JOYLAND – Stephen King

 

Joyland - Stephen King.jpg

Quando leggi che nell’estate del 1973 il giovane Devin Jones, dal New England, si trasferisce nella Carolina del Nord per lavorare in un parco giochi, la prima cosa che ti viene da pensare è: e io, in quei mesi cosa facevo? Joyland come l’Edenlandia di Napoli? L’ho immaginata così. Riecco allora Tolstoj: racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo. Un trucco, un meccanismo, che Stephen King conosce alla perfezione e che ripete puntualmente in ogni libro quando spalanca le porte del suo Maine a milioni di lettori sparsi in ogni angolo del pianeta. Nel mondo di Devin c’è una fidanzata che lo ha lasciato, Wendy, e un sogno: diventare uno scrittore famoso. Joyland è un luna park frequentato perlopiù da zoticoni, una fabbrica del divertimento, è soprattutto un luogo dove un ragazzo squattrinato come Devin può guadagnarsi qualche dollaro, rimuovere i brutti ricordi, fare nuove amicizie. Attenzione però, che ci crediate o meno, tra ottovolanti e ruote panoramiche, in quel tunnel dell’orrore, là in fondo, potete imbattervi nello spettro di una ragazza sgozzata molti anni fa. Si chiamava Linda Gray, come la Sue Ellen di Dallas. Ma non equivocate: Joyland non è affatto un romanzo horror. Con troppa superficialità King viene etichettato maestro del genere horror. King è maestro di sentimenti, non dell’horror. Joyland è un magnifico romanzo di formazione che ricalca – sia pure con originalità – uno schema collaudatissimo nella letteratura anglo-americana, un tracciato narrativo seguito da mille altri autori, da Dickens a Salinger, da Bellow a Lansdale, da Cameron a Donna Tartt. Devin come Holden Caulfield? Perché no. Holden sfugge alla famiglia per ritardare la brutta notizia dell’espulsione dal liceo. Devin fugge da Wendy, la ragazza che gli ha spezzato il cuore. Ma a Joyland avrà tempo e modo di rifarsi. A Joyland si diventa adulti.

Angelo Cennamo

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