NOTTE SUL NEGEV – Federica Fantozzi

 

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Di Federica Fantozzi mi ha sempre incuriosito la vocazione all’internazionalismo. Più che raccontare il proprio mondo, Federica racconta il mondo nella sua interezza, e lo fa fuori da ogni canone, schema o target precostituito. “Notte sul Negev” esce nel 2001 ed è il secondo dei quattro romanzi ad oggi presenti sul suo scaffale, dopo l’esordio di “Caccia ad Emy” e i due più recenti capitoli di Amalia Pinter, la giornalista d’assalto alla quale Federica ha affidato il pensiero e lo sguardo sull’attualità con particolare riferimento al crimine. Quattro libri diversissimi ma con una matrice comune: il viaggio, l’esplorazione. Ho già detto in diverse occasioni che la categoria di autrice noir a Federica Fantozzi le sta stretta, e che il male di cui sono intrise le sue storie non è che il pretesto per raccontare molto altro. L’intrigo, il complotto misti all’avventura sono la cifra della narrativa fantozziana. E al centro di queste quattro – per adesso – storie c’è sempre una figura femminile: leggendo “Notte sul Negev” non vi sarà difficile ritrovare nel personaggio di Camilla l’embrione, la prima versione o stesura, di Amalia Pinter. Il romanzo è ambientato in Israele, dopo l’anno 2000. Una giovane diplomatica inglese viene mandata in missione in Terrasanta alla soglia di una nuova Intifada. La trattativa di pace tra israeliani e palestinesi si è arenata a Camp David, e le residue speranze di ristabilire l’ordine sono rimesse alla visita di Amodio I, il primo Papa di colore. Gerusalemme è un incrocio di etnie composite oramai allo sbando; Fantozzi ne riproduce i colori e gli umori, sembra di essere lì. Allo stesso modo con il deserto, dove si svolge buona parte della storia; sono i passaggi più coinvolgenti del libro. Specialmente di notte, iI Negev brulica di silenzi e di versi di animali, gufi, civette: le vere sentinelle contro il male. “Notte sul Negev” è un romanzo di atmosfere prima di tutto, un viaggio in un luogo ricco di storia e di suggestioni dove la fede ha più spesso diviso anziché unito i popoli.  Le descrizioni di Federica Fantozzi sono precise, dettagliate; i retroscena dei fatti ben argomentati e documentati –  Federica Fantozzi sa scrivere. Riusciranno Camilla e il Papa ad allentare la morsa del fanatismo e dell’incomprensione? Buona lettura.

 

Angelo Cennamo

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THE OUTSIDER – Stephen King

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Può un uomo accusato di omicidio trovarsi al momento dei fatti in due posti diversi? È intorno a questa inquietante bilocazione che si dipana la trama di The outsider, il romanzo che Stephen King fa uscire nel 2018, e dal quale viene poi tratta una serie televisiva di successo.
Ma andiamo con ordine. In una cittadina immaginaria dell’Oklahoma, Flint City, viene ritrovato il cadavere martoriato di un bambino. Tutti gli indizi convergono su un insospettabile, Terry Maitland, un professore di inglese e allenatore di una squadra di baseball di pulcini, marito e padre esemplare. Il suo arresto è spettacolare: l’uomo viene ammanettato allo stadio davanti a duemila persone tra le quali la moglie e le sue due figlie. Siamo alle prime battute del romanzo. I protagonisti sulla scena, oltre Terry, sono Ralph Anderson, il poliziotto che sottopone il coach alla frettolosa umiliazione dell’arresto, e il procuratore distrettuale Samuels. Terry, allibito di fronte all’invasione di campo della polizia, non smetterà di professarsi innocente: quel giorno si trovava in un’altra città, ad un convegno letterario insieme a dei colleghi, ripreso addirittura da una televisione locale. Ma come spiegare allora le impronte e le tracce del suo DNA sul luogo del delitto?
“Vi sarei grato se uno dei due mi spiegasse perché avete arrestato l’uomo che nel 2015 è stato eletto cittadino dell’anno di Flint City. È stato un errore, a cui magari possiamo porre rimedio insieme, o i vostri cervelli del cazzo sono andati in pappa?”.
A parlare è Howie Gold, l’avvocato difensore di Terry, tra i personaggi più riusciti del libro. King è ormai a proprio agio nei panni del romanziere thriller, genere che ha iniziato ad esplorare solo da qualche anno ma che gli ha già procurato dei buoni riscontri con la trilogia di Mr Mercedes. A pagina 175 però accade quello che non ti aspetti: la storia deraglia dal binario del thriller per finire su quello del Fantasy, sicuramente a King più congeniale; sì ma a che prezzo? È una cesura che di fatto dà inizio ad un altro romanzo. Chi è Terry Maitland, un impostore o la vittima di una misteriosa concatenazione di eventi? Qui King allarga lo spettro della trama tirando nella storia altre figure che si riveleranno decisive nella seconda parte del racconto. Troppa carne al fuoco, urlerà qualche simpatizzante deluso da una possibile deriva metafisica. Stavolta il Re ha toppato. Prevedibile, diranno altri, dovendo l’autore giustificare la duplice collocazione del protagonista negli attimi in cui si consuma il delitto. Qual è la verità? Leggendo il libro ciascuno se ne farà un’opinione come è giusto che sia. Ad ogni modo, The outsider è un romanzo dagli standard piuttosto alti – eviterò di fare classifiche – per qualità della scrittura – la traduzione italiana è dell’ottimo Luca Briasco – spessore dei personaggi, soprattutto per la trama, mai scontata o noiosa. È un libro avvincente nel quale non mancano riferimenti all’attualità e al sociale – Trump, la gogna mediatica, la spregiudicatezza di certe operazioni di polizia… Una storia che King forse avrebbe potuto contenere anche in quattrocento pagine anziché cinquecentoventinove e concludere con meno disordine? Può darsi. Ma avercene di romanzi così.
Angelo Cennamo
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TOPEKA SCHOOL – Ben Lerner

 

TOPEKA SCHOOL - BEN LERNER

Non so quale direzione prenderà il romanzo nei prossimi decenni. Ogni tanto qualcuno ne decreta la morte. Quello che penso è che ovunque dovesse andare, lì, in quello spazio, ci sarà Ben Lerner. Scrissi qualcosa di simile a proposito di Ali Smith e del suo “Inverno”. Topeka School è un libro ambizioso che contiene quattro storie e nessuna (vera) trama. Il senso del romanzo – a tratti saggio mascherato – sconfina oltre il perimetro del racconto, che sembra non esserci. Lerner lavora per addizione, confezionando una sorta di trattato sociologico sul linguaggio, sul suo potere mistificatorio, sulla sua degenerazione nei social. È un libro difficile, piatto, senza sussulti, in cui sono il vigore e la magnificenza della scrittura a colmare i vuoti di empatia ai quali il giovane autore del Kansas ci ha abituato.

Siamo negli anni Novanta. Adam Gordon è un eccellente studente della Topeka High School e un asso dell’oratoria pubblica. Come un novello Protagora, Adam se ne va in giro per il Paese ad asfaltare altri suoi coetanei in agguerrite competizioni di dialettica. Il romanzo di formazione di Adam si alterna a quello dei suoi genitori – Jonathan e Jane, esemplari della borghesia radical chic di sinistra – e del giovane bullizzato Darren, scritto in corsivo. Il contrasto tra l’ambiente progressista in cui è cresciuto Adam e il mondo esterno, rozzo e violento, è uno dei topoi del libro oltre che il paradigma di un linguaggio-comunicazione asimmetrico per stile e incisività. L’esperimento di Lerner è riuscito? A tratti no: non mancano momenti di noia e passaggi inutilmente astrusi che rischiano di allontanare il lettore dalle diverse trame e sottotrame. Topeka School però ha tutti gli ingredienti e le dinamiche del Grande Romanzo Postmoderno, un libro denso di parole che parla di parole e dell’uso spesso distorto che ne si fa.

Angelo Cennamo

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PATRIMONIO – Philip Roth

 

PATRIMONIO - PHILIP ROTH

 

È sempre difficile distinguere la verità dalla finzione nei libri di Philip Roth. Attraverso i suoi romanzi, lo scrittore di Newark non ha fatto altro che raccontare se stesso inventando se stesso. Patrimonio esce nel 1991. È una storia apparentemente vera, autobiografica, simbolicamente al confine tra le sue due stagioni letterarie. Scrivendo la dolorosa vicenda della malattia e della morte dell’anziano genitore, Roth smette i panni del figlio – Roth nasce come scrittore che si ribella ai valori familiari, alla tradizione ebraica, al perbenismo (Lamento di Portnoy ne è il romanzo più significativo) – e diventa padre, lui che nella vita padre non lo è mai stato.

A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dell’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”.

Herman Roth, figlio di un cappellaio ebreo, arrivato negli Usa dalla Galizia polacca alla fine dell’Ottocento, era quel che si dice un self-made man. Con la terza media era riuscito a farsi assumere da un compagnia di assicurazioni di cristiani fino a diventarne dopo qualche anno direttore generale. Il racconto in prima persona fatto dal secondogenito Philip è un viaggio nella memoria oltre che il diario della malattia; un diario dettagliato, preciso, scritto con il sarcasmo e la leggerezza dei grandi romanzieri. Non è un libro tetro, Patrimonio, ma una storia – vera o in parte vera che sia – ricca di umanità e di vita, nella quale si alternano pensieri taciuti a dialoghi strazianti. La scena in cui Herman, durante una cena, scappa al piano di sopra perché si è fatto sotto, e piange dalla vergogna quando Philip lo raggiunge in bagno, impestato dal tanfo degli escrementi lasciati in giro, per spogliarlo e lavarlo, è di una intensità unica “Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda”. Herman deve decidere se farsi asportare o meno il tumore che gli è stato diagnosticato al cervello. È un’operazione rischiosa, soprattutto per un uomo della sua età. Quanto tempo gli resta? Ne vale la pena? Pagine palpitanti, traboccanti di emozioni, le parole si alternano ai silenzi, Roth scrive anche quelli, Roth getta finalmente la maschera e dà in pasto al lettore la propria intimità, la disperazione, la solitudine di fronte alla morte. Il gran finale, l’ultimo giro di giostra. Tutto questo è Patrimonio, tutto questo è il genio di Roth.

Angelo Cennamo

 

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UN’ALTRA OCCUPAZIONE – Joshua Cohen

 

UN'ALTRA OCCUPAZIONE - JOSHUA COHEN

 

Nel suo romanzo Selva oscura, Nicole Krauss fa partire due newyorkesi di successo per Tel Aviv, alla ricerca di una nuova dimensione, sia professionale che spirituale. Joshua Cohen, giovane scrittore ebreo della East Coast come la Krauss, nel 2015 fa trasferire a New York due veterani dell’ultima guerra di Gaza dopo la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Yoav e Uri vengono occupati da David King, cugino del primo, nella sua ditta di traslochi. Negli Usa le ditte di traslochi non si limitano a spostare il mobilio da un appartamento all’altro, fanno molto altro: sbattono fuori gli inquilini morosi, confiscano beni, e non sempre con metodi leciti. Per puro caso ho letto il libro di Joshua Cohen Un’altra occupazione dopo Selva oscura. Sono due romanzi certamente diversi per trama e stile, ma asimmetricamente sovrapponibili per alcuni dei temi trattati: la fede, l’identità, le radici. “Non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo” dice un rabbino a Uri in uno dei dialoghi più appassionanti di questa storia. Lo si può dire anche degli scrittori? Nei romanzi degli autori ebrei americani la componente religiosa ha spesso un ruolo centrale, è quasi una missione, da Malamud a Roth, da Englander a Cohen. Talvolta può risultare noiosa o soffocante rispetto al resto dei fatti narrati; nel bellissimo romanzo della Krauss, a mio avviso, lo è. Il massimalismo di Cohen contiene invece maggiore dinamismo – la traduzione italiana è di Claudia Durastanti; Cohen imbastisce la sua trama sul contrasto e la similitudine. Nella prima parte del romanzo, giganteggia la figura di David King, il cugino imprenditore di Yaov, ebreo come lui, repubblicano per convenienza, ricco, alle prese con una ex moglie avida e inviperita, una figlia tossicodipendente, filopalestinese, e una capoufficio onnipresente che vorrebbe sposarselo. “Tutte le sue battaglie erano sul suo viso. Tutte le persone che era, in lotta tra loro: il re, il sempliciotto, l’uomo che si era fatto da sé, l’incompleto”. Yoav è per David il ponte con Israele, la sua madrepatria, la sua Famiglia. I due giovani soldati ebrei, che stando alle parole di quel rabbino non smettono mai di essere quello che sono, si ritrovano nella Grande Mela come due alieni. Tutta la seconda parte del racconto scorre tra il presente e i ricordi della vita militare: i check point sulle linee di confine, i turni di guardia, gli spari, i percorsi nei tunnel. Yoav e Uri oggi impacchettano e spostano mobili, fanno mille incontri, ma non hanno smesso di essere due soldati, e presto si accorgeranno che quella nuova occupazione non è poi tanto diversa dalla guerra che hanno combattuto.

Angelo Cennamo

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STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – IAN REID

 

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI - IAIN REID

Due fidanzati viaggiano in macchina su una statale sperduta e indefinita degli Stati Uniti. Sono diretti alla fattoria dei genitori di lui. Lui è Jake, ragazzo dotato di grande intelligenza e molto colto. Alto, magro, introverso. Lei, voce narrante della storia, non ha nome. L’incontro con i genitori di Jake è surreale. La coppia non sembra essere in casa. Poi compare sulla scena in un’atmosfera quasi spettrale. Nella casa si respira una strana aria. La ragazza è a disagio. Nel viaggio di ritorno la tensione comincia a salire. Il paesaggio è desertico, nevica. Il racconto è una sequenza di pensieri e di osservazioni sulla personalità di Jake e sul futuro di quella relazione ancora incerta. Nelle ultime cento pagine, la svolta clamorosa. I due si fermano davanti ad una scuola abbandonata. Jake scende dalla macchina e sparisce nel buio. La ragazza si mette sulle sue tracce, lo cerca tra i lunghi corridoi di quella scuola che subito ci appare spaventosa. Inizia l’incubo. Inizia il thriller. Iain Reid è un giovane scrittore canadese, Sto pensando di finirla qui il suo romanzo di esordio dal quale è tratto l’atteso film di Netflix per la regia del premio Oscar Charlie Kaufman. Il libro di Reid cancella il confine tra mainstream e letteratura di genere, è una storia semplice, con due soli personaggi ma  densa di suggestioni, ipnotica, con una conclusione sorprendente che dilata il tempo e l’identità dei protagonisti. La qualità della scrittura è eccellente, così come la costruzione della trama: partenza in sordina, poi un crescendo di emozioni, dubbi, ipotesi che nel finale si riveleranno infondate. Tra Stephen King e il cinema di Stanley Kubrick.

Angelo Cennamo

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GLI ESTIVI – LUCA RICCI

 

GLI ESTIVI - LUCA RICCI

 

“Chi ama non dovrebbe mai sposarsi, o chi si sposa non dovrebbe mai amarsi” è il senso in un tweet de Gli estivi, secondo capitolo, dopo Gli autunnali, di una futuribile quadrilogia che espone Luca Ricci nel ruolo di miglior matrimonialista della letteratura italiana. Al centro della storia – raccontata in prima persona da un funzionario Rai che ha così tempo libero da concedersi una seconda attività di scrittore, c’è una coppia di ultracinquantenni con un matrimonio ormai spento, noioso. Il romanzo, ambientato perlopiù sul litorale del Circeo e nel traffico della Pontina, si apre con un colpo di fulmine in una notte di stelle cadenti. In Trascurate Milano un uomo adulto si fa sedurre da una ragazzina tra i vagoni della metropolitana. Memorie di un sottosuolo vibrante e spregiudicato che sovverte l’ordine e la moralità della superficie. Ne Gli estivi il romanziere senza nome e senza idee perde la testa per un’adolescente in vacanza con delle amiche “Un desiderio che non aveva espresso, esaudito da una stella che non aveva visto cadere”. È un amore platonico, immaginato, fatto di sguardi, pensieri sconci e messaggi senza risposta. Un inconfessabile appuntamento con la fantasia che si ripete estate dopo estate, con lei che nel frattempo arriva a sposare un uomo perfino più adulto di lui. Lo scrittore senza nome ci fa venire in mente il Dorigo di Buzzati, la sua paura di invecchiare, l’incapacità di vivere la normalità familiare dei suoi coetanei. C’è sempre un po’ di Buzzati nelle trame di Ricci, il Buzzati migliore, quello malinconico, solitario, sopraffatto dal rimpianto. Lui, lei, l’altro. L’altro è Lello Annibali “…pubblicava i miei romanzi ed era il mio vicino di casa al mare, scapolo impenitente quanto goffo, segnato da palesi contraddizioni: misantropo con pose da viveur, Don Giovanni afflitto da impacci cronici“. Annibali è il vincitore morale del romanzo; ha il ruolo che ne Gli autunnali fu di Alberto Gittani: la sponda perfetta del protagonista, la voce della sua coscienza immatura, fragile, incompiuta. Solo, nostalgico, lussurioso – la scena di lui che se ne va in giro a promettere schede telefoniche a delle minorenni in cambio di sesso, è esilarante: Annibali ricorda il Sabbath di Philip Roth. Ma il suo personaggio serve a Ricci soprattutto a dare corpo e voce ad un’editoria di qualità che nel nostro paese sta andando alla deriva. Ecco l’altro tema del libro: la letteratura e tutto quello che le gira intorno. È un mondo senza speranza, orientato dai non lettori più che dai lettori, e dalle solite conventicole. Gli estivi è un romanzo sulle occasioni perdute ma anche il tributo ad un’epoca e ad una narrativa della quale Ricci si candida ad essere il giusto erede.

Angelo Cennamo

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