TOPEKA SCHOOL – Ben Lerner

 

TOPEKA SCHOOL - BEN LERNER

Non so quale direzione prenderà il romanzo nei prossimi decenni. Ogni tanto qualcuno ne decreta la morte. Quello che penso è che ovunque dovesse andare, lì, in quello spazio, ci sarà Ben Lerner. Scrissi qualcosa di simile a proposito di Ali Smith e del suo “Inverno”. Topeka School è un libro ambizioso che contiene quattro storie e nessuna (vera) trama. Il senso del romanzo – a tratti saggio mascherato – sconfina oltre il perimetro del racconto, che sembra non esserci. Lerner lavora per addizione, confezionando una sorta di trattato sociologico sul linguaggio, sul suo potere mistificatorio, sulla sua degenerazione nei social. È un libro difficile, piatto, senza sussulti, in cui sono il vigore e la magnificenza della scrittura a colmare i vuoti di empatia ai quali il giovane autore del Kansas ci ha abituato.

Siamo negli anni Novanta. Adam Gordon è un eccellente studente della Topeka High School e un asso dell’oratoria pubblica. Come un novello Protagora, Adam se ne va in giro per il Paese ad asfaltare altri suoi coetanei in agguerrite competizioni di dialettica. Il romanzo di formazione di Adam si alterna a quello dei suoi genitori – Jonathan e Jane, esemplari della borghesia radical chic di sinistra – e del giovane bullizzato Darren, scritto in corsivo. Il contrasto tra l’ambiente progressista in cui è cresciuto Adam e il mondo esterno, rozzo e violento, è uno dei topoi del libro oltre che il paradigma di un linguaggio-comunicazione asimmetrico per stile e incisività. L’esperimento di Lerner è riuscito? A tratti no: non mancano momenti di noia e passaggi inutilmente astrusi che rischiano di allontanare il lettore dalle diverse trame e sottotrame. Topeka School però ha tutti gli ingredienti e le dinamiche del Grande Romanzo Postmoderno, un libro denso di parole che parla di parole e dell’uso spesso distorto che ne si fa.

Angelo Cennamo

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PATRIMONIO – Philip Roth

 

PATRIMONIO - PHILIP ROTH

 

È sempre difficile distinguere la verità dalla finzione nei libri di Philip Roth. Attraverso i suoi romanzi, lo scrittore di Newark non ha fatto altro che raccontare se stesso inventando se stesso. Patrimonio esce nel 1991. È una storia apparentemente vera, autobiografica, simbolicamente al confine tra le sue due stagioni letterarie. Scrivendo la dolorosa vicenda della malattia e della morte dell’anziano genitore, Roth smette i panni del figlio – Roth nasce come scrittore che si ribella ai valori familiari, alla tradizione ebraica, al perbenismo (Lamento di Portnoy ne è il romanzo più significativo) – e diventa padre, lui che nella vita padre non lo è mai stato.

A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dell’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”.

Herman Roth, figlio di un cappellaio ebreo, arrivato negli Usa dalla Galizia polacca alla fine dell’Ottocento, era quel che si dice un self-made man. Con la terza media era riuscito a farsi assumere da un compagnia di assicurazioni di cristiani fino a diventarne dopo qualche anno direttore generale. Il racconto in prima persona fatto dal secondogenito Philip è un viaggio nella memoria oltre che il diario della malattia; un diario dettagliato, preciso, scritto con il sarcasmo e la leggerezza dei grandi romanzieri. Non è un libro tetro, Patrimonio, ma una storia – vera o in parte vera che sia – ricca di umanità e di vita, nella quale si alternano pensieri taciuti a dialoghi strazianti. La scena in cui Herman, durante una cena, scappa al piano di sopra perché si è fatto sotto, e piange dalla vergogna quando Philip lo raggiunge in bagno, impestato dal tanfo degli escrementi lasciati in giro, per spogliarlo e lavarlo, è di una intensità unica “Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda”. Herman deve decidere se farsi asportare o meno il tumore che gli è stato diagnosticato al cervello. È un’operazione rischiosa, soprattutto per un uomo della sua età. Quanto tempo gli resta? Ne vale la pena? Pagine palpitanti, traboccanti di emozioni, le parole si alternano ai silenzi, Roth scrive anche quelli, Roth getta finalmente la maschera e dà in pasto al lettore la propria intimità, la disperazione, la solitudine di fronte alla morte. Il gran finale, l’ultimo giro di giostra. Tutto questo è Patrimonio, tutto questo è il genio di Roth.

Angelo Cennamo

 

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UN’ALTRA OCCUPAZIONE – Joshua Cohen

 

UN'ALTRA OCCUPAZIONE - JOSHUA COHEN

 

Nel suo romanzo Selva oscura, Nicole Krauss fa partire due newyorkesi di successo per Tel Aviv, alla ricerca di una nuova dimensione, sia professionale che spirituale. Joshua Cohen, giovane scrittore ebreo della East Coast come la Krauss, nel 2015 fa trasferire a New York due veterani dell’ultima guerra di Gaza dopo la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Yoav e Uri vengono occupati da David King, cugino del primo, nella sua ditta di traslochi. Negli Usa le ditte di traslochi non si limitano a spostare il mobilio da un appartamento all’altro, fanno molto altro: sbattono fuori gli inquilini morosi, confiscano beni, e non sempre con metodi leciti. Per puro caso ho letto il libro di Joshua Cohen Un’altra occupazione dopo Selva oscura. Sono due romanzi certamente diversi per trama e stile, ma asimmetricamente sovrapponibili per alcuni dei temi trattati: la fede, l’identità, le radici. “Non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo” dice un rabbino a Uri in uno dei dialoghi più appassionanti di questa storia. Lo si può dire anche degli scrittori? Nei romanzi degli autori ebrei americani la componente religiosa ha spesso un ruolo centrale, è quasi una missione, da Malamud a Roth, da Englander a Cohen. Talvolta può risultare noiosa o soffocante rispetto al resto dei fatti narrati; nel bellissimo romanzo della Krauss, a mio avviso, lo è. Il massimalismo di Cohen contiene invece maggiore dinamismo – la traduzione italiana è di Claudia Durastanti; Cohen imbastisce la sua trama sul contrasto e la similitudine. Nella prima parte del romanzo, giganteggia la figura di David King, il cugino imprenditore di Yaov, ebreo come lui, repubblicano per convenienza, ricco, alle prese con una ex moglie avida e inviperita, una figlia tossicodipendente, filopalestinese, e una capoufficio onnipresente che vorrebbe sposarselo. “Tutte le sue battaglie erano sul suo viso. Tutte le persone che era, in lotta tra loro: il re, il sempliciotto, l’uomo che si era fatto da sé, l’incompleto”. Yoav è per David il ponte con Israele, la sua madrepatria, la sua Famiglia. I due giovani soldati ebrei, che stando alle parole di quel rabbino non smettono mai di essere quello che sono, si ritrovano nella Grande Mela come due alieni. Tutta la seconda parte del racconto scorre tra il presente e i ricordi della vita militare: i check point sulle linee di confine, i turni di guardia, gli spari, i percorsi nei tunnel. Yoav e Uri oggi impacchettano e spostano mobili, fanno mille incontri, ma non hanno smesso di essere due soldati, e presto si accorgeranno che quella nuova occupazione non è poi tanto diversa dalla guerra che hanno combattuto.

Angelo Cennamo

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STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – IAN REID

 

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI - IAIN REID

Due fidanzati viaggiano in macchina su una statale sperduta e indefinita degli Stati Uniti. Sono diretti alla fattoria dei genitori di lui. Lui è Jake, ragazzo dotato di grande intelligenza e molto colto. Alto, magro, introverso. Lei, voce narrante della storia, non ha nome. L’incontro con i genitori di Jake è surreale. La coppia non sembra essere in casa. Poi compare sulla scena in un’atmosfera quasi spettrale. Nella casa si respira una strana aria. La ragazza è a disagio. Nel viaggio di ritorno la tensione comincia a salire. Il paesaggio è desertico, nevica. Il racconto è una sequenza di pensieri e di osservazioni sulla personalità di Jake e sul futuro di quella relazione ancora incerta. Nelle ultime cento pagine, la svolta clamorosa. I due si fermano davanti ad una scuola abbandonata. Jake scende dalla macchina e sparisce nel buio. La ragazza si mette sulle sue tracce, lo cerca tra i lunghi corridoi di quella scuola che subito ci appare spaventosa. Inizia l’incubo. Inizia il thriller. Iain Reid è un giovane scrittore canadese, Sto pensando di finirla qui il suo romanzo di esordio dal quale è tratto l’atteso film di Netflix per la regia del premio Oscar Charlie Kaufman. Il libro di Reid cancella il confine tra mainstream e letteratura di genere, è una storia semplice, con due soli personaggi ma  densa di suggestioni, ipnotica, con una conclusione sorprendente che dilata il tempo e l’identità dei protagonisti. La qualità della scrittura è eccellente, così come la costruzione della trama: partenza in sordina, poi un crescendo di emozioni, dubbi, ipotesi che nel finale si riveleranno infondate. Tra Stephen King e il cinema di Stanley Kubrick.

Angelo Cennamo

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GLI ESTIVI – LUCA RICCI

GLI ESTIVI - LUCA RICCI

“Chi ama non dovrebbe mai sposarsi, o chi si sposa non dovrebbe mai amarsi” è il senso in un tweet de Gli estivi, secondo capitolo, dopo Gli autunnali, di una futuribile quadrilogia che espone Luca Ricci nel ruolo di miglior matrimonialista della letteratura italiana. Al centro della storia – raccontata in prima persona da un funzionario Rai che di tempo libero ne ha così tanto da potersi concedere una seconda attività di scrittore – c’è una coppia di ultracinquantenni con un matrimonio ormai spento, noioso. Il romanzo, ambientato perlopiù sul litorale del Circeo e nel traffico della Pontina, si apre con un colpo di fulmine in una notte di stelle cadenti. In Trascurate Milano un uomo adulto si fa sedurre da una ragazzina tra i vagoni della metropolitana. Memorie di un sottosuolo vibrante e spregiudicato che sovverte l’ordine e la moralità della superficie. Ne Gli estivi il romanziere senza nome e senza idee perde la testa per un’adolescente in vacanza con delle amiche “Un desiderio che non aveva espresso, esaudito da una stella che non aveva visto cadere”. È un amore platonico, immaginato, fatto di sguardi, pensieri sconci e messaggi senza risposta. Un inconfessabile appuntamento con la fantasia che si ripete estate dopo estate, con lei che nel frattempo arriva a sposare un uomo perfino più adulto di lui. Lo scrittore senza nome ci fa venire in mente il Dorigo di Buzzati, la sua paura di invecchiare, l’incapacità di vivere la normalità familiare dei suoi coetanei. C’è sempre un po’ di Buzzati nelle trame di Ricci, il Buzzati migliore, quello malinconico, solitario, sopraffatto dal rimpianto. Lui, lei, l’altro. L’altro è Lello Annibali “…pubblicava i miei romanzi ed era il mio vicino di casa al mare, scapolo impenitente quanto goffo, segnato da palesi contraddizioni: misantropo con pose da viveur, Don Giovanni afflitto da impacci cronici“. Annibali è il vincitore morale del romanzo; ha il ruolo che ne Gli autunnali fu di Alberto Gittani: la sponda perfetta del protagonista, la voce della sua coscienza immatura, fragile, incompiuta. Solo, nostalgico, lussurioso – la scena di lui che se ne va in giro a promettere schede telefoniche a delle minorenni in cambio di sesso, è esilarante: Annibali ricorda il Sabbath di Philip Roth. Ma il suo personaggio serve a Ricci soprattutto a dare corpo e voce ad un’editoria di qualità che nel nostro paese sta andando alla deriva. Ecco l’altro tema del libro: la letteratura e tutto quello che le gira intorno. È un mondo senza speranza, orientato dai non lettori più che dai lettori, e dalle solite conventicole. Gli estivi è un romanzo sulle occasioni perdute ma anche il tributo ad un’epoca e ad una narrativa della quale Ricci si candida ad essere il giusto erede.

Angelo Cennamo

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IL LIBRO DEI NUMERI – JOSHUA COHEN

 

 

IL LIBRO DEI NUMERI - JOSHUA COHEN

 

Leggete i libri lunghi. Perdetevi nei libri lunghi, anche in quelli più complessi, folli, che vi disorientano o che vorreste abbandonare dopo poche pagine, per sfinimento. Joshua Cohen è un giovane scrittore americano. Americano del New Jersey ed ebreo, come Philip Roth e Paul Auster. In Italia lo pubblica – inspiegabilmente – un piccolo editore, semisconosciuto: Codice Edizioni. Inspiegabilmente perché, a mio modesto avviso, il fatto che un romanziere come Cohen, tra i tre o quattro americani più interessanti della sua generazione, sia arrivato qui da noi solo per la geniale intuizione di una minuscola per quanto intraprendente casa editrice, è davvero singolare. Ma questa è un’altra storia.

Da diversi mesi avevo rimandato la lettura de Il libro dei numeri, romanzo uscito negli Usa nel 2015 e osannato da buona parte della critica, a cominciare dal compianto Harold Bloom “Questo di Cohen è un libro di una potenza devastante”. Mi sono deciso a farlo sull’onda emotiva del David Foster Wallace Tribute, che avevo presentato qualche giorno prima alla Feltrinelli di Salerno. Cosa c’entra Wallace, direte. C’entra. Pochi scrittori infatti ricordano il golden boy di Ithaca come Joshua Cohen per lo stile massimalistico-argomentativo, per la scrittura così virtuosa, algebrica, rigorosamente plasmata sulla modernità, fitta di dettagli talvolta esasperanti – la traduzione italiana è della bravissima Claudia Durastanti.

Se state leggendo questa storia su uno schermo, andate a fanculo. Parlerò solo se sfogliato come si deve“. L’incipit del romanzo è folgorante. Lo è anche il resto. Ma di cosa parliamo? Il libro dei numeri ha una trama piuttosto semplice: uno scrittore fallito, Joshua Cohen come l’autore, viene ingaggiato come ghostwriter dal ceo di una grossa azienda informatica, una specie di Google, nella finzione chiamata Tetration, anche lui di nome Joshua Cohen. Il Cohen imprenditore è l’uomo che ha fatto a pezzi la carta stampata a cui l’altro Cohen ha dedicato tutta la vita. Entrambi hanno quarant’anni. La sfida lanciata da Cohen, il terzo Cohen, il Cohen autore, è intrigante: dimostrare che la letteratura sopravviverà a internet. Non è la prima volta che uno scrittore esplora il mondo dell’informatica attraverso la forma del romanzo; avevano già fatto qualcosa di simile Dave Eggers con Il cerchio e Jonathan Franzen con Purity. L’esperimento di Cohen però segue un percorso diverso: Cohen cioè non intende avvicinare il libro a internet, vuole portare internet dentro il libro. Il risultato è stupefacente, considerata anche la complessità di una sfida che procede lungo il crinale, delicatissimo, della dualità: parola/numero-letteratura/internet-carta stampata/ebook-CohenScrittore/CohenImprenditore. Lo stesso titolo del romanzo evoca il suo doppio: il IV libro della Bibbia. Gli ebrei vagano per quarant’anni nel deserto prima di poter accedere alla Terra Promessa (quaranta come l’età dei protagonisti). Nella versione di Cohen, i quarant’anni decorrono dal 1971 – nascita del microprocessore – e terminano nel 2011, con lo scandalo di WikiLeaks. Cos’altro aggiungere; Cohen confeziona un’opera gigantesca per originalità e per ampiezza narrativa. L’invenzione del motore di ricerca diventa infatti lo spunto per inglobare mille altri argomenti, di matrice storica e sociologica, in un poderoso e inarrestabile flusso di parole che l’autore di Atlantic City declina secondo le nuove applicazioni della scrittura: link, mail, messaggistica di varia natura. Come avrete capito, Il libro dei numeri è un romanzo-saggio che scavalca i confini della narrativa alla quale siamo stati abituati fino ad ora; un’opera destinata a diventare una pietra miliare della letteratura dei nostri tempi. E allora? Allora coraggio, non lasciatevi impressionare dalla mole; prendetevi una pausa, tirate il fiato, e fiondatevi tra le settecento e passa pagine di questo libro maledettamente folle, vertiginoso, unico, irripetibile.

Angelo Cennamo

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