DI SECONDA MANO – Chris Offutt

Una donna divorziata, senza nome, se ne va in giro su una Chevy scassata come la sua vita, insieme alla figlia piccola dell’attuale compagno, anche lui divorziato. Per regalarle una bici, la donna è costretta ad impegnare l’unico bene di valore che possiede: un paio di stivali di pelle di struzzo.

Un uomo anziano sposa una donna giovanissima. La rocambolesca luna di miele dei due, tra cavalli e pistole, ricorda una di quelle storie texane di Hap e Leonard. 

La moglie annoiata che monta in macchina e viaggia senza una meta non ha ancora fatto i conti con il suo matrimonio finito, e forse neppure con se stessa. Che ne sarà di Darla d’ora in avanti? E del ragazzo tradito dalla fidanzata che finisce per errore in un privé di gay?

I personaggi del nuovo libro di Chris Offutt – “Di seconda mano”, in uscita in Italia l’8 luglio, prima che negli Stati Uniti – sono tutti così: disperati, afflitti, delusi dall’amore e dal prossimo. Vite precarie, logorate nel corpo e nell’anima, consumate dall’illusione, dalla sfiga, attese da un futuro incerto e poco rassicurante. Tutte le famiglie infelici sono infelici allo stesso modo negli undici racconti brevi di Offutt. Il ritratto di un’America che ha smesso di inseguire il sogno e dove perfino l’apparenza non inganna più nessuno. Il minimalismo ruvido dello scrittore di Lexington è quello dei libri migliori: “Nelle terre di nessuno”, “Country dark”, il più recente “Le colline della morte”. I luoghi fanno la differenza: puoi togliere Offutt dal Kentucky ma non puoi togliere il Kentucky da Offutt. L’ho già scritto? Lo ripeto.

Angelo Cennamo

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BLU COME TE – Benjamin Myers

C’è del marcio nello Yorkshire. 

Di Benjamin Myers, scrittore e giornalista di Durham – Regno Unito – in Italia si sa poco: una sola apparizione in libreria lo scorso anno con “All’orizzonte”. Nient’altro. In questi giorni Myers ritorna con un romanzo uscito in UK nel 2016 e tradotto da Tommaso Pincio per Bollati Boringhieri. 

Manca poco al Natale e in un paesino della campagna inglese scompare misteriosamente la quindicenne Melanie Muncy, figlia di un ricco possidente della zona. A seguire il caso, su fronti diversi, sono il detective Jim Brindle e il giornalista Roddy Mace. Brindle, che lavora alla Cella Frigorifera, l’élite della Omicidi della capitale, è maniaco dell’ordine, un paranoico, uno di quelli che prima di uscire di casa spegne accende e rispegne il gas venti volte. Mace, invece, dalla City è fuggito per rintanarsi in una redazione di provincia. Perché? Fin dal primo incontro i due non si vanno a genio, ma per colpa di Brindle che non brilla di certo per simpatia. 

Il terzo protagonista della storia è Steven Rutter, un vicino di casa dei Muncy, un uomo solitario, cresciuto con una madre disinibita, padrona, che quando lui era bambino, senza pudore, lo costringeva ad assistere a sfrenate performance sessuali con tutti i maschi della zona per avere in cambio piccoli favori. 

L’indagine di Brindle si rivelerà più difficile del previsto e l’ostracismo della polizia locale che lo scorbutico poliziotto londinese attirerà su di sé, non gioverà alla soluzione del caso. 

Brindle. Mace. Rutter. Così diversi così uguali. Cosa li unisce? La solitudine. Nel giorno di Natale non c’è nessuno che li aspetti. Nessuno che chieda loro: dove sei? Quando torni a casa?

C’è un quarto protagonista, non è un uomo né una donna ma una moltitudine: gli abitanti delle valli dello Yorkshire sembrano legati da una inspiegabile e sinistra omertà. Nello sviluppo della storia ci imbattiamo in strane collusioni, possibili depistaggi, imprevedibili reti di protezione.

La dicotomia metropoli/ progresso/campagna/arretratezza, unitamente alla desolazione dei luoghi, perfettamente ricostruiti, è l’altra traccia di questo noir, ben congegnato e scritto magnificamente, senza virgole (Myers usa solo punti e qualche punto e virgola) né virgolette nel discorso diretto. Ottima anche la traduzione di Tommaso Pincio. 

Angelo Cennamo

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MONOGAMIA – Sue Miller

Sue Miller è nata a Chicago, in quel Midwest che alla letteratura americana ha dato e dà ancora tanto. Una decina di romanzi tradotti in oltre venti paesi, riconoscimenti vari, cattedre di scrittura creativa dall’Amherst College – quello di Foster Wallace – alla Boston University, una buona fama di “matrimonialista”, la Miller torna in libreria (dal 28 giugno) con “Monogamia” – “Monogamy”, viva i titoli originali – edito da Fazi con la traduzione di Martina Testa (riecco Wallace). 

Ancora una volta è la famiglia il punto di osservazione, il laboratorio dentro il quale si sperimentano le dinamiche di una piccola comunità, in questo caso del New England, tra gli anni Settanta e i Duemila. Graham, uomo massiccio e di grande vitalità, amante della buona tavola e del vino soprattutto, ha una libreria indipendente, ben avviata, riferimento di scrittori e intellettuali per reading, presentazioni e altri eventi culturali. Sua moglie Annie, minuta e dall’indole solitaria, fa la fotografa e sta per inaugurare la sua prima mostra dopo una lunga pausa. Trent’anni insieme, due figli, Lucas e Sarah, il primo nato dal precedente matrimonio di Graham con Frieda, e una vita tranquilla, piccolo borghese, di provincia. Insomma, Graham, Annie e i loro figli sono una famiglia come tante. La vicenda raccontata dalla Miller prevede un prima e un dopo. Il prima e dopo è legato alla morte di Graham, che scopriamo a un terzo della storia ma non si tratta di spoiler dacché è la stessa sinossi del romanzo a dircelo. La descrizione del trapasso, tre o quattro pagine, ci riporta alla Didion de “L’anno del pensiero magico”: l’impotenza, il dolore, l’accettazione. 

Graham è bello e grosso non solo fisicamente; la stazza della sua anima, le sue curiosità, le parole, gli abbracci, le risate, i calici di vino levati per brindare a questo o a quello scrittore, riempiono tutto il romanzo, lo riempiono da vivo e anche da morto. Graham è tante cose ma è soprattutto un marito infedele.

L’altro tema del libro è la famiglia allargata, i matrimoni dai quali, di fatto, non ci si libera mai. Gli amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, dice il poeta, ma gestirli diventa complicato, e se agli amori dormienti si aggiunge una nuova amante, i vertici e i vortici del sentimento, l’overloving, non si controllano più. L’assenza di Graham è una lunga sequenza di stati d’animo, verità nascoste, confessioni inaspettate. L’elaborazione del lutto è la terza traccia del romanzo: Sue Miller sa entrare in ogni piega, in ogni battito, in ogni silenzio, Sue Miller scava. Nel nuovo tempo di Annie non c’è odio né rancore, c’è il vuoto. Non basta una vita per cancellarne un’altra. 

Angelo Cennamo

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MORTE E VITA DI BOBBY Z – Don Winslow

Nel 1997 Don Winslow non ha ancora pubblicato la parte migliore della sua bibliografia: la serie del narcotraffico con Art Keller protagonista (“Il potere del cane” – “Il cartello” – “Il confine”), il dittico sul surf con Boone Daniels (“La pattuglia dell’alba” – “L’ora dei gentiluomini”), la miniserie di Frank Decker, opere singole come “L’inverno di Frankie Machine” e “Corruzione”. 

Eppure di tutti questi libri “Morte e vita di Bobby Z” – tornato in libreria nel 2021 con HarperCollins – ne contiene le prime tracce, le avvisaglie, i prodromi: insomma Don Winslow sta per diventare Don Winslow. 

Tim Kearney rischia una condanna a vita. La DEA gli propone un accordo: fingere di essere il leggendario Bobby Z per arrivare allo scambio con un agente che un noto criminale tiene prigioniero. Tim ha un passato da marine di tutto rispetto, o quasi, ma da delinquente di cazzate ne ha fatte tante, anzi troppe. Diciamolo pure: Tim è un coglione e lui sa di esserlo. Ora però la sua vita è giunta a un bivio. È un bivio pericoloso, certo, ma adesso Tim ha un’alternativa “Posso tornare in galera e finire sicuramente ammazzato, o impersonare Bobby e finire probabilmente ammazzato. Scelgo la numero due, decide”.

Tutto quello che accadrà da qui alla fine del romanzo “è” il romanzo. Tim in poco tempo dovrà calarsi nel personaggio, sondare e smascherare doppiogiochisti, farà sesso con una donna che dalle sue parti, nel carcere di San Quentin, se la sarebbe sognata o al massimo l’avrebbe vista in una foto su un armadietto, diventerà il padre di un bambino coraggioso con il quale, come il Benigni de “La vita è bella”, fingerà di giocare alla guerra. Si corre, si spara, si ride. Don Winslow è il re del crime.

Angelo Cennamo

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NEMESI – Philip Roth

“Everyman”, “L’indignazione”, “Umiliazione”, “Nemesi” sono i quattro capitoli delle nemesi che chiudono la prodigiosa, irripetibile carriera di Philip Roth. 

“Nemesi” esce nel 2010. La sua brevità – poco più di centottanta pagine – si concentra su tre temi essenziali: l’epidemia di polio che colpisce la comunità di Newark nel 1944; la rettitudine e i sensi di colpa di Bucky Cantor, il ventenne protagonista della storia; l’odio di Bucky verso Dio, colpevole di averlo privato prima di sua madre morta durante il parto, poi dei suoi allievi colpiti dalla pestilenza, della propria integrità fisica, infine dell’amore incondizionato di Marcia, un tempo sua promessa sposa. 

Bucky è un giovane atleta, animatore di un campo giochi. Scartato dall’esercito per un problema alla vista, decide di combattere la sua guerra privata prendendosi cura di un gruppo di bambini. L’inutile fuga da Newark per raggiungere Marcia, costringerà Bucky a fare i conti con sé stesso e con l’Altissimo, che giudicherà unico colpevole di quella inarrestabile spirale di morte.

Quanto ci sia di Roth nel giovane ribelle di Newark è difficile dirlo: tutto o niente, Roth non smette mai di giocare con la verità. “Nemesi” è l’ultimo libro di Philip Roth, un congedo doloroso e poetico nel quale, nonostante tutto (i capolavori di Roth sono altri), ritroviamo molti pezzi del dna rothiano: l’infanzia nella città natale; l’amore perduto; la ribellione alla religione ebraica; la forza incontrastabile del destino. 

Angelo Cennamo

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EDEN – Sara Bilotti

Silvia e Giulia sono due sorelle. La morte dell’una, per suicidio stando alle conclusioni della polizia, desta nell’altra più di un sospetto. Silvia è stata assassinata? E da chi?
Quattro anni dopo “I giorni dell’ombra”, Sara Bilotti torna in libreria con un romanzo che segna un percorso nuovo, di maturazione e consapevolezza. “Eden” porta con sé i tratti tipici dell’universo narrativo della Bilotti ma nel contempo si arricchisce di altre dimensioni, più espanse e armoniche.

A occhio, due sembrano i numi tutelari di questo progetto: il Milton del “Paradiso perduto” e la Tartt di “Dio di illusioni”, la storia thriller che l’autrice americana dalla penna lenta ha ambientato in un college del Vermont. Nessuna trasposizione, sia chiaro, ma nell’inquietante figura di Julian Morrow non è impossibile riconoscere quella di Gabriele Giordani, il professore di estetica intorno al quale ruota una delle trame del libro. Eden è il nome della villa dove Giordani nasconde i suoi segreti e dove la storia prende corpo. Silvia e Giulia, dicevo. A legarle ora è una lunga lettera, il corsivo che funge da voce narrante, la linea che unisce tutti i punti di questo thriller psicologico o page turner se preferite, dal finale per nulla scontato.
Angelo Cennamo

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IN GUERRA PER GLORIA – Atticus Lish

Parlare di Atticus Lish – Lish non Finch, quello è il protagonista de “Il buio oltre la siepe” – aggirando la figura di suo padre Gordon, editor leggendario, scrittore, direttore di riviste importanti, quasi alter ego di Raymond Carver, è praticamente impossibile. Nella carriera del figlio, Gordon è indubbiamente una figura ingombrante, un’arma a doppio taglio, e se Atticus lo cita nei ringraziamenti del suo secondo libro per “il sostegno finanziario ricevuto per questo progetto” (solo finanziario?), ne si può comprendere la portata.

Con “Preparativi per la prossima vita”, romanzo d’esordio del 2014, Lish aveva ben figurato raccontando la relazione tra un reduce dall’Iraq e un’immigrata clandestina del Texas, sullo sfondo di una New York tetra, multietnica, ancora scossa dall’11 Settembre. “In guerra per Gloria”, uscito sei anni dopo, risfiora il tema dell’esercito e dell’arruolamento, ma a combattere, in questo caso, è un ragazzino della periferia di Boston, costretto a diventare adulto prima del tempo per via della malattia di sua madre. Gloria è una donna single, aspirante scrittrice. Prima di trasferirsi stabilmente in un sobborgo di Boston, lei e Corey traslocano da un posto all’altro dormendo spesso in macchina. Il terzo protagonista è Leonard, il padre assente di Corey. Nella prima parte della storia, Leonard compare ogni tanto; fa la guardia giurata al MIT e studia fisica. Nonostante tutto, flirt lesbo compresi, Gloria continua ad amarlo, ma c’è qualcosa che impedisce ad entrambi di comportarsi come una vera coppia. Quando Gloria scopre di essere malata di SLA, il suo ruolo e quello di Corey si ribaltano e il racconto cambia direzione: Corey diventa genitore, Gloria sua figlia. Per due terzi almeno, il  romanzo è un piano sequenza delle giornate di Corey; tante, forse troppe: la scuola (male), gli amici (uno solo), i lavori saltuari, le arti marziali, il rapporto con Leonard, che Corey chiama per nome. L’aggravarsi della malattia della (quasi) compagna, spinge Leonard a rientrare in famiglia. Cambiano a questo punto le dinamiche; vecchie ruggini finiscono per alimentare incomprensioni, e lo scontro, anche violento, tra padre e figlio si aggiunge alle altre tracce del racconto.

Corey è un bel personaggio, a metà tra Augie March di Bellow e Shuggie Bain di Stuart. Non altrettanto sua madre Gloria, i cui tratti (malattia compresa) obbediscono a uno stereotipo femminile del quale si è abusato forse troppo nella letteratura di questi anni. In conclusione, cosa aspettarsi da “In guerra per Gloria”: un buon romanzo di formazione, in alcuni momenti commovente in altri noioso e prolisso; il ritratto fedele di un’America dimenticata, tradita, fuori dai radar. La scrittura di Lish ne è decisamente la cosa migliore, lo sviluppo della trama la meno riuscita.

Angelo Cennamo

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TRUST – Hernan Diaz

Hernan Diaz, scrittore argentino ma newyorchese di adozione, nel 2018 si è imposto all’attenzione del grande pubblico – americano e non solo – con un romanzo odisseico intitolato “Il falco”, finalista al Pulitzer e al Pen/Faulkner. 

Con “Trust”, in uscita in questi giorni con Feltrinelli e con la traduzione di Ada Arduini, Diaz ci conduce nel mondo di Wall Street al tempo del tragico trapasso. 

I protagonisti di questa storia, molto sfaccettata e con un’architettura narrativa davvero ingegnosa, sono i coniugi Andrew e Mildred Bevel. Andrew è un ricco uomo d’affari sopravvissuto miracolosamente al crollo della borsa. Sua moglie ci viene descritta come una donna erudita, cresciuta in Europa, dai nervi fragili, dedita alla filantropia. Ma fate attenzione: della storia di Andrew e Mildred non esiste una sola versione, ce ne sono quattro, fintamente scritte da mani diverse, con toni e registri differenti gli uni dagli altri.

Difficile individuare l’inizio di tutto (una data, una stagione), perché l’andirivieni temporale al quale ci sottopone Diaz è uno dei tratti di quella geniale architettura che ho citato prima. Sarebbe più corretto allora andare a ritroso, partire dal tempo più recente, dagli anni Cinquanta dello scorso secolo per poi risalire ai prodromi, ai primi avi della gloriosa casta dei Bevel. Per cancellare l’infamia, rimediare alla “immondizia piena di calunnie”, alla “diffamazione dettata da opportunismo”, al discredito procuratogli dal libro di Harold Vanner “Fortune”, Mr. Bevel, prima prova a fornire ai lettori una propria versione dei fatti, depurandoli da ogni mistificazione o menzogna, poi incarica una sua dipendente di origini italiane, Ida Partenza, di riscrivere il libro di Vanner affiancandola nella difficile stesura del testo. Ma è solo a seguito della morte di Bevel che torna alla luce il diario segreto di Mildred, l’ultimo pezzo, la parte mancante, la più credibile dell’intera narrazione. Chi è stato veramente Andrew Bevel, uno spregiudicato arrampicatore sociale o un finanziere di talento? Quattro opzioni per questo prisma letterario di in cui è la struttura ancor prima delle trame a sorprenderci e a guidarci nei labirinti di ogni singola storia. 

Angelo Cennamo

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LE TERRE INGRATE DI ANNIE PROULX

Elk Tooth è un paesino sperduto del Wyoming, se esista per davvero o si tratti di un luogo immaginario come la Holt di Haruf questo non lo so. Intorno ai suoi tre bar Annie Proulx fa ruotare le undici storie che compongono il libro – con altre due raccolte fa parte della c.d. trilogia del Wyoming – uscito la prima volta negli Usa nel 2008 e rilanciato in Italia da minimumfax. Almeno sei o sette di queste storie sono incantevoli, altre un po’ meno. 

La Proulx, che è arrivata alla scrittura in età abbastanza adulta, oltre i cinquanta, come la sua collega Elizabeth Strout, passa per un’autrice particolarmente attenta, meticolosa nella ricerca e nello studio della lingua, dei dialetti, dei luoghi dove ambienta i racconti e i romanzi (con “Avviso ai naviganti” nel 1994 si aggiudicò sia il Pulitzer che il National Book Award). Il legame tra i suoi personaggi e la natura circostante è viscerale, indissolubile, un tratto essenziale e riconoscibile delle narrazioni. 

Il Wyoming di Annie Proulx non è un luogo dell’anima: esiste, e non ha – non ha mai avuto forse – nulla di epico. Sarà anche una terra leggendaria (per altri) ma ferma al passato, bruciata dalla siccità e con uno sguardo disincantato sul futuro. Quanta umanità e quanta bellezza.

Angelo Cennamo

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IL CASO ALASKA SANDERS – Joël Dicker

Non date retta a chi vi dice che Joël Dicker non è un bravo scrittore. La letteratura è fatta di tante cose, è vero, ma nessuna di queste viene prima dell’intrattenimento: se non intrattiene, un romanzo ha fallito. Di cosa parliamo quando parliamo di Joël Dicker, bestsellerista svizzero tornato in libreria con “Il caso Alaska Sanders” – duecentomila copie vendute in meno di una settimana. Parliamo di un autore capace di intercettare i gusti di un lettorato ampio, soprattutto giovanile, coniugandone la parte alta con quella più popolare. Dicker è uno scrittore pop, inutile storcere il naso. Nei suoi romanzi non ci sono astuzie né acrobazie linguistiche, la sua prosa è architettura più che “decorazione di interni”. Dicker non si scrive addosso, non si arrampica sulla grammatica dei colti per esibire latinismi o citazioni shakespeariane; va dritto al punto: storia-personaggi-ambiente. Dicker è l’Ikea della narrativa: in quello che scrive conta prima di tutto la funzione, poi lo stile. Il New England che usa da sfondo delle trame è perfino più vero del New England reale perché lui – scrittore svizzero – è un amplificatore dell’America. Ogni cosa nei libri di Dicker è esageratamente, maniacalmente americano. “Il caso Alaska Sanders” contiene un’infinità di stereotipi sulla cultura yankee, ma ciò che sorprende è che non si tratta di clichè finti: tutto è assolutamente e inspiegabilmente credibile. Uuuh! I romanzi di Dicker sono dei bei posti, disse una volta Sandro Veronesi. Vero. Entrarci è un po’ come andare al cinema o stare sul divano a vedere una fiction tv. Non scrive romanzi, scrive sceneggiature, dicono i suoi detrattori, ignorando che la letteratura si nutre di altri linguaggi. E meno male. 

Non mi addentrerò nell’ingarbugliatissimo meccanismo giallo, dico solo che fino alle ultimissime battute del romanzo il caso di Alaska Sanders rimane aperto, anzi apertissimo, e la giostra dei suoi personaggi non smette mai di girare vorticosamente, prima in un verso poi in un altro, tenendo il lettore inchiodato alla storia come nella tradizione dei migliori page turner.  

Dicker muove le pedine con cura e precisione – date, eventi, circostanze – su diversi piani temporali e non fa mancare riferimenti anche agli altri due romanzi della semi-serie di Goldman: “La verità sul caso Harry Quebert” e “Il libro dei Baltimore”. È necessario aver conosciuto le trame precedenti per comprendere appieno il nuovo romanzo? No, ma fossi in voi inizierei da lì. “Il caso Alaska Sanders” è una storia di ricatti e di errori giudiziari. Il doppio fondo dello scrittore che indaga per scrivere il suo libro è una traccia costante, la trovata migliore del mood Dicker, e il risultato appare magnifico: tra “Twin Peaks” e “Dio di illusioni di Donna Tartt”. Bello davvero.

Angelo Cennamo  

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