IL METICCIO – Federica Fantozzi

 

IL METICCIO - Federica Fantozzi

 

Federica Fantozzi è una giornalista che scrive o ha scritto per diverse testate importanti: L’Espresso, Sette, La Repubblica, Venerdì, L’Unità, Il Mattino. Nei primi anni 2000 debutta nel variegato mondo del noir con i romanzi Caccia a Emy (2000) e Notte sul Negev (2001). Nel 2017 pubblica Il logista. E’ il libro della svolta. La protagonista è Amalia Pinter, una giornalista d’assalto di un piccolo quotidiano di cronaca giudiziaria, una ragazza coraggiosa, determinata, col killer instinct, che se ne va in giro per Roma con uno Scarabeo rosso in cerca di scoop. Amalia la ritroviamo anche nel nuovo romanzo, uscito in questi giorni sempre con Marsilio editore, intitolato Il meticcio. Quanto ci sia di Federica in Amalia non saprei dirlo, magari un giorno glielo chiederò, ma  la sensazione che la cronista del Vero Investigatore rappresenti, incarni per certi versi, l’alter ego dell’autrice secondo lo schema collaudato del zuckermanismo rothiano credo sia abbastanza fondata. Anche perché Federica Fantozzi scrive storie attuali, anzi, attualissime. E’sul pezzo, come si dice nel gergo. Non sta lì a cincischiare con sentimentalismi o con vacui tormenti interiori di donne tradite, milf depresse, madri respinte da figlie anaffettive. Il meticcio, come il romanzo precedente, è una finestra spalancata sulla Roma di questi anni. La storia – almeno nella prima parte – si muove tra le stradine di Ponte Milvio, il quartiere popolare di Amalia, abitato da piccoli commercianti e baristi che resistono all’ondata globalizzatrice del divertimento chic come il Brokeland Records, il negozietto di dischi in vinile del celebre romanzo di Michael Chabon, e il centro antico, dove ha sede Il Vero Investigatore. E’ una Roma afosa, rumorosa, multietnica, caotica, che ci ricorda la città del commissario Balistreri dei romanzi di Costantini. Durante un servizio di routine all’aeroporto di Fiumicino, Amalia manda a monte un’operazione di antiterrorismo guidata dal suo amico poliziotto Alfredo Pani. Il rapporto professionale, e non solo professionale, tra Amalia e Alfredo è uno dei temi centrali del libro. Nella primissima scena, Alfredo bacia Amalia all’aeroporto, ma per ragioni che hanno poco a che vedere con l’amore. Forse. Pani sta indagando su un complicato caso di traffico di diamanti nel quale è coinvolta una sanguinaria organizzazione mafiosa nigeriana chiamata L’Ascia Nera. I nigeriani hanno stretto un patto con Cosa Nostra e mirano alla conquista dell’Europa continentale. Per realizzare i loro obiettivi si servono di giovani corrieri costretti a lunghi viaggi, molto rischiosi, sono i viaggi della disperazione che ritroviamo nelle cronache di questi tempi. Ragazzi bisognosi come Bambino, uno studente universitario disposto a qualunque sacrificio per salvare i suoi familiari dalle angherie dei clan. Amalia nel frattempo viene inviata dal giornale ad un’asta di pietre preziose dove un facoltoso imprenditore brasiliano si aggiudica un rarissimo diamante rosso. E’ qui che le strade della cronista e del poliziotto si incrociano e la storia prende corpo. Nella seconda parte del romanzo, Amalia viene addirittura reclutata come agente sotto copertura e diventa soggetto attivo, la protagonista, della pericolosissima indagine. La vicenda è intricata e intrigante. Quanto ad Amalia, è un personaggio vero, buca la pagina, prende il lettore per mano e lo trascina con sé in giro per il mondo. Nel secondo round, la narrazione cresce di tono, acquista nuovi colori, nuovi registri. Il meticcio è un romanzo di ampio respiro, scritto in Italia ma capace di affermarsi su qualunque mercato estero – lo so che è brutto collegare la parola libro alla parola mercato, ma il senso è questo. Un libro di avventure più che un noir, con atmosfere da “All’inseguimento della pietra verde”, il film di Zemeckis con Michael Douglas. Ricordate? La scrittura è sinuosa, fluida, il ritmo serrato dall’inizio alla fine. Non ci sono cali di tensione né inutili divagazioni che possano distrarre il lettore dalla trama principale, dalle sue declinazioni anche politiche e sociali – il noir, quello italiano soprattutto, è romanzo sociale. Ho divorato Il meticcio in due giorni. Sono sicuro questo libro farà molta strada.

Angelo Cennamo

 

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WONDER BOYS – Michael Chabon

 

WONDER BOYS - MICHAEL CHABON

 

Scrivere di Michael Chabon su un blog che porta il nome di un suo romanzo fa un certo effetto, una specie di conflitto di interessi, di passioni sarebbe più corretto dire. Chabon – premio Pulitzer nel 2001 con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay – è tra i migliori autori americani della sua generazione, quella venuta dopo i mostri sacri: DeLillo, Roth, McCarthy, Pynchon, Ford, Auster, Joyce Carol Oates, Stephen King. Wonder boys è un romanzo del 1995. Non vi farò l’elenco dei capolavori usciti negli Usa nel quinquennio 1995-2000 per non tediarvi e per non deprimervi, visto quello che si vede in giro da qualche anno sugli scaffali delle librerie. Dal romanzo fu tratta anche una versione cinematografica diretta da Curtis Hanson, con Michael Douglas e Tobey Maguire, e con le musiche – udite udite – di Bob Dylan. Wonder boys è il titolo del romanzo al quale lo scrittore Grady Tripp da sette anni non riesce a dare una conclusione. Lui e Terry Crabtree, il suo editore omosessuale, si sono conosciuti da giovanissimi ad un corso di scrittura superato da entrambi con un imbroglio. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata: tre libri di successo, un premio prestigioso e una cattedra all’università. Tripp non ha di che lamentarsi. Altrettanto movimentata può dirsi la sua vita privata, condita di droghe leggere, sesso sfrenato, tre matrimoni e un’amante che di mestiere fa il rettore dell’università. La sua università. La storia raccontata da Chabon parte dal blocco di Tripp sulle duemilaseicento pagine che dovrebbero formare il suo quarto romanzo, e si sviluppa in un arco temporale relativamente ristretto, durante il quale al protagonista accade di tutto, dall’uccisione di un cane al furto di un cimelio appartenuto nientemeno che a Marilyn Monroe. Una delle figure centrali del racconto è James Leer, un giovane studente di Tripp, ragazzo di grande talento, fissato con il cinema e molto depresso. Come Tripp e tutti gli altri protagonisti –  da Emily, la moglie tradita, a Sara, l’amante che confida allo scrittore di aspettare un figlio da lui – anche il ritrovato Crabtree sta attraversando un momento difficile: la sua azienda potrebbe licenziarlo da un momento all’altro. Sono degli infelici i protagonisti di Wonder boys, uomini e donne alla disperata ricerca di un approdo, di qualcuno che li salvi. Grady Tripp è un uomo profondamente solo. La sua unica famiglia è quella di Emily, la terza moglie dalla quale sta per divorziare. La giornata burrascosa trascorsa a casa del suocero in occasione della Pasqua ebraica, con i parenti di lei e con James Leer al seguito, è uno dei momenti salienti del libro. Tra Grady e Irv c’è un rapporto di profondo affetto, rispetto reciproco, complicità. Irv sa che quella riunione sarà l’ultimo convivio, che il matrimonio di sua figlia è destinato a finire. Sono pagine di grande tenerezza. Ma da qui la storia si trasforma in un vortice grottesco di sbornie, andirivieni, follie, disavventure di ogni genere che avvicinano la narrazione al capolavoro di Kerouac. Ad un tratto, i protagonisti, senza nessuna eccezione, sembrano andare alla deriva. In tutto il libro si avverte una sensazione di incompiutezza, di imperfezione. Wonder boys è un romanzo ben scritto, con personaggi di grande spessore, ma come accade per il libro scritto da Tripp – sempreché  l’intento di Chabon non sia proprio quello di sovrapporre le due storie, in tal caso si tratterebbe di un assoluto colpo di genio – il finale mi è parso un po’ pasticciato, confuso. L’unico limite di un’opera che, nel suo complesso, è davvero magnifica, divertente, bizzarra, di grande impatto emotivo.

Angelo Cennamo

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IL GIOVANE HOLDEN – J. D. Salinger

 

IL GIOVANE HOLDEN - J. D. Salinger

 

C’è un solo modo per ritornare giovani: rileggere i libri che abbiamo amato quando eravamo giovani. Ero al primo anno di università, o forse al secondo, quando mi capitò per la prima volta tra le mani Il giovane Holden di J. D. Salinger. Lo stava leggendo una ragazza che mi piaceva molto, lo confesso. Attraverso quel libro mi avvicinai alla letteratura americana. Mi avvicinai soprattutto a quella ragazza. Ma questa è un’altra storia. Ritrovare lo stesso libro alla Feltrinelli con la fascetta rossa che indicava la nuova traduzione di Matteo Colombo è stata una piacevole epifania che mi ha riportato a quei giorni spensierati, ai corsi di Diritto Privato, alle felpe colorate, le cinte da paninaro, le corse in moto fino al mare. E a lei, alla ragazza con la quale, dopo aver letto il libro, avrei diviso quasi un terzo della mia vita. Ma questa è un’altra storia. E sono due. Scrivere de Il giovane Holden – circa settanta milioni di copie vendute nel mondo dal 1951 ad oggi, uno dei libri più saccheggiati della storia della letteratura: Lamento di Portnoy di Philip Roth ne è per certi versi il sequel – è a dir poco imbarazzante. Cos’altro potrei aggiungere, io, dopo i fiumi di parole, i trattati, le tavole rotonde, i film, le ricostruzioni televisive, le analisi filologiche, che sono state dedicate a quest’opera quasi unica di Salinger, scrittore ebreo ( un marchio di qualità nella narrativa americana) timido, schivo, fotografato una sola volta fuori da un supermercato da un paparazzo che gli dava la caccia da anni? Partirò dalla fine. Il giovane Holden è un libro di una bellezza sconfinata. Andrebbe letto in tutte le scuole, andrebbe letto e riletto al mare, in montagna, in metropolitana, dai giovani ma anche dagli adulti. Chi dice che è un libro per ragazzi non ne ha compreso fino in fondo il senso e il valore. Perché questo romanzo ha riscosso così tanto successo? Perché è diventato una pietra miliare della letteratura di tutti i tempi? Me lo sono chiesto leggendo ogni singola pagina. La risposta che mi sono dato è la seguente: per la sua leggerezza. Che non è superficialità, ma è planare sulle cose dall’alto, diceva Calvino. La leggerezza che apre le porte allo stupore, perché è dalla quantità di stupore che ci regalano che si misura la bellezza dei libri. Holden Caulfield ci stupisce fino all’ultima pagina, fino all’ultimo rigo “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque”. Holden è un adolescente ribelle, malinconico, mezzo matto, le sue divagazioni aprono mondi, allargano orizzonti, ci fanno sognare. Holden è il simbolo dell’eterna giovinezza, di una gioventù che non vorrebbe mai diventare grande, di un’umanità che ha paura di decidere. E’ un tipo stravagante, Holden. Se ne va in giro per New York a chiedere ai tassisti dove vanno a finire le anatre del laghetto di Central Park quando l’acqua si gela. Quando decide di aiutare il compagno di stanza a superare la prova di inglese – l’unica materia scolastica nella quale eccelle – scrive un tema sul guantone di baseball appartenuto al fratello morto. Holden è fatto così. Coglie sempre quello che c’è dietro, i dettagli più marginali delle cose, pensa quello che nessuno penserebbe. Al museo “Potevi andarci centomila volte era sempre tutto uguale, l’unico che cambiava eri tu”. Ma di cosa parla Il giovane Holden? Semplicemente di un ragazzo di sedici anni espulso dalla scuola nei giorni di Natale, che fa di tutto per ritardare l’annuncio di quella brutta notizia ai suoi genitori. Il libro racconta il breve vagabondaggio di Holden prima del suo rientro a casa. Di scene memorabili in questo libro – se siete tra i pochi rimasti a non averlo letto – ne troverete un’infinità. Il dialogo notturno tra Holden e la sorellina Phoebe, la vecchia Phoebe, è sicuramente uno dei momenti di maggiore tenerezza. Ma tu cosa vuoi fare da grande? Chiede la saggia Phoebe al fratello in fuga. E’ la domanda che inchioderebbe chiunque al proprio senso di responsabilità, ma non quella simpatica canaglia di Holden Caulfield “Cosa voglio fare? Ricordi quella poesia di Robert Burns “Se ti viene incontro qualcuno in un campo di segale…” ecco. Immagino tanti bambini in un grande campo di segale e io che li acchiappo per non farli cadere nel precipizio. Lo farei tutto il giorno. Farei l’acchiappabambini del campo di segale”. Chatcher in the rye è il vero titolo – in italiano intraducibile – di questo meraviglioso romanzo.

Angelo Cennamo

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IL SANGUE E’ RANDAGIO – James Ellroy

 

Il sangue è randagio - Ellroy

 

L’argilla è immobile, ma il sangue è randagio” recita un verso di A.E. Housman. E’ da questo verso che Ellroy comincia a raccontare la sua storia: ottocentocinquantanove pagine fitte di avvenimenti, trame, sottotrame, personaggi di primo piano e comparse, riferimenti temporali, geografici, ricordi, proiezioni oniriche e molto altro. Leggerle è stato faticoso. Leggere l’intera trilogia, oltre duemila pagine, in meno di un mese, davvero sfiancante. Ma ne è valsa la pena. Altroché. Sei pezzi da mille si era concluso con gli assassini di Martin Luther King e di Bobby Kennedy. Il racconto riparte dall’estate del 1968. Gli Stati Uniti sembrano sull’orlo di una guerra civile. I movimenti dei diritti dei neri con le diverse sigle – United Slaves e Pantere Nere su tutti – sono in fibrillazione, la morte di King ha scatenato indignazione, tumulti in ogni angolo del Paese. Il clima è rovente. Ellroy riporta sulla scena alcuni dei protagonisti del libro precedente: l’immancabile J. Edgar Hoover – capo leggendario dell’Fbi, burattinaio di mezzo secolo di storia americana e personaggio meta-letterario figurando in almeno una decina di romanzi; Wayne Tedrow Jr – l’ex poliziotto di Las Vegas partito per Dallas per uccidere Wendell Durfee, poi spacciatore in Vietnam, ora collaboratore della mafia italiana di Carlos Marcello nonché intermediario tra il crimine organizzato e l’editore Howard Hughes; Dwight Holly, l’agente federale laureato a Yale che Hoover infiltra nei movimenti dei neri per alimentare disordini e gettare discredito sulla Causa dei diritti civili – OPERAZIONE CATTIIIIVO FRATELLO. Ma Ellroy non si accontenta di stupirci, chiede di più, ai protagonisti storici della serie aggiunge altri tre personaggi, tutti e tre di grande spessore, ben delineati, essenziali per lo sviluppo del racconto: il giovane investigatore Don Crutchfield, karen Sifakis e Joan Rosen Klein – soprannominata la Dea Rossa – due attiviste comuniste ingaggiate dall’Fbi come informatrici, due quarantenni colte, agguerrite e molto seducenti. Saranno soprattutto queste due donne a dominare il romanzo in lungo e in largo, con il loro impegno politico, sempre borderline, poco chiaro fino alle ultime pagine, e con la passione con la quale entrambe travolgeranno, in ogni senso, Dwight Holly. Karen è una donna sposata con un uomo mai nominato, ha dei figli. Gli incontri furtivi con Dwight sono una sfida pericolosa giocata sul non detto e sul reciproco sospetto. Joan è la più avventuriera delle due, mi ha ricordato anche nel nome Rose Zimmer, la regina di Sunnyside de Il Giardino dei dissidenti di Jonathan Lethem. Come Rose, Joan è una tenace idealista di sinistra, spiata, controllata per le sue idee sovversive, minoranza in una società che più di ogni altra è votata al capitalismo. Il doppio triangolo amoroso tra lei, Karen e Dwight, sarà uno dei temi centrali della storia, lunghissima, che si svilupperà tra la California e l’America centrale: Santo Domingo e Haiti. Inutile addentrarci nelle mille trame. Sono storie di violenza, di dolore, ma anche di redenzione, i cui protagonisti viaggiano come dannati alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. In questo libro tutti cercano qualcun altro. Il sangue è randagio va letto, amato, detestato, apprezzato soprattutto per una scrittura impareggiabile, cruda, diretta, moderna, addirittura poetica per quanto lontana dalla poesia. Un pugno nello stomaco. Lasciatevi colpire.

Angelo Cennamo

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L’ETA’ DI MEZZO – Joyce Carol Oates

 

L'età di mezzo - Joyce Carol Oates

 

Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione, scrive John Cheever nei suoi diari. Di misteri e di mistificazioni il libro di cui sto per parlarvi ne è pieno. Siamo a Salthill-on-Hudson, un piccolo centro poco distante da Manhattan. I suoi abitanti sono tutti ricchi, di bell’aspetto, apparentemente giovani. L’upper class americana non ancora sconvolta dall’11 Settembre e impoverita dal fallimento della Lehman Brothers. Adam Berendt è uno scultore, e come tutti gli altri residenti ha un’età indefinita: cinquanta, cinquantadue, forse cinquantatré. Corpulento, tozzo, vede con un solo occhio, se ne va in giro con un cane meticcio che ha chiamato Apollodoro, come il discepolo di Socrate. Non è un caso. Non è un caso perché Adam è un socratico, nel senso che vive secondo lo spirito dell’antica filosofia greca: è saggio, disprezza i beni materiali, e pone ai suoi amici domande scomode. Adam non sarà esattamente un bell’uomo, anzi non lo è affatto, ma possiede uno strano carisma che seduce: tutte le donne di Salthill sono innamorate di lui. Adam seduce non solo da vivo, ma anche da morto, ovvero per quattro quinti del romanzo: la Oates, infatti, lo toglie fisicamente dalla scena nelle prime pagine, facendolo morire nel salvataggio di una bambina caduta da una barca durante i festeggiamenti del 4 Luglio. Dopotutto un gesto incauto – la bambina era una sconosciuta, e di sicuro sarebbe stata salvata da qualcun altro dei numerosi gitanti sul fiume – che però trova una sua ragione, un significato profondo negli ultimi paragrafi di questo libro, uscito nel 2001, ovvero in un periodo particolarmente fecondo per la letteratura americana; negli stessi mesi infatti furono pubblicati numerosi altri best-sellers: Le correzioni di Franzen, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Chabon, L’opera struggente di un formidabile genio di Eggers, La macchia umana di Roth, Sei pezzi da mille di Ellroy, In fondo alla palude di Lansdale, tanto per citarne alcuni. Dicevo della morte di Adam. E’ da qui che la Oates dà inizio alla sua storia, lunga, densa di fatti e di personaggi, la storia di un’assenza, rumorosa, ingombrante: la morte di Adam sconvolge l’intera comunità di Salthill, è come un’infezione contagiosa, e il suo fantasma un demone che indirizza, devia le vite dei suoi amici. A cominciare da Marina Troy, la libraia che non ha fatto in tempo a dichiaragli il proprio amore, la donna alla quale Adam aveva imposto di ricevere in dono la sua casa di campagna in Pennsylvania. In quel luogo isolato Marina ritrova le tracce di un passato ancora avvolto nel mistero: libri, vecchie foto, sculture rimaste incomplete. Ritrova soprattutto se stessa, le ambizioni artistiche che per troppo tempo aveva represso per dedicarsi ad altro. La ricerca di nuove identità è un altro tema centrale del libro. Nella seconda parte, la figura di Adam lascia campo a quelle degli altri protagonisti; il romanzo allora si dilata, non più un solo romanzo ma almeno cinque romanzi, ciascuno per ogni personaggio: la storia del tragicomico matrimonio di  Lionel e Camille Hoffmann; quella dell’avvocato Roger Cavanagh e di Abigail Des Pres, la mamma alcolizzata che rischia di uccidere il figlio in un incidente d’auto; il romanzo di Augusta Cutler e della sua improvvisa scomparsa. Di  Marina ne ho già parlato. Ciascuno dei vecchi amici di Adam vivrà una specie di metamorfosi, una catarsi che lo farà approdare ad una nuova vita. L’età di mezzo è dunque un libro corale, polifonico, di grande spessore filosofico oltre che letterario: tutto il libro è  pervaso di filosofia socratica, sembra una declinazione moderna del Fedone. La vita, la morte, il senso inafferrabile delle cose. La scrittura di Joyce Carol Oates non rasenta la perfezione, è perfetta, nel senso che nessuno meglio di lei avrebbe potuto raccontare questa storia, queste storie, con la stessa sensibilità, con la stessa classe.

Angelo Cennamo

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SEI PEZZI DA MILLE – James Ellroy

 

Ellroy - Sei pezzi da mille

 

James Ellroy riscrive la storia americana in chiave noir: aggiunge, sottrae, cambia, mescola le carte, osservando fatti e personaggi da una visuale insolita, alternativa rispetto alle versioni ufficiali, quelle tramandate dai manuali scolastici. Con Sei pezzi da mille la storia ricomincia dove si era interrotta: l’assassinio di JFK. Nelle stesse ore dell’attentato che ha cambiato l’America, un giovane poliziotto di Las Vegas, Wayne Tedrow Junior, viene mandato a Dallas con seimila dollari per uccidere “Un pappone negro di nome Wendell Durfee“. Dietro l’operazione c’è la mafia con le sue propaggini: gestori di casinò, polizia corrotta, ma anche Wayne Tedrow Senior, il padre del ragazzo. Senior è un personaggio molto in vista, un ex palazzinaro che dirigeva un “sindacato di sguatteri”, è soprattutto un fanatico di estrema destra amico del KKK e di J. Edgar Hoover. Il rapporto tra padre e figlio, l’odio e la competizione che li lega, la rivalità in amore, è uno dei temi più affascinanti del libro. Dicevamo di Wayne Junior che parte da Las Vegas con sei pezzi da mille per uccidere Wendell. Wayne inizialmente sembra deciso ad assolvere il compito che gli è stato affidato, ma nel corso del romanzo – lunghissimo, estenuante per la scrittura frenetica, frasi brevi e ripetizioni in stile rap, per i mille intrecci a volte difficili da seguire fino in fondo, per i continui ribaltamenti, e per una fauna di personaggi che entrano ed escono dal racconto – la missione seguirà una diversa traiettoria, inaspettata, sorprendente, e la sua vicenda personale finirà per essere inglobata dalle altre trame. Quali? In American Tabloid abbiamo visto l’Fbi prendere di mira il clan dei Kennedy e il comunista Castro. Nel secondo volume il nuovo bersaglio di J. Edgar Hoover è Martin Luther King. King viene spiato, intercettato, il suo movimento per i diritti civili giudicato sovversivo, una minaccia per l’ordine pubblico. La storia di Ellroy si muove tra l’America e il Vietnam, teatro di guerra sì, ma anche luogo di traffici oscuri e fabbrica di droga. Nel romanzo, accanto ai nuovi personaggi, ritroviamo alcuni protagonisti del primo volume della trilogia: l’editore miliardario Howard Hughes, il suo braccio destro Pete Bondurant, soprattutto Ward Littel, ex agente federale poi avvocato di boss mafiosi come Carlos Marcello. Tutti implicati più o meno direttamente nel complotto che ha portato all’uccisione di JFK. Ma a dominare la scena del libro sono tre donne. Sono loro ad accendere maggiore curiosità nel lettore e a distrarlo dalla narrazione più tecnica dei complotti, talvolta prolissa – in questo romanzo ci sono almeno cento pagine di troppo. Vediamole allora queste figure femminili che deviano la trama noir per colorarla di rosso fuoco. Barb, la moglie di Pete, l’avevamo già conosciuta in America tabloid. Bella e dannata. La rossa per la quale JFK aveva perso la testa, la sua ultima scopata prima che Oswald gli facesse saltare il cervello quel giorno di novembre del 1963. Barb era stata scelta come esca del ricatto. Janice è la seconda moglie di Wayne Tedrow Junior, matrigna ed amante di Junior. Una maga circe capace di sedurre chiunque, anche lei sbandata e segnata da un passato travagliato. Infine Arden, la donna di Littel, la contabile mafiosa, la spia innamorata che mi ha ricordato la Caterina Rispoli dei libri di Manzini. Tre donne di grande spessore, letterario oltre che umano. Forti nella loro fragilità. Bugiarde e innamorate. Puttane fedeli capaci di qualunque follia per un’ora di tenerezza. Sei pezzi da mille è un gran romanzo; se avete apprezzato American tabloid non potete fare a meno di leggerne il sequel. La scrittura di Ellroy è magnetica, il suo minimalismo da marciapiede emoziona, cattura, redime.

Angelo Cennamo

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