IL MIGLIORE – Bernard Malamud

 
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Bernard Malamud, scrittore di Brooklyn, molti lo ricordano per “Il commesso”, il suo romanzo più popolare, uscito negli Stati Uniti nel 1957, in Italia pubblicato inizialmente col titolo de “Il ragazzo di bottega”. “Il migliore” – edito da minimum fax come tutti gli altri libri di Malamud – lo anticipa di cinque anni. È una storia ambientata nel mondo del baseball che potrebbe sviare forse qualche lettore non avvezzo a questo sport poco praticato in Italia e nel resto d’Europa. In verità che siate o meno consapevoli delle regole del baseball poco importa. Il baseball è un dettaglio, importante sì, ma un dettaglio: sarebbe stato lo stesso se Malamud la sua trama l’avesse collocata nel calcio o in un qualunque altro sport di squadra. Ma si dà il caso che Roy Hobbs, il protagonista di questa storia, sia proprio un giovane talento del baseball che parte dal suo paesino alla volta di Chicago per partecipare a un provino con un grande club. Ad accompagnarlo nell’avventuroso viaggio in treno è il suo scopritore Sam Simpson, ex giocatore, una specie di secondo padre. Siamo al primo capitolo del romanzo. La storia riprende con Roy che, a trentaquattro anni suonati, si ritrova a firmare un contratto con i New York Knights, una squadra blasonata ma sprofondata nei bassifondi della classifica, e che ora rischia di retrocedere. Un salto di quindici anni dei quali al lettore non viene raccontato assolutamente nulla. Cosa gli sarà successo in tutto questo tempo, a Roy Hobbs? Dov’era finito? Cosa ha fatto? È intorno a questo vuoto spazio-temporale, al mistero fitto che lo avvolge, che Malamud imbastisce la sua trama. Dunque, dicevamo, Roy, all’età in cui molti battitori appendono le scarpette al chiodo, ha di fronte a sé una seconda chance: risollevare le sorti dei Knights e diventare finalmente un campione del baseball. Roy entra nella seconda parte della storia con “Wonderboy”, la mazza che lui stesso si costruì da ragazzo e dalla quale non si è mai più separato. Sentite Malamud con quanto vigore descrive “l’esperienza religiosa” del gesto atletico  “Wonderboy lampeggiò al sole e colpì nel punto in cui era più grossa. Il cielo fu percosso da un’esplosione simile alla salva di un calibro ventuno”.
Quell’ultima opportunità Roy non se la lascerebbe sfuggire per niente al mondo; le sue performance sono prodigiose; i Knights cominciano a scalare la classifica esclusivamente grazie al suo contributo “Come una locomotiva arrugginita che uscisse per la prima volta dal deposito dopo anni, avanzavano sui binari sbuffando, ansimando, ruttando fumo e sparando scintille”. La figura del protagonista è affiancata da un gruppetto di personaggi che l’autore disegna con perfezione: il coach Pop, uomo sanguigno e di cuore – io l’ho immaginato come certi allenatori del vecchio calcio italiano: Nereo Rocco o il più recente Carletto Mazzone – Memo, l’amore incompiuto di Roy, eternamente divisa tra il fantasma del suo ex fidanzato morto e l’allibratore Gus; il Giudice, il finanziatore senza scrupoli dei Knights, un uomo indecifrabile sempre chiuso nel suo ufficio buio a fumare sigari e a ordire trame losche. In una delle scene salienti del romanzo, Roy arriva ai ferri corti con lui dopo aver chiesto invano un aumento di stipendio. Roy è ambizioso, sicuro di sé, ma potrebbe vacillare dietro la spinta del denaro e il miraggio di un matrimonio agiato con Memo. “Il migliore” è una storia di sfide, di coraggio, di perdizione. Malamud, Bellow, Roth: la spina dorsale della letteratura ebraica americana. 
 
Angelo Cennamo
 
 
 
 

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