ULTIMA CHIAMATA PER CHARLIE BARNES – Joshua Ferris

Di Joshua Ferris, scrittore non più giovanissimo dell’Illinois, ricordiamo “When we came to the end” (“E poi siamo arrivati alla fine”), il suo primo e forse migliore romanzo, uscito in Italia sempre con Neri Pozza nel 2006, tradotto in una trentina di lingue, e “Non conosco il tuo nome”, apparso prima del deludente – a parte il titolo – “Svegliamoci pure, ma a un’ora decente”.

“Ultima chiamata per Charlie Barnes” è un altro dei titoli ammiccanti di Ferris. Più che la vita dell’Everyman Charlie, il libro racconta la storia di una diagnosi – tra le peggiori possibili: tumore al pancreas – vera, errata, ritrattata, verificata, intorno alla quale si sviluppano le mille vicende personali del protagonista. Chi è Charlie Barnes? Uno di noi: un simpatico cialtrone. Buono ma anche cinico, incapace ma anche sfortunato, adorabile ma inaffidabile. 

Siamo nell’autunno del 2008, la Grande Recessione è alle porte, l’America sta piombando in una delle stagioni più nere. Il romanzo procede su tre binari: Charlie visto da Charlie; Charlie visto dagli altri: i suoi quattro figli, le cinque ex mogli; Charlie visto dai lettori. Dev’essere dura trascorrere la vita intera, settant’anni, a inseguire il sogno americano e all’ultimo scoprire che “i conti erano truccati”. Ecco, Ferris ha scritto un libro sulla disillusione.

Per Charlie è giunto allora il momento di interrogarsi sul senso dell’esistenza: cosa rende un uomo ciò che veramente è?, e di provare a tirare due linee (brutta parola “bilancio”). Il flusso di incoscienza, più o meno indiretto, occupa buona parte della narrazione. Cominciamo col dire che sei un impostore, Charlie, ma in fondo chi non lo è? Ferris invece è una spugna – ha assorbito Philip Roth, Updike, Oates, Franzen, Chabon, Homes – e al di là di qualche sbandata o passaggio disordinato barra noioso, la storia, di Charlie e dell’America perdente che gli ruota intorno, ci convince molto. 

Angelo Cennamo

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LA CRESTA DELL’ONDA – Thomas Pynchon

Cosa ci spinge a leggere o rileggere un autore difficile e bizzarro come Thomas Pynchon? Me lo chiedo ogni volta. Perdersi nei libri di Pynchon – la cui biografia sembra fotocopiata da quella di Salinger (è ancora vivo? È mai esistito? Qualcuno l’ha visto negli ultimi cinquant’anni?) – è soprattutto una sfida intellettuale. Per attutirne l’impatto devastante, questi libri andrebbero letti senza nessuno intorno – cane compreso, con le finestre chiuse, la tv spenta.

“La cresta dell’onda” – “Bleeding Edge” (brutta la traduzione del titolo in italiano) – non ha lo stesso tasso di difficoltà di opere come “L’arcobaleno della gravità” o de “L’incanto del lotto 49”, ma attraversare le sue 567 pagine non è come passeggiare per Central Park. Questo non tanto per la complessità in sé della costruzione narrativa, della scrittura, quanto per i numerosi rimandi a nomi e situazioni legate alla cultura e all’attualità americana (vivere negli Stati Uniti, essere americani, insomma stare lì, aiuta).

“Bleeding Edge” uscì nel 2013, due anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. È un romanzo sull’11 settembre? È anche un romanzo sull’11 settembre, anzi direi uno dei migliori sull’argomento. Ma come per ogni altro libro di Pynchon, la trama non è la parte essenziale. Al centro della storia troviamo Maxine Tarnow, madre divorziata di due bambini e investigatrice privata senza licenza. Maxine riceve la visita di Reg Despard – un filmaker mezzo matto che si è fatto notare per le sue involontarie rivisitazioni (zoomate giudicate “artistiche”) di film altrui, che aveva precedentemente conosciuto in una crociera – il quale la incarica di indagare su una società di sicurezza informatica chiamata Hashslingrz (poteva avere una denominazione meno complicata?), amministrata da un uomo d’affari senza scrupoli di nome Gabriel Ice, che, si scoprirà, trasferisce ingenti somme di denaro negli Emirati Arabi, forse per finanziare dei terroristi islamici.

Le avventure di Maxine si snodano in una New York scintillante, moderna e fuori da ogni cliché: “La cresta dell’onda” è un sostanzioso tributo alla Grande Mela. Le vicende personali della donna (i tentativi di riavvicinamento dell’ex marito, il rapporto con i figli) si intrecciano alle indagini e ai numerosi altri incontri e/o frequentazioni. March Kelleher è un’attivista di sinistra che Maxine ha conosciuto molti anni prima durante un sit-in di inquilini sfrattati. La figlia di March, Tallis, è sposata con Ice, il grande avversario di Maxine. Nicholas Windust è un falso agente dell’FBI, che lavora per un’altra agenzia governativa (TANGO). Di personaggi potrei citarne altri cento ma non è il caso di andare oltre. Prima di iniziare a seguire le indagini di Maxine vi suggerisco di prendere carta e penna per tracciare un paio di linee guida e marcare gli spazi di questo labirinto di trame e di sottotrame. Non capirete tutto ma capirete che non esiste un altro scrittore come Thomas Pynchon. 

Angelo Cennamo

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PHILIP ROTH / LA BIOGRAFIA – Blake Bailey

“Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi più interessante”. 

Un bizzarro narcisismo è la dimensione umana nella quale ha vissuto e si è manifestato Philip Roth, l’uomo e lo scrittore, la cui produzione letteraria, piuttosto vasta (trentuno libri), non è stata altro che una biografia espansa e mascherata, se preferite una gigantesca menzogna intrisa di verità, un gioco di specchi senza sosta che sembra culminare ne “I fatti”, il romanzo nel quale il genio di Newark fa dialogare se stesso con l’alter ego Nathan Zuckerman. Ma quando si ha a che fare con Roth è bene non fidarsi troppo perché è proprio nei tratti più verosimili che si nasconde la mistificazione. I suoi romanzi “sono il frutto dell’interazione tra i miei lavori precedenti, la mia storia personale recente non ancora digerita, le circostanze della vita quotidiana e i libri che stavo leggendo e insegnando”, fa scrivere a Blake Bailey, l’autore della travagliata biografia che negli Usa è diventata un caso nel caso per i noti inciampi processuali che ne hanno ostacolato la distribuzione.

Quella raccontata da Bailey è fondamentalmente una storia d’amore. Per le donne (tantissime, al punto che viene da chiedersi se le mille e passa pagine del libro non siano giustificate proprio dal numero infinito di relazioni, di un giorno o di un anno, che lo scrittore coltivò tra la stesura delle sue opere e i numerosi viaggi anche in Europa). Per la famiglia di origine (il padre Herman, l’assicuratore indefesso di Newark protagonista del commovente “Patrimonio”, la madre Bess, il fratello Sandy). Per la letteratura e gli amici. Questa storia l’avrà pure scritta Bailey ma possiede una forte impronta stilistica del suo personaggio: siamo sicuri che Roth non ci abbia giocato uno dei suoi scherzi e che Bailey – lui esiste per davvero – non sia in questo caso uno dei numerosi travestimenti? 

Dunque l’amore. E il sesso “la tirannia del sesso”. Il matrimonio complicato con Maggie Martinson, la donna più grande di lui – divorziata con due figli – che lo inganna con un falso test di gravidanza; la storia finirà ne “La mia vita di uomo”…era riuscito a “trasformare quella merda di matrimonio in un libro”. La seconda unione con Claire Bloom, l’attrice shakesperiana che lo sputtana con un ferocissimo memoir (quanto avranno pesato certe rivelazioni sul Nobel mancato?). La relazione adulterina con Inga Roth la ricostruisce ne “Il teatro di Sabbath”, il romanzo più rothiano di tutti. La sbandata per la giovane alcolizzata Sylvia diventerà invece la sottotrama de “La macchia umana”: Sylvia è la Faunia Farley che fa perdere la testa a Coleman Silk, il docente del New England vittima del pregiudizio e allontanato dal college per uno stupido malinteso.  

Le donne nei libri di Roth, ma anche Roth nei libri delle donne di Roth: chi pensate si nasconda dietro il vecchio scrittore ebreo di “Asimmetria” che fa innamorare la giovane Lisa Halliday? 

L’ossessione per il sesso ha accompagnato l’uomo e lo scrittore oltre ogni traversia fisica: interventi chirurgici, ricoveri per forti stati depressivi, sedute psicanalitiche, dal “sogno byroniano” di Chicago “bibliografia di giorno, donne di notte” ai flirt più recenti con Ava Gardner, Jakie Kennedy e Mia Farrow “Le erezioni del 1950 erano esattamente uguali alle erezioni del 2012, ma le erezioni del 1950 non andavano da nessuna parte”. 

La scrittura, i libri, le infatuazione per i colleghi più anziani e della sua generazione. La scoperta di Saul Bellow, uno dei maestri e tra i più cari amici di Roth, avviene con “Le avventure di Augie March”.

“È un libro d’esordio ma non è il libro di un esordiente” scriverà Mr. Herzog di “Goodbye, Columbus”. “A differenza dei tanti, fra noi, che sono venuti al mondo ululando, ciechi e nudi, Philip Roth è apparso in scena con unghie, capelli e denti formati, e già capace di esprimersi con coerenza”. Per Saul Bellow Roth ebbe una specie di venerazione che proseguì anche in età matura “Lo tratto ancora come il maestro che è, e mi comporto come il ragazzo che sono”, ma i suoi slanci di stima non furono sempre ricambiati. 

Nella lunga e dettagliatissima ricostruzione storica (dieci anni di preparazione) Bailey non fa sconti, non omette le parti più intime, quelle pruriginose e deludenti della vita dello scrittore, e tra un fatto e l’altro non rinuncia ad entrare nella narrazione, giudicando, comparando, valutando, sovrapponendosi alle analisi, a dire il vero non sempre lusinghiere, di Michiko Kakutani o di Harold Bloom. Leggendo Bailey finiamo per rileggere ciascuno dei romanzi di Philip Roth (se ne avete letti meno della metà vi converrà rimandare l’acquisto): le parti scritte, quelle solo pensate o abbozzate, le immagini, la vita spesa e vilipesa sulla quale sono state imbastite trame e personaggi. Il risultato è eccellente. Bailey ci lascia un’opera monumentale e imprescindibile, il romanzo di una biografia più che la biografia di uno dei più straordinari testimoni del suo tempo. Un libro unico, un libro magnifico.

Angelo Cennamo

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FERROVIE DEL MESSICO – Gian Marco Griffi

È venuto fuori in punta di piedi, con un passaparola quasi carbonaro. Lo hai letto “Ferrovie del Messico”?, ti chiedono in giro, tra un reading e una videocall. Lo hai letto? Sì, l’ho letto e penso sia tra le cose migliori uscite in questo 2022 troppo sobrio e povero di capolavori, di idee originali e di sperimentazioni – quelle mancano sempre. La lunghezza, oltre ottocento pagine, non scoraggia affatto, anzi è un richiamo, subdolo e morboso per le solite nicchie, i paranoici del mattone, i dipendenti dal malloppo. Parlo per me.

Il viaggio da Asti al Sudamerica è lunghissimo, avventuroso, ma ci caschi subito dentro, appena il tempo di sbirciare l’incipit, la sferzata che scalda i motori e ti spinge fino in fondo. 

L’opera di Griffi è vertiginosamente alta eppure popolare, un grande romanzo popolare, divertente, tragico, poetico, corale, antico, ah il Novecento! Un labirinto dal quale non vorremmo mai uscire e dal quale non si esce per davvero.

“Ferrovie del Messico” fa commuovere e fa ridere con lo stesso periodo; spiazza, stordisce: mille sono i registri e mille i rivoli di questo flusso d’acqua di parole cristalline che vengono giù senza sosta, inarrestabili. Sembra scritto da Roberto Bolaño, da Paolo Conte, Borges, Vinicio Capossela. “Sotto le stelle del Messico a trapanar”, cantava Francesco De Gregori tra guizzi di fisarmonica e strusciate di plettro. Tu chiamale se vuoi commistioni. Eccolo il canone che la più spenta letteratura italiana di questi anni farebbe bene a cavalcare, senza complessi e inibizioni. Ci vuole follia, serve incoscienza per toccare certe vette di aria pura. Realismo magico? Pare di sì, ma c’è dell’altro. La scrittura di Griffi è larga, spessa come una corda, colta, onomatopeica, eppure ci soprende con parole semplici, improvvisi inabissamenti, lucenti e genuine risalite. Il ferro e la pietra, il sudore e la fatica, il coraggio, l’amore, l’ottundimento e l’attesa. Dei libri si dice che non hanno data di scadenza, di questo si parlerà a lungo, forse per sempre. 

Angelo Cennamo

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IL GIOVANE MUNGO – Douglas Stuart

Nel 2020 ci aveva stupito con “Shuggie Bain”, la storia romanzata della sua vita, arrivata al Booker Prize dopo essere stata rifiutata da ben trentadue editori – libro dell’anno per Telegraph Avenue.  Con “Il giovane Mungo” Douglas Stuart torna nei luoghi dell’infanzia, in una Glasgow già capitale europea della cultura – siamo nei primi anni Novanta – ma ancora affamata di libertà civili e divisa tra cattolici e protestanti. La periferia orientale è il microcosmo nel quale l’autore colloca le vicende di Mungo Hamilton, chiamato così in omaggio al santo patrono della città. Mungo vive con la madre – Ma-Mo – giovanissima e travagliata come la Agnes del libro precedente (in due romanzi su due Stuart pone al centro “sua” madre, questo non è solo un tema, è qualcosa di più: è dare un senso a quello che scrivi; la somiglianza tra Ma-Mo e Agnes è evidente), la sorella Jodie e il fratello Hamish, capo di una gang locale che fa di tutto per trascinarlo negli ambienti criminali. 

Il quartiere di Mungo è come il rione Luzzati di Lila e Lenù del romanzo di Elena Ferrante, un crogiolo di tradizione, cultura operaia, religione, arte del sopravvivere. È soprattutto un mondo di maschi che impone la regola del più forte contro ogni altra forma di misericordia laica. La prima vittima di questa grammatica machista è proprio Mungo. L’amicizia poi amore con il cattolico James Jamieson occupa la parte centrale, anche dal punto di vista della paginazione, del romanzo, ma fate attenzione a non liquidare “Il giovane Mungo” come una storia gay o peggio come un romanzo gay – la cover italiana e quella dell’UK sembrano agevolare questa rappresentazione. Quello di Stuart è piuttosto l’affresco – giuro che non userò più questa parola – di una società chiusa, ostile al cambiamento, il paradosso o controclichè di un profondo Nord che non ha nulla da insegnare al Sud del mondo. 

“Non essere come me, Mungo. Non è troppo tardi per te”, dice James. Ma James si sbaglia. 

Angelo Cennamo

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IL TEMPO DELL’ODIO – Antonio Lanzetta

“La morte venne a cercarmi nell’estate del 1943”.

Cilento. La guerra è a un bivio e il potere di Benito Mussolini, nel libro il suo nome non viene mai citato, ha i giorni contati. Mancano un paio di mesi all’armistizio di Cassibile, e di lì a poco gli americani sbarcheranno a Salerno, risalendo la penisola per suggellare il trionfo. All’inizio di questa storia, Michele ha quattordici anni e vive in una vecchia casa di campagna con la madre e le sue due sorelle: Gloria, la più grande; Anna, una bambina. Del padre non si hanno notizie: pare sia al fronte, in un posto imprecisato del continente africano. Tornando a casa dopo una giornata di lavoro nei campi, Michele assiste alla scena che in una manciata di minuti gli stravolgerà per sempre la vita: un manipolo di fascisti piomba in casa sua, uccide la madre e rapisce le due sorelle. Il ragazzo riesce a malapena a salvarsi e a trovare riparo da un’anziana vicina.

Inizia così “Il tempo dell’odio”, il settimo romanzo di Antonio Lanzetta, uscito in questi giorni con l’editore La corte, sulla scia de “L’uomo senza sonno”, il libro precedente, anch’esso ambientato in quella provincia del sud Italia che attraverso le parole e le immagini di Lanzetta sembra trasformarsi nel Texas orientale di Joe Lansdale o il Maine di Stephen King – Il Sunday Times definì Lanzetta proprio lo Stephen King italiano. Ma questa è un’altra storia. Quella di Michele, raccontata in prima persona dal protagonista oggi adulto, è una sporca vicenda di abusi sessuali e di superstizione. Il fascismo scelto come sfondo da Lanzetta non è quello rassicurante di Antonio Pennacchi e neppure quello etico-biografico del premio Strega Scurati. È un fascismo destoricizzato, è violenza cieca, sopruso, incarnazione del peggiore dei mali. La tragica vicenda di Michele è “una questione privata” così come la Resistenza personale, finalizzata al ritrovamento di Gloria e di Anna. Figura centrale del romanzo è Teschio, personaggio schivo, apparentemente ambiguo, il brigante che aiuterà Michele a combattere la sua difficile guerra familiare.

Da qualche anno Lanzetta sta battendo nuove strade per affrancarsi da un genere, il thriller, che sembra stargli un po’ stretto. Dopo la bella prova de “L’uomo senza sonno”, il romanzo appena uscito ripropone la felice coniugazione del neorealismo del cinema di De Sica e Rossellini con la tradizione più smaccatamente gotico-noir della Old America del già citato Lansdale e di Shirley Jackson. “Il tempo dell’odio” è un horror di formazione ma anche una storia di guerra, contro il nazifascismo, contro un destino che può riservare nuove e inaspettate sorprese. Il miglior libro di Lanzetta, il più americano di tutti. 

Angelo Cennamo

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ADDIO E ANCORA ADDIO – Larry Watson

“Addio e ancora addio” – romanzo del 2016 arrivato in Italia sei anni dopo con Mattioli 1885 e la traduzione di Nicola Manuppelli – è la storia di Calvin Sidey, un vecchio cowboy del Montana, fuggito dalla città e da moglie e figli per vivere in una roulotte in mezzo alla prateria, tra fucili, pistole e poesie di Catullo. 

Calvin è il mattatore assoluto della storia. Siamo nei primi anni Sessanta, in un tempo che fa da cerniera tra l’old style e la nuova America. Proprio il passato e il presente sono i due binari sui quali Larry Watson muove il privato dei Sidey e le vicende esterne al nucleo familiare. Suo malgrado, Calvin torna in città ad occuparsi dei nipoti che non ha mai conosciuto, i figli di Bill, che nel frattempo è partito per assistere la moglie durante un delicato intervento chirurgico. 

La zona disagio nella quale prova ad orientarsi Calvin è la stessa di Herzog e Mr Sammler, gli intellettuali fuori tempo dei libri di Saul Bellow. Le ragioni che hanno fatto allontanare il “Suttree” di Watson sono poco chiare, un omicidio o chissà cos’altro. Resta il fatto che il rientro del vecchio cowboy in città e in famiglia mette in moto un bel po’ di situazioni, alcune piacevoli come l’incontro con la vedova Beverly Lodge – Calvin e Beverly che in tarda età riscoprono l’amore e il sesso sono come Addie e Louis de “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf. 

Beverly: “Ora non ti leverai la dentiera, vero?”. 

Calvin: “Sono tutti miei”.

Beverly: “Beh, volevo solo calcolare la quantità di romanticismo che devo aspettarmi”.

L’altra traccia del libro è la conoscenza tra Calvin e i suoi nipoti, con il piccolo Will che vorrebbe seguire le orme del nonno “Stai facendo lo stesso errore che fanno molte persone…ovvero, credi che un cowboy sia qualcosa mentre la verità è che un cowboy è uno che fa qualcosa”.

Watson è bravo a fotografare i conflitti, le asimmetrie, le dinamiche tra i diversi personaggi, con Calvin che resta al centro di tutto. 

“Addio e ancora addio” è una storia di fughe e di abbandoni, un romanzo sulla perdita degli affetti più cari ma anche sul tramonto di una certa provincia americana, quella che abbiamo conosciuto con i film di John Wayne e i libri di A.B. Guthrie jr e Cormac McCarthy. 

Angelo Cennamo

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IL POTERE DEL CANE – Thomas Savage

Molti di voi assoceranno il titolo di questo romanzo a uno dei capolavori di Don Winslow, il primo della trilogia epica sul narcotraffico. “Il potere del cane” è Don Winslow. Eppure qualche decennio prima, nel 1967, un altro scrittore americano (Thomas Savage), in Italia poco letto e tradotto, evidentemente – ma oggi grazie a una fortunata versione cinematografica del romanzo, finalmente riscoperto – volle dare lo stesso nome al quinto dei suoi tredici libri. Per quanto acclamato dalla critica e ben recensito su alcune testate importanti, l’opera di Savage vendette poco più di mille copie. Niente di nuovo sotto il sole, di casi simili la letteratura americana ne è piena: Fante, Richard Yates, John Williams ecc. 

Siamo in una cittadina del Montana, l’anno è il 1924. Tutta la storia si svolge nel ranch dei fratelli Phil e George Burbank. I due sono non si somigliano per niente. Alto, magro, di bella presenza, Phil è l’aristocratico che non ti aspetti: colto da far paura ma rozzo come un vaccaro. Phil è laureato, legge molti libri, ma ha scelto di essere un cowboy. Sentite Savage: “Il suo arrivo interrompeva qualche discussione sulle puttane, la politica, i cavalli o l’amore, e produceva un silenzio che si prolungava fino a che il tonfo di un ceppo dentro la stufa non lo enfatizzava e uno degli uomini, terrorizzato dal silenzio, si sentiva in obbligo di dire qualcosa”. 

Di tutt’altra pasta è George: grosso, lento anche nel pensiero, preciso, metodico, dedito soprattutto alla gestione economica del ranch.

Nella proprietà dei Burbank le giornate scorrono in un silenzio sinistro, intervallato solo dal rumore e le voci degli altri mandriani e dalle note che di tanto in tanto escono dal banjo di Phil (cosa non sa fare quell’uomo). Tutto cambia quando sulla scena arriva lei, Rose, vedova di Johnny, un medico frustrato e morto suicida (la figura di Johnny, nella sua breve apparizione, ricorda quella del Maestro di Vigevano: come il protagonista dell’opera di Mastronardi, Johnny vive la sua condizione di uomo istruito ma con poco denaro con disagio rispetto al benessere economico dei rancher che gli sono intorno, più autorevoli e rispettati di lui). George si innamora di Rose e in men che non si dica la sposa, all’insaputa di tutti. La presenza nel ranch della donna, alla quale si aggiunge quella del figlio adolescente Peter, scatenerà un inferno. La storia di Savage decolla, e le dinamiche familiari, soprattutto il rapporto conflittuale tra Phil e Peter, le cui personalità sono legate da un segreto inconfessabile, ne sono il miglior propellente. 

“Il potere del cane” è un bellissimo western ma anche un romanzo spietato sull’omofobia. Ed è proprio la distanza siderale (come dicevo siamo negli anni Venti del secolo scorso) tra lo stile del vecchio west e l’omosessualità il fulcro, l’elemento di maggiore attrazione del libro, il cui sequel naturale potrebbe essere “Ferito” di Percival Everett, altro romanzo imperdibile. 

Angelo Cennamo

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IL TAGLIO FREDDO DELLA LUNA – Piera Carlomagno

I Cortese. Sembra di vederli mentre si apprestano a pranzare, l’ultimo giorno d’estate, in quel resort di lusso sulla costa ionica. Marina, detta Mimma, la matriarca, li ha convocati per il solito rituale di fine stagione. Sono arrivati tutti, o quasi: manca Wlady, il figlio di Bepi, il predestinato, l’unico erede credibile di quella casta di uomini e donne vivi ma poco vegeti, senza talento né speranza. 

Poco distante dal convivio, uno stimato docente di fisica viene ritrovato assassinato nella vasca da bagno della sua casa museo, piena di quadri costosi e di segreti inconfessabili. Sulla scena del delitto sono già arrivati il sostituto procuratore Loris Ferrara e l’anatomopatologa Viola Guarino. Scrivere romanzi seriali, specialmente in un contesto letterario come quello italiano, sempre più affollato di giallisti e thrilleristi, comporta due grossi rischi: tediare gli affezionati della prima ora con la coazione a ripetere (trama, situazioni, personaggi); non riuscire a coinvolgere i nuovi lettori nel mood più ampio delle storie. Piera Carlomagno ha superato egregiamente la prova slegando le vicende dei suoi libri l’una dall’altra (nessun romanzo è il sequel del precedente), e introducendo personaggi, apparentemente dei gregari, che nello sviluppo della trama finiscono per rubare la scena perfino ai protagonisti Loris e Viola, vedi Leda Montessori, la vedova algida e perversa che riempie di fascino e mistero “Nero Lucano”. Ma torniamo al presente: cosa lega la scomparsa di Wlady Cortese all’assassinio di Vittorio Ambroselli, il fisico freddato nella jacuzzi forse a scopo di rapina? Ancora una volta la narrazione procede su due piani temporali, attraverso spazi e riferimenti storici che bucano la fiction. Il nome di Ambroselli, per esempio, ci porta a un’operazione di smaltimento di rifiuti nucleari che interessò concretamente i luoghi del racconto. La chiamano Fossa Irreversibile, nome che nella fenomenologia del romanzo ha il sapore di una nemesi dai contorni profetici, l’evocazione della profondità del male. Memorie di un sottosuolo che nasconde menzogne, crudeltà, sensi di colpa. 

“Il taglio freddo della luna” è il terzo capitolo del Grande Romanzo di Viola Guarino, la giovane protagonista delle storie nere di Piera Carlomagno, autrice salernitana salita ormai ai piani alti del giallo italiano dopo i brillanti precedenti di “Una favolosa estate di morte” e “Nero Lucano”. Un romanzo borghese, si direbbe (l’epopea dei Cortese ricorda quella diversamente tragica dei Sonnino di “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno), che racconta il disfacimento di un falso mito familiare costruito sulle basi fragili dell’impostura e del ricatto. La Lucania della Carlomagno è come la Istanbul di Pamuk, la Napoli di Elena Ferrante, l’Atene di Markaris.

Viola monta in sella alla Ducati e sfreccia sulla Statale 106, la strada della morte: l’immagine pop di un Sud che ha voglia di correre, e che non si arrende. 

Angelo Cennamo

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LA TERRA D’OMBRA – Ron Rash

È davvero singolare che uno dei maggiori scrittori americani, sto parlando di Ron Rash, voce eminente di quella letteratura del Sud che ha avuto in Faulkner, Flanery O’ Connor, Eudora Welty, i suoi punti di riferimento, sia stato letto per la prima e unica volta in Italia lo scorso anno. Il merito va a “La Nuova Frontiera”, editore da sempre attento alla narrativa d’oltreoceano, che si è aggiudicato i diritti di “Un piede in paradiso” – uno dei sette romanzi di Rash, uscito negli Stati Uniti vent’anni prima (nel 2002) – dopo una lunga e inspiegabile serie di rifiuti. 

Da qualche giorno è arrivato in libreria un secondo romanzo di Rash (stesso editore, stesso traduttore del precedente: Tommaso Pincio). 

Proprio come Faulkner, Rash ci regala storie di provincia, dolorose, dalla prosa disadorna ma cariche di pathos e dal sapore antico. Ancora una volta a dominare il racconto sono i luoghi impervi e selvaggi degli Appalachi. “La terra d’ombra” è una valle stretta dove perfino la luce stenta ad infilarsi. 

“Questo è un posto di cui la gente dovrebbe avere paura, non una valle buia qualsiasi”. 

La trama è essenziale, pochi i personaggi. Siamo negli ultimi mesi del 1918. In una fattoria della valle abitano i fratelli Shelton: Laurel, una giovane donna evitata da molti per via di una maldicenza; Hank, tornato da poco dalle trincee francesi e in procinto di sposare Carolyn. Le giornate scorrono lente, tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche, un susseguirsi di flora e fauna, paesaggi, nomi di arnesi, dettagli: istantanee dai molti pixel che Rash sciorina con una naturalezza superba. La vita dei due fratelli, quella routine mista di semplicità e di noia, viene turbata da una misteriosa presenza: poco distante dalla fattoria Laurel scorge uno sconosciuto suonatore di flauto. Walter, questo il nome del giovane, è apparentemente muto, schivo. Laurel ne è attratta e prova a coinvolgrlo nella sua vita a due con il fratello. L’identità indecifrabile dell’ospite inatteso, i suoi silenzi, le nuove dinamiche interpersonali degli Shelton con la guerra sullo sfondo, sono la trama del libro. 

“La terra d’ombra” è un romanzo sulla diversità (Laurel è creduta una strega, Hank ha una sola mano, Walter ha perduto la voce), il pregiudizio, la solitudine, ma anche sull’impossibilità di sfuggire al proprio destino. A Faulkner sarebbe piaciuto. 

Angelo Cennamo

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