INFINITE JEST COMPIE 25 ANNI

Lo scherzo infinito di David Foster Wallace compie 25 anni. Quando uscì negli Usa, il 20 luglio del 1996, Wallace aveva già pubblicato due libri importanti: nel 1987 “La scopa del sistema”, la rielaborazione in forma di romanzo della tesi di laurea in filosofia, nel 1989 “La ragazza dai capelli strani”, la raccolta di racconti che lo aveva consacrato tra gli astri nascenti della nuova letteratura americana. 

Pietra miliare del realismo isterico o, se preferite, del massimalismo argomentativo, “Infinite jest” non è solo uno dei romanzi più significativi del postmodernismo americano, ma un affresco a volte esilarante a volte feroce della società dell’intrattenimento e di un’umanità votata a qualunque forma di dipendenza. Un libro impegnativo – non alla portata di tutti, più citato che letto – che richiede uno sforzo di concentrazione maggiore rispetto alla media sia per i contenuti che per la mole – nella versione italiana pubblicata da Einaudi 1280 pagine con circa 400 note a margine, parte integrante del testo – ma dopo averlo affrontato in ogni sua piega, dopo averlo amato e odiato, dopo essere stati tentati di abbandonarlo magari a pagina 30, vi ritroverete lettori migliori e orfani di una letteratura che non ha eredi. 

Angelo Cennamo 

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VECCHIE CONOSCENZE – Antonio Manzini

Non è semplice incontrare Antonio Manzini se non gli sei amico o se con lui non hai rapporti di collaborazione o di lavoro. Manzini è un eremita, vive rintanato in una specie di ranch nella campagna romana, tra cani e cavalli. Legge, scrive, poco altro. La promozione del nuovo libro passa attraverso sei, sette al massimo, appuntamenti programmati con l’editore, sempre lo stesso: Sellerio. Manco a dirlo, il SalerNoir Festival era uno di quelli concordati per il 2021. Un’occasione più unica che rara. Manzini. Proprio lui, il papà di Rocco Schiavone. Nella dedica che mi ha fatto al ristorante, nel corso della cena, ha scritto testuale: “Per Angelo. D’altronde…”. Chi conosce il manziniano sa che questa parola, “d’altronde” o “daltrondismo”, fa parte del suo repertorio di intrattenitore, di One-man-show. Sì perché Manzini, quando presenta i suoi romanzi, nelle sei o sette date che gli vengono imposte in un anno, non una di più, non ha bisogno di interlocutori o relatori: fa tutto da sé. Parla del più e del meno – mai del libro. Ricorda il maestro Camilleri, cita il suo editore, racconta le gag con l’attore Marco Giallini, ride e fa ridere chi gli sta intorno, svela, torna serio, fa lunghe pause alla Celentano, guarda nel vuoto, simula timidezza, si incupisce, poi esplode in un sorriso. D’altronde. E che vor dì? D’altronde è una supercazzola di sole tre sillabe che serve a disorientare l’assillante di turno, il polemico, il contestatore che cerca sponde, il rompicoglioni. D’altronde è la parola magica per farla finita, per non dare adito, per sviare, per assecondare senza dire di sì e senza dire di no. “Vecchie conoscenze” di una lingua che si adegua, ammicca, scardina. Mm. E se ci fossero parole migliori? Sticazzi.

Angelo Cennamo

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PANICO – James Ellroy

James Ellroy picchia sui tasti di una vecchia macchina da scrivere: non ha pc, non ha internet, neppure un telefono cellulare. Sua madre fu assassinata quando lui aveva dieci anni. Era il 1958. Il tempo del romanziere è fermo a quel giorno: tutte le vittime sono sua madre, l’America degli anni Cinquanta è la scena del delitto.  “Ho trascorso ventotto anni in questo buco infernale. Ora mi dicono che scrivendo le memorie delle mie disavventure potrei uscirne”. A parlare è Freddy Otash. Freddy è un poliziotto corrotto, poi un investigatore privato esperto in estorsione, che tiene in pugno mezza Hollywood. Freddy Otash è un uomo morto. Morto nel ’92. “Faccio di tutto tranne l’omicidio. Lavoro per chiunque tranne i comunisti.”
La gente è avida di notizie, vuole conoscere segreti e vizi dei vip: politici, star del cinema, giornalisti, sbirri – “L’America non è mai stata innocente” – Otash spia, ricatta, e spiffera tutto al “Confidential”. Nel tritacarne finiscono tra gli altri John Kennedy, Marlon Brando, Rock Hudson, James Dean – personaggio che Ellroy ha sempre disprezzato: “Mi sono divertito a pisciarci sopra” ha raccontato in un’intervista. “C’è il Peccato e il Perdono, stronzi. Non c’è nient’altro”, è una delle mille frasi da sottolineare. Una notte di capodanno Freddy Otash incontra Liz Taylor. Occhio a questa sequenza, da sola vale il prezzo del romanzo: “Liz allungò un braccio sullo schienale del divano. Il vestito scese più giù del reggiseno. Ci fissammo negli occhi e il resto della stanza scomparve….Ci mettemmo nudi. Eravamo ben fatti: lei aveva un paio di tette stratosferiche, io una dotazione da rovinafamiglie. Eravamo il meglio assoluto a Los Angeles, intorno al ’53”. Si intitola “Panic”, “Panico” nella versione italiana, l’ultima storia che il Dostoevskij americano ha dato in pasto agli avidi lettori di crime. Leggere Ellroy è faticoso: ritmo vertiginoso, frasi brevissime, molti punti, qualche virgola di tanto in tanto, un miliardo di personaggi che entrano ed escono dalla storia. L’amore di Otash per “Pertica”, un transessuale che sfiora i due metri, poco più che adolescente, e che gli consente solo pomiciate, è una delle tracce più interessanti. Otash che ingolla Old Crown, Otash devastato di dexedrine, Otash che ha perso il senso del limite, Otash che arresta l’insopportabile James Dean “era di qualche posto del cazzo dell’Indiana”. “Panico” dà la sensazione di somigliare ad altri romanzi di Ellroy, ma è solo una sensazione: prestando la giusta attenzione nella lettura (non è facile) vi renderete conto che si discosta dal resto della sua produzione per struttura (essenzialmente una commedia), per lingua – oscena e tagliente come sempre, ma più colta, ricca di allitterazioni – per senso dell’humor. Insomma siamo distanti da opere come “American Tabloid” o “Perfidia”, “Panico” è piuttosto un libro religioso oltre che satirico: la cornice della storia è il purgatorio, il protagonista un peccatore alla dannata ricerca di redenzione.

Angelo Cennamo

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TREVI, IL PREMIO, LA NOIA

Comincio dalla fine: il premio Strega se l’è aggiudicato il bel romanzo di Emanuele Trevi, una storia di ricordi e di amicizia, la migliore della cinquina in gara – non ci voleva molto – ma non dell’intera edizione: “Sembrava bellezza” di Teresa Ciabatti avrebbe meritato più di “Due vite”, per tante ragioni – ne ho scritto su Telegraph Avenue. Per il resto, la serata della premiazione si è svolta con la solita flemma, complice forse l’ora tarda – in Italia i libri occupano al massimo la fascia notturna dei programmi televisivi. Una specie di veglia funebre radical chic di noiosi e annoiati scrittori e affini, intervallata dai filmati di quattro bimbi inconsapevoli, potenziali lettori forse di altro, che giocano ad indovinare il contenuto dei romanzi che si contendono il premio. Guardo lo scatto rubato a Sandro Veronesi, quest’anno presidente di giuria, e penso a quella frase di Umberto Saba: La letteratura italiana è secoli di noia.

Angelo Cennamo

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HOLIDAY – Stanley Middleton

Edwin Fisher è un giovane docente universitario in vacanza in una località balneare che frequentava durante l’infanzia. È da solo: Meg, sua moglie, è rimasta in città dopo l’ennesima lite. I due si sono lasciati. Nella stessa località Edwin scopre che sono venuti a villeggiare anche i suoceri. Un caso? Il padre di Meg si rivela fin da subito un bravo avvocato, un uomo saggio, astuto, proiettato, forse per deformazione professionale, alla mediazione. Mediazione è la parola chiave. La lunga e martellante mediazione dell’avvocato Vernon tra la figlia Meg e suo genero è una delle tracce essenziali di questo romanzo – vincitore nel 1974 del Booker Prize a pari merito con Nadine Gordimer. L’altra è l’assenza/presenza di Meg. Meg compare fisicamente solo nelle ultimissime pagine del libro, ma è sempre al centro di ogni pensiero o ricordo di Edwin; lei e il figlio morto, Donald. Qualcuno ha paragonato “Holiday”, forse la prova migliore del prolifico scrittore inglese Stanley Middleton, a “Stoner”, il capolavoro di John Williams rimasto sepolto per mezzo secolo prima che Anna Gavalda lo riesumasse da un inspiegabile oblio. Non ne comprendo le ragioni, a meno che la similitudine non si riferisca proprio a quella dimenticanza. Non penso neppure che “Holiday” abbia bisogno di blurb così spiazzanti per conquistarsi spazi di considerazione tra i lettori: è bello di suo. La vacanza di Edwin è leggera, appena briosa nel goffo tentativo di sedurre una giovane bagnante, sposata come lui, o di lasciarsi andare con un’altra villeggiante, anche lei sposata, ma più adulta e decisamente meno affascinante dell’altra.”Holiday” è essenzialmente un romanzo di dialoghi – perfetti, misurati – e di flashback sull’infanzia, a volte sui momenti di maggiore tensione del matrimonio. Le giornate di Edwin trascorrono senza sussulti, non accade un granchè, tutta la sua vita, del resto, al di là della tragedia di Donald, è povera di ricordi rilevanti. Eppure Edwin non percepisce la propria vita come la vita di un uomo infelice. Forse è proprio questo che rende speciale il romanzo.

Angelo Cennamo

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VOGLIA DI TENEREZZA – Larry McMurtry

Lui è quello di “Lonesome Dove” – premio Pulitzer nel 1986, il miglior romanzo western di sempre, non si offenda Cormac McCarthy – e poi “Le strade di Laredo”, “L’ultimo spettacolo” e molto altro ancora. “Voglia di tenerezza” uscì nel 1975, al cinema ebbe i volti di Shirley MacLaine, Debra Winger, Jack Nicholson, una manciata di Oscar. Da pochi giorni è tornato nelle librerie italiane con la nuova traduzione di Margherita Emo.

Siamo a Houston, sì ma non vi aspettate il Texas dei petrolieri con i cappelli da cow boy o dei conflitti razziali: qui si parla d’altro, di una vedova di Boston, sulla cinquantina, un po’ in carne ma moolto affascinante e dalla lingua tagliente, soprattutto. Il suo nome è Aurora Greenway. Aurora non ha un pretendente, ha una pletora di pretendenti: il banchiere Edward “lei lo faceva sentire piccolo piccolo” – la scenata al ristorante francese tra pagina 56 e pagina 57 è spettacolare – il generale Hector (nella versione cinematografica impersonato da Jack Nicholson) che la spia con un binocolo; l’ex tenore Alberto, costretto da un colpo apoplettico ad abbandonare le scene per vendere strumenti musicali; il vecchio Trevor, che tra un matrimonio e l’altro tenta invano l’assalto al suo primo amore “È proprio il fatto che non ti sposo a tenere vive le tue speranze. Se ti sposassi, sarei solo tua moglie. E non ci sarebbe molto da sperare, per come la vedo io”; il miliardario vergine Vernon, forse il miglior attore non protagonista: Vernon vive nella sua Lincoln Continental, parcheggiato sul tetto del Rice Hotel. “Perché frequenti questi uomini se non ti piacciono? Per sentirmi occupata”. I botta e risposta tra Aurora e sua figlia Emma sono la parte più interessante del romanzo, lungo, forse troppo lungo per non avere una trama. Aurora ed Emma, “Voglia di tenerezza” è prima di tutto la storia di una madre e una figlia, di due donne diverse o forse solo apparentemente diverse. Emma è una giovane moglie delusa ma combattiva. Sposare Flap – docente e aspirante scrittore con due soli vizi: birra e tascabili – è stato un errore, non fa che ripeterle sua madre. Aurora giudica, osserva, provoca, seduce, ma non sceglie nessuno dei suoi corteggiatori: troppo arida o troppo esperta per cedere alle lusinghe dell’amore? E se invece fossero loro, i pretendenti, a non essere all’altezza di una donna intelligente e raffinata come lei? C’è una terza donna: è Rosie, da tanti anni la domestica di mrs. Greenway. La storia di Rosie, di suo marito Rocey – anche lui ammaliato da Aurora – e dei loro sette figli “sette sviste”, è la seconda traccia del romanzo, anche questa molto lunga e parallela alla (non) trama principale. “Voglia di tenerezza” è un libro di donne e sulle donne, scritto da un autore abituato a dare voce esclusivamente a personaggi maschili che si muovono in contesti molto diversi da quelli qui raccontati, con dinamiche differenti e altri codici linguistici: insomma “Voglia di tenerezza” è una piacevole eccezione nella cazzuta bibliografia di Larry McMurtry. Le ultime pagine sono di una intensità commovente; questo fanno i grandi libri: piangere, ridere, vivere.   

Angelo Cennamo

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NELLA TANA DEL SERPENTE – Michele Navarra

“Una stecca lunga un chilometro per nove piani di altezza, milleduecento appartamenti, ottomilacinquecento stanze in grado di ospitare seimila persone e più di settecentomila metri cubi di volume” il Serpentone, lo chiamano così questo palazzo-quartiere di una periferia sgangherata di Roma: Corviale. È un crocevia di razze, etnie, mille storie diverse, soprattutto un luogo abbandonato, degradato e di difficili convivenze. Tra questi blocchi di cemento, che soffocano perfino la speranza, si consuma il delitto efferato di un giovane siriano (Nadir Bayazid). È un caso semplice: più volte Nadir era stato il bersaglio di un commerciante della zona, i cui affari avevano iniziato a girare male proprio per colpa (?) di gente come lui. Nel romanzo, Elia Desideri, questo il nome del commerciante, ha il ruolo dell’italiano esasperato ed impoverito da un’immigrazione clandestina e mal gestita che ha finito per contrapporre, senza filtri, i nuovi ultimi a quelli di prima. “Nella tana del serpente” è il secondo capitolo di una serie di legal thriller che ha come protagonista un brillante avvocato romano: Alessandro Gordiani. Gordiani è penalista come il suo inventore – Michele Navarra – è sposato con Chiara – segretaria dello studio legale – ma ha un debole per Patrizia Mori, vecchia fiamma e collega “di scrivania”. Quando se ne va in giro per Roma su una vespa bianca scassata, è  difficile non vedere su quella vespa il Nanni Moretti di “Caro Diario”. Non è un supereroe, Gordiani, anzi. La sua normalità – in Italia si contano almeno 250.000 “Gordiani” – le debolezze, i conflitti interiori, i dubbi sul matrimonio, ce lo rendono molto umano. Navarra gioca su due tavoli: il professionista capace si alterna al marito annoiato. Il resto lo fa Roma, quella bene e quella di Corviale – miseria e nobilità – la sua toponomastica, i colori, lo slang dialettale. Sì, ma chi ha ucciso Nadir? Che vi importa.   

Angelo Cennamo

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L’INVENZIONE DEL SUONO – Chuck Palahniuk

Certi romanzi si muovono su un crinale sottilissimo: basta un niente per farli cadere nella più totale inconsistenza, oppure deviarli sullo scaffale delle grandi opere. “L’invenzione del suono” segna l’attesissimo ritorno alla narrativa di Chuck Palahniuk, si legge in alto sulla copertina del libro, al centro della quale campeggia l’immagine di un volto pietrificato che lancia un urlo in perfetto stile Munch. Il nome di Palahniuk, scrittore originario di Pasco (Washington), ma trapiantato nell’Oregon, terra di minimalisti illustri – lui compreso – è legato a uno degli esordi più clamorosi della letteratura americana degli ultimi trent’anni: “Fight Flub”, romanzo cult uscito nel 1996 (l’anno di Infinte jest di Wallace). Con “L’invenzione del suono” Palahniuk ritorna ai fasti di una verve creativa che negli ultimi tempi era sembrata appannata e con pochi sussulti. Il romanzo è una gigantesca parodia e/o paranoia sulla mercificazione del dolore e sul potere dell’arte. I protagonisti sono un padre disperato per la scomparsa della figlia, avvenuta diciassette anni prima, e una nota rumorista che ha imparato a riprodurre con delle strane tecniche ereditate dal padre, suoni legati a gesti estremi.Il mio lavoro dice Mitzi Ives (questo è il nome del personaggio femminile) “consiste nel far gridare tutti nello stesso preciso istante” – il romanzo si apre con un branco di cani che ululano al passaggio di un’ambulanza. Uccidere altre donne per lei non è solo un modo agghiacciante per selezionare e rimpinguare il suo già enorme data base di nuovi suoni, ma anche una specie di conquista, un fatto politico: l’omicidio diventa il vero metro del progresso delle donne. Mitzi agisce sotto l’effetto di un farmaco chiamato Ambien, che serve a cancellare la memoria nel breve periodo: gli americani costruiscono il proprio successo sulla rimozione del passato, ricordate la lezione di Stephen King in “It”? Gates Foster (il personaggio maschile) non accetta la morte della figlia; la cerca esplorando il dark web, arriva addirittura a pagare una ragazza che le somiglia per mettere in scena una verità impossibile – il confine tra vero e falso è un’altra traccia del libro. Il mestiere che Gates Foster sogna è torturare gli uomini che torturano i bambini.Nel suo archivio, Mitzi classifica gli urli delle sue vittime come dipinti “Urlo straziante di un uomo che precipita nel vuoto…L’urlo di uomo azzannato da un alligatore”. Ma l’urlo a lei più caro è quello di sua madre, registrato dal padre su un vecchio nastro con su scritto “Traditrice sommariamente giustiziata con un punteruolo arrugginito”. Non è il dolore a produrre i risultati migliori: le registrazioni più redditizie sono collegate al suono del terrore. Palahniuk gioca d’azzardo, la sua trama è a tratti oscura, criptica, labirintica, si legge sopra le righe, tra le righe: Palahniuk lo ami o lo detesti, non ci sono mezze misure. Nel caso trovaste i suoi romanzi respingenti, non mollateli, andate fino in fondo: se non altro, migliorerete il vostro modo di scrivere, e imparerete a leggere meglio. Le storie di Mitzi e di Gates scorrono su paragrafi alternati. I due si incontreranno nella seconda parte del romanzo, quando tutto si svelerà e si ricomporrà in una verità che non distinguerete dalla finzione. Geniale e un po’ folle, il solito grande Palahniuk.

Angelo Cennamo

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DESERTO D’ASFALTO – S.A. Cosby

“Beauregard aveva una moglie e dei figli. Gestiva un’attività e andava alle recite scolastiche. Bug rapinava banche e auto blindate…Ho cercato di tenere separate queste due persone ma un uomo non può essere due tipi di bestie”. 
Red Hill è una cittadina sperduta della Virginia. Qui tutti conoscono Beauregard Montage per le sue doti di pilota e per come riesce a riparare i motori delle auto. Beauregard è un brav’uomo, un onesto lavoratore, un buon padre di famiglia. Le cose però non girano più per il verso giusto: la concorrenza, le spese che aumentano. Beauregard ha bisogno di soldi e ha poco tempo per guadagnarseli onestamente. Gli serve un piano. La soluzione è da qualche parte, vicina, nei paraggi di un passato balordo che credeva sepolto per sempre. Beauregard deve solo guardarsi dentro e ricordare un altro tempo. “Vendi la Duster”, gli ripete la moglie Kia. La Duster non si tocca, la Duster è più di una macchina, la Duster è tutto quello che gli resta di suo padre: la Duster è suo padre. Anthony Montage non lo vedrete mai comparire sulla scena, ma è lui l’altro protagonista di questa storia; la sua assenza assordante riempie il romanzo dall’inizio alla fine. Il fantasma si muove tra le parole, i ricordi, le immagini di una vita di stenti ma a suo modo felice. Beauregard lo ha visto andare via quando era ancora un bambino. Da allora Anthony non è più tornato, ma i ricordi sono macigni e il vuoto può diventare ossessione, a volte un luogo dove rifugiarsi nei momenti più terribili. “O rottami auto o le usi per scappare” diceva il vecchio Ant prima di fuggire chissà dove. “Un uomo non può essere due tipi di bestie”. Beauregard ora è davanti a un bivio, da un lato il presente, dall’altro la vecchia strada: il crimine. “Deserto d’asfalto” è il quarto romanzo di S.A. Cosby, giovane talento della Virginia scoperto e tradotto per noi italiani da Nicola Manuppelli, anima yankee di Nutrimenti e impagabile talent scout di scrittori americani (Don Robertson è il primo nome sulla lista). Il romanzo, uscito negli Usa nel 2020, ha vinto diversi premi ed è stato giudicato da buona parte della stampa specializzata come il thriller dell’anno. “Una bomba” aveva scritto Manuppelli sui social annunciandone l’uscita imminente in Italia. Aveva ragione. Cosby ha scritto un libro ben congegnato con personaggi veri, indimenticabili. Il rapporto tra Beauregard e il padre scomparso è certamente il fulcro della storia “Avresti potuto essere migliore di quello che sei, ma hai passato troppo tempo ad ammirare un fantasma”. La tentazione del male e l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, gli altri due temi al centro del racconto, potente, adrenalinico, e senza cali di tensione. Come tanti scrittori di strada – avulsi, direbbe Carlo Verdone, dalle solite conventicole, giri accademici, e incontaminati da inutili – talvolta dannose – scuole di scrittura – Cosby è arrivato alla letteratura dopo aver fatto mille mestieri: il buttafuori, il montatore di palchi, l’agente delle pompe funebri. La purezza di Cosby è un valore aggiunto. Teniamolo d’occhio.

Angelo Cennamo

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Il premio Pulitzer per la Fiction 2021 se lo è aggiudicato Karen Louise Erdrich, scrittrice e poetessa del Minnesota, con “The Night Watchman”, romanzo uscito negli Usa nel 2020 ma non ancora pubblicato in Italia. La Erdrich l’abbiamo conosciuta soprattutto grazie a due romanzi precedenti, entrambi editi da Feltrinelli: “La casa tonda” del 2012, vincitore del National Book Award, e “LaRose”, uscito quattro anni dopo. I personaggi delle sue opere sono in prevalenza nativi americani. Nel 2009, un altro suo libro “Il giorno dei colombi”, sempre edito da Feltrinelli, era già stato finalista al Premio Pulitzer per la narrativa e aveva ricevuto un Anisfield-Wolf Book Award. La Erdrich, tra le autrici più apprezzate da Philip Roth, è anche proprietaria della Birchbark Books, una piccola libreria indipendente di Minneapolis che si occupa fondamentalmente di letteratura dei nativi americani e della comunità dei nativi nelle Twin Cities.

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