisa, Peccioli, viene strangolata la giovane guardiana di un museo. La sua morte ha qualcosa di  artistico: la postura del corpo ricorda il cadavere di un’altra donna vissuta molti secoli prima in quegli stessi luoghi: Isadora. A condurre le indagini è Mauro Rambaldi, un capitano dei carabinieri, criminologo, di bell’aspetto, con la fama dello sciupafemmine. Apparentemente il caso è di facile soluzione: Peccioli è un borgo di poche migliaia di anime, un posto tranquillo, si conoscono tutti. Le cose però si complicano quando i delitti passano a due: uno stimato professionista viene ritrovato stecchito vicino ad una statua, col cranio rasato e senza peli. Stesso rituale, stessa mano. Sì ma di chi? Rambaldi non sa a quale santo votarsi per rimettere insieme i pezzi di una pista che, a quanto pare, ha tutti gli elementi della serialità. È qui che entra in scena il secondo protagonista del romanzo: Angelo Crespi. Oggi Crespi è un uomo anziano ma ventitrè anni prima era uno dei maggiori esperti italiani di serial killer, prima cioè che una tragica vicenda familiare lo costringesse a lasciare la polizia e trovarsi davanti a un bivio: suicidarsi o cambiare identità. Quel signore riservato che di tanto in tanto compare tra le stradine del borgo, Rambaldi lo ha già visto. Lo riconosce. È lui, Crespi, il superpoliziotto dei casi impossibili, la fonte decisiva dei suoi studi di criminologia, l’autore di “Cacciatore di anime”. Sarà Crespi l’asso nella manica di Rambaldi? Il capitano ci spera.

Ho letto il romanzo di Romano De Marco ripensando ad un nostro precedente incontro a Salerno. Sto scrivendo un thriller diverso dagli altri, è  ambientato in un paesino del centro Italia, mi disse uscendo dal ristorante dove avevamo cenato con altri amici. Pochi dettagli – raccontati con l’entusiasmo di un principiante…si chiama umiltà dei grandi – che ho ritrovato puntualmente nelle 284 pagine del libro. “Il cacciatore di anime” è essenzialmente un romanzo di luoghi; lo scenario di Peccioli prevale evidentemente su ogni altro elemento del racconto: i personaggi – molto diversi tra loro e tutti perfettamente incastonati nella trama, uomini e donne (le voci femminili segnano un passo in avanti nella maturità di scrittore di De Marco) – la storia, ben congegnata, con meccanismi e incastri che tengono sulla corda il lettore fino alla sua conclusione, con un doppio finale. Il rapporto umano e professionale tra Rambaldi e Crespi – l’allievo e il suo maestro – è credibile, non cede a stereotipi e non deflagra nella retorica. Lo stesso vale per la vicenda sentimentale di Daria Del Colle, la consulente del Comune che non resiste al fascino del bel capitano, e che rischierà di rimanere invischiata nella tragica spirale di violenza. Il personaggio di Daria è tra quelli meglio riusciti del romanzo. Insomma, gli ingredienti del buon thriller ci sono tutti e la qualità della scrittura, come al solito, è molto alta. Non vi resta che leggerlo. 

Angelo Cennamo

Standard

33 INDAGINI PER SARTI ANTONIO – Loriano Macchiavelli

Sarti Antonio, sergente. È lui il protagonista di queste 33 storie brevi raccolte in un’antologia di mille pagine, che Sem ha deciso di pubblicare per riportare in libreria e ridare lustro a uno dei maestri indiscussi di un genere per troppo tempo giudicato “altra” letteratura. Storie di delitti, trame noir, ma anche lo spaccato divertente di un’Italia genuina, popolare, bigotta, operosa. Quello di Macchiavelli è un giallo impegnato e teatrale, archetipo di un filone saccheggiato da molti altri autori arrivati dopo di lui. Sarti Antonio è un poliziotto come tanti. Non è un eroe ma uno sprovveduto, un esperto di nulla. Se non fosse per il suo amico Rosas, lo studente miope che gli fa da consulente, i casi ai quali controvoglia gli tocca lavorare resterebbero degli enigmi irrisolti. A fare da sfondo alle sue avventure c’è una Bologna malinconica, indolente, a volte afosa, respingente. I gialli di Macchiavelli raccontano l’Italia meglio di tanta narrativa mainstream e Sarti Antonio è un personaggio vero, indimenticabile. Uno di noi.

Angelo Cennamo

Standard

SE SCORRE IL SANGUE – Stephen King

Il piccolo Craig riceve sul suo iPhone sms dall’aldilà. In una California devastata da terremoti e senza connessione a internet, sulle facciate dei palazzi appare il volto di un contabile sconosciuto: Chuck Krantz, morto a soli trentanove anni con un tumore al cervello. In una scuola esplode una bomba che uccide decine di bambini. Il tempismo dell’inviato che per primo arriva sul luogo della strage e ne dà la notizia, desta più di un sospetto. Drew Larson è uno scrittore in crisi che ritrova l’ispirazione per il suo nuovo romanzo in una baita di montagna. Qui, tra sogno e realtà, stringe un patto faustiano con uno strano roditore. Sono queste le tracce dei quattro racconti lunghi o, se preferite, quattro romanzi brevi contenuti in “Se scorre il sangue”, ennesimo titolo ambiguo, fuorviante, che vorrebbe inglobare Stephen King nella casella editoriale che non gli è mai appartenuta, quella del genere horror. “Se scorre il sangue”, che è il titolo anche della terza storia, la più lungo delle quattro, sta per: “Se scorre il sangue, si vende di più”. King punta il dito contro la televisione del dolore, i media che mercificano i sentimenti e speculano sulle tragedie umane. In questo romanzo – preferisco definirli romanzi – che è una specie di sequel di “The outsider”, ritroviamo Holly Gibney, uno dei personaggi ai quali King è più affezionato, probabilmente più di quanto lo siano gli stessi lettori. Il risultato non è eccellente come per gli altri tre: l’operazione di trascinare pezzi di racconti in altre trame, costringendo il lettore ad uno sforzo mnemonico ulteriore per ricostruire, collegare fatti e protagonisti, sconfina in una disturbante autoreferenzialità. Peccato perché “Se scorre il sangue” è un libro magnifico, il miglior concentrato della narrativa kinghiana, la sua essenza: se non avete mai letto nulla di Stephen King e vi va di conoscerlo, potete cominciare proprio da questa antologia. La traduzione è di Luca Briasco.

Angelo Cennamo

Continua a leggere

Standard

OHIO – Stephen Markley

Difficile dire dove finisca questa storia o come sia cominciata, perché una delle cose che alla fine imparerete è che il concetto di linearità non esiste. Esiste solo questo sogno collettivo scatenato, incasinato, incendiario in cui nasciamo, viaggiamo e moriamo tutti.” 

Di cenni biografici su Stephen Markley ce ne sono pochi; di lui sappiamo che vive in California, ha frequentato l’Iowa Writers’ Workshop, uno dei più quotati programmi di scrittura creativa degli Stati Uniti, e che il suo primo romanzo si intitola “Ohio”, da poco pubblicato in Italia da Einaudi con la traduzione di Cristiana Mennella. Quello di Markley è un esordio che fa discutere: voci e recensioni intorno a questo libro si moltiplicano, e il clamore dei media ci riporta ai casi recenti di Garth Risk Hallberg, Philipp Meyer e Salvatore Scibona, tanto per citare alcuni esempi tra le nuove leve della letteratura yankee.  I titoli dei giornali che contano sono roboanti, dal New York Times Reviews al Wall Street Journal, ma con quelli si fa presto a gridare al Grande Romanzo Americano. È il caso di Stephen Markley? Di cosa parliamo quando parliamo di “Ohio”? Il romanzo racconta di quattro ex compagni di liceo che si ritrovano una notte d’estate nella città che hanno lasciato molti anni prima. L’incipit è un lungo piano sequenza del corteo funebre in onore del caporale Rick Brinklan, caduto in battaglia in Iraq. Un pick-up attraversa il centro di New Canaan, un posto dimenticato da Dio ma tra le poche cittadine sopravvissute alla deindustrializzazione di quel tempo. Sopra il pick-up c’è il feretro del soldato ucciso, ma la bara è vuota. Sono immagini potenti che evocano altre narrazioni, della carta stampata e del cinema.  

Rispetto alla nostra storia, la parata è importante non per le persone che vi parteciparono ma per le persone assenti quel giorno“.

Le persone assenti sono i quattro protagonisti del racconto: Bill Ashcraft, Porno Tina, Stacey Moore e Dan Eaton. Ognuno di loro è assente per ragioni personali, ma un giorno quei ragazzi si rincontreranno: esattamente dieci anni dopo il diploma. Markley struttura il romanzo in quattro blocchi più un quinto finale; quattro storie interconnesse, con andirivieni temporali che si susseguono senza linea di demarcazione. Gli anni della scuola, gli anni della vita adulta. Al liceo, Bill è un militante di sinistra, un borghese che sogna di invertire le dinamiche del post 11 Settembre col dialogo e il rispetto delle diversità. A fargli da controcanto è l’amico e rivale Rick, che invece incarna il volto più  feroce delle politiche interventiste di Bush. Entrambi hanno messo gli occhi sulla stessa ragazza, Kaylyn. Prima di partire per l‘Iraq, Rick le aveva chiesto invano di sposarlo. Oggi Kay è una donna sull’orlo di un abisso: aspetta un figlio, non ha un lavoro e per ripagare un grosso debito decide di contattare il suo ex amore Bill e coinvolgerlo in una missione molto rischiosa. Stacey Moore è una studentessa di lettere che fatica a coniugare la fede cristiana con la propria omosessualità. I capitoli dedicati a lei e al reduce Dan Eaton sono nella parte centrale, la meno riuscita del libro, che però riprende tono e vivacità nelle pagine dedicate a Tina, la studentessa più ambita tra i maschi del liceo. Tina si innamora perdutamente di un bullo che la trascinerà in un incubo senza fine e che darà una venatura thriller al romanzo. I ragazzi speranzosi di Markley oggi sono degli sconfitti, degli emarginati; “Ohio” sarebbe piaciuto molto a uno scrittore come Richard Yates, autore di storie disturbanti come le quattro che compongono questo romanzo, bello e imperfetto. Leggendolo mi sono ricordato di “Shotgun lovesongs” di Nickolas Butler. Pur trattandosi di trame diverse, come Markley Butler nel suo libro fa incontrare e rivaleggiare dei vecchi amici nel Midwest rurale e suprematista, tra fantasmi del passato e ambizioni tradite. Markley è un Butler più capace – ha più talento e più registri narrativi – ed è anche più scaltro del ragazzotto della Pennsylvania a declinare la propria indole di contract author. “Ohio” strizza l’occhio ad un target preciso di lettori e talvolta lo fa con un eccesso di retorica. A scrivere il Grande Romanzo Americano Markley ci ha provato, ma ha fallito. “Ohio” è un bel libro, a tratti bellissimo, ma non è un capolavoro.                               

Angelo Cennamo                                               

Continua a leggere

Standard

PRIMAVERA – Ali Smith

Che Ali Smith fosse una scrittrice dall’identità complessa e borderline lo avevamo capito già con “Voci fuori campo”, romanzo del 2004 che racconta le vicende turbolente di una famiglia inglese in villeggiatura in campagna, travolta, o per meglio dire salvata, dall’arrivo di una sconosciuta. Con “Primavera”, terzo capitolo di una quadrilogia legata alle stagioni iniziata con “Autunno” e proseguita con “Inverno”, lo schema narrativo è più o meno lo stesso: tutte le storie di Ali Smith ruotano intorno a degli incontri sorprendenti e salvifici. Il romanzo si apre con un uomo fermo su un binario di una stazione deserta. L’uomo è Richard Lease, un regista televisivo e cinematografico in piena crisi esistenziale. È lui il personaggio numero 1 del libro. Richard è addolorato per la morte di Patricia Heal, Paddy, cara amica e sceneggiatrice dei suoi film. Lei e Richard una volta erano stati anche a letto insieme ma si era trattato di un’esperienza irrilevante perché “loro erano qualcosa che andava oltre il sesso”. Prima che Paddy morisse, i due stavano lavorando all’adattamento cinematografico di un romanzo intitolato “Aprile”. Richard parla con una figlia immaginaria che nella sua testa ha sempre undici anni. Un folle stratagemma per supplire a una dolorosa mancanza: quando trent’anni prima il suo matrimonio era finito e la moglie e la figlia se n’erano andate all’estero uscendo per sempre dalla sua vita, proprio Paddy aveva suggerito a Richard di “portare” la figlia nei luoghi dove avrebbe dovuto sforzarsi di andare. 

Brittany – Brit – è il personaggio numero 2 del romanzo. Brit è un’agente di sicurezza in un centro di detenzione per immigrati in attesa di rimpatrio. Il suo è un lavoro crudele che abbrutisce, disumanizza. Le due trame sono indipendenti l’una dall’altra fino alla comparsa di Florence, la protagonista numero 3. Florence è una ragazzina di dodici anni, misteriosa, uscita dal nulla. Sorprende per vivacità e generosità. La sua infinita saggezza ce la fa collocare a metà strada tra Greta Thunberg e Miraijin, l’Uomo del Futuro de “Il colibrì” di Sandro Veronesi. Sarà lei, Florence, con la sua magica presenza, a riannodare le due storie e portare un vento nuovo nelle vite appassite di Richard e Brit.

Che romanzo è “Primavera”? È difficile classificare i libri di Ali Smith. Prima ancora dei contenuti, della Smith ci colpiscono la scrittura, lo stile postmoderno, la struttura delle storie che non c’è. Tutto è piacevolmente disarticolato, frammentato, frastagliato. “Primavera” è sotto mentite spoglie un romanzo politico? Direi di sì. Le vicende dei tre protagonisti hanno come sfondo la Gran Bretagna della Brexit, l’ascesa delle destre, Trump, l’ostinata difesa dei confini. Tra realismo e fiaba, e con la leggerezza e la classe di sempre, la Smith ha costruito una storia di diversità e di confronti. Un romanzo sicuramente fuori dalle righe, a tratti di difficile lettura, ma denso di suggestioni e di spunti di riflessione.

Angelo Cennamo

Standard

I CIELI DI PHILADELPHIA – Liz Moore

“Sui binari di Gurney Street c’è un cadavere. Donna, età imprecisata, probabile overdose, dice il centralino.”  
Inizia così “I cieli di Philadelphia”, il nuovo romanzo di Liz Moore, giovane scrittrice e musicista americana che una decina di anni fa si era fatta conoscere con “Il peso”, vincitore del Rome Prize, edito in Italia da Neri Pozza. La prima sensazione è che “I cieli di Philadelphia” sia un thriller, in realtà la vicenda criminale fa solo da sfondo al romanzo, che si sviluppa invece come una storia familiare: dolorosa, cupa, con un colpo di scena a cento pagine dalla fine che rianima una trama a volte scontata e noiosa. Siamo a Kensington, uno dei quartieri più recenti dell’antica città di Philadelphia, abitato perlopiù da famiglie di origine irlandese, portoricani, afroamericani e asiatici. Qui vive e lavora Mickey Fitzpatrick, agente di polizia trentenne, single, madre di Thomas e sorella di Kacey, prostituta tossicodipendente, scomparsa proprio nelle settimane in cui a Kensington si aggira un serial killer di prostitute. La Moore racconta la storia alternando il passato “Allora”, al presente “Adesso”. Mickey e Kacey hanno vissuto un’infanzia difficile, sono state cresciute dalla nonna materna dopo la morte della madre in un incidente d’auto e l’allontanamento del padre. Oggi Mickey pattuglia Kensington alla ricerca di Kacey. Si fa aiutare da un ex partner e suo istruttore, Truman, convalescente per una misteriosa aggressione. Tra i due c’è del tenero – altro cliché. L’assenza della coprotagonista Kecey per oltre due terzi del racconto è la parte più interessante del libro. La toponomastica di Philadelphia, la seconda. “I cieli di Philadelphia” è una storia di rancori mai sopiti, di abbandoni, di tormenti compulsivi. La lunga scia di malasorte che accompagna la vita di Mickey, nel privato come nella professione, disturba, non giova alla credibilità della trama, la appesantisce inutilmente. Lo stesso vale per Kacey, il cui disagio esistenziale non brilla per originalità. Le sorelle Fitzpatrick non generano empatia, solo commiserazione. Troppo poco per un bel romanzo.

Angelo Cennamo

Standard

L’ULTIMA CORRIERA PER LA SAGGEZZA – Ivan Doig

IMG_20200520_230344
È l’ultimo dei sedici romanzi di Ivan Doig, una delle voci migliori della letteratura americana più sconosciuta, che Nutrimenti e Nicola Manuppelli – traduttore e talent scout per conto dello stesso editore – ci ha fatto conoscere in questi anni, penso a scrittori come Don Robertson e Steve Yarbrough, tanto per fare qualche nome. Ivan Doig, che avevamo incrociato precedentemente con “Il racconto del barista”, è l’ultimo decano dell’Ovest, scrive Manuppelli nella postfazione del libro, accostandolo senz’alcun tentennamento a maestri del calibro di Steinbeck e Stegner, ma anche di Melville e Mark Twain. Twain, l’inventore di Tom Sawyer; lessi il suo romanzo, il mio primo libro americano, a undici anni, la stessa età che ha Donal, il protagonista de “L’ultima corriera per la saggezza”. Il cerchio che si chiude intorno a un mondo osservato e raccontato con gli occhi di un bambino. Perché è così che Doig muove le sue pedine sul foglio, ed è con questo spirito fanciullesco che certi romanzi vanno letti, spogliandoci cioè di ogni sovrastruttura, resettando qualunque cosa ci sia capitata dopo la maggiore età, tuffandoci nella trama come in un gioco. Il gusto del divertimento puro. “L’ultima corriera per la saggezza” è la storia di un viaggio, ma anche la metafora di un tempo, una dimensione che ci separa magicamente dal disincanto della vita adulta. Uno spazio dove i dati anagrafici non hanno alcun significato: piccoli e grandi nel romanzo di Doig sono la stessa cosa, si scambiano i ruoli. Tutti i passeggeri che accompagnano Donal nei suoi spostamenti sono degli eterni ragazzi: la fascinosa Leticia che lo seduce baciandolo sulle labbra; lo sceriffo con il fratellastro ammanettato; lo zio Herman, perfino il “personaggio” Jack Kerouac, lo scrittore leggendario che col suo “On the road” ha dato vita all’archetipo di certe narrazioni, e al quale questo libro vuole essere una specie di tributo. Il viaggio meraviglioso di Donal è allora un invito a conservare lo stupore dell’infanzia, un monito a non rinunciare ai sogni e alle illusioni. “L’ultima corriera per la saggezza” è un libro epico, commovente, una poesia lunga come un romanzo di cinquecento pagine e passa; una storia che contiene tutti i topoi della narrativa americana di frontiera, forse la più autentica, folle e genuina come i sentimenti del protagonista, eroe indimenticabile che segue le orme di altri giovani avventurieri della letteratura – l’Augie March di Saul Bellow, l’Huckleberry Finn di Mark Twain, il Theo Decker di Donna Tartt… – e del cinema: il Bruno Ricci di “Ladri di biciclette”, lo Spanky de “Le simpatiche canaglie”. Cos’altro aggiungere; leggete e sognate con Ivan Doig. Buon viaggio.
Angelo Cennamo
Standard