David James Poissant: “L’America è sempre stata una nazione divisa”

Vive a Orlando e insegna alla University of Central Florida. David James Poissant è tra le voci più interessanti della nuova letteratura nordamericana. Da pochi mesi è tornato nelle librerie italiane con “La casa sul lago”, il suo primo romanzo, edito da NNEditore con la traduzione di Gioia Guerzoni. L’ho intervistato per Telegraph Avenue.

Ciao Jamie. Welcome on Telegraph Avenue.
Nel 2014 ti sei fatto conoscere e apprezzare con una raccolta di racconti intitolata “The Heaven of Animals” (Il paradiso degli animali). Sedici storie di solitudine, disagio, frustrazione, ambientate nell’America dei nostri tempi. Sei anni dopo sei approdato al tuo primo romanzo. La curiosità e le aspettative dei lettori, anche qui in Italia, erano altissime dopo il successo del primo libro. “La casa sul lago” (Lake Life) direi che non ha tradito queste attese. La prima cosa che vorrei chiederti, intanto, è se stato difficile misurarsi con la forma del romanzo?

Prima di tutto ti ringrazio per le belle parole. È stata una sorpresa sapere che Il paradiso degli animali sia andato cosi bene e abbia avuto una buona riuscita nella traduzione. Non ero certo che gli italiani avrebbero iniziato a leggere i miei racconti, che sembrano “esasperatamente americani” per certi versi, ma notando il tuo amore per Raymond Carver e George Saunders, ho sperato che i miei racconti sarebbero stati accolti anche in Italia e sono molto contento che sia stato così.
Per quanto riguarda la differenza tra romanzi e racconti, credo che entrambi i generi presentino delle difficoltà. Per me la parte più complessa dello scrivere un romanzo è conservare tutto nella mia testa. Per quanto riguarda le storie, invece, riesco a scrivere venti o trenta pagine e a ricordare tutt’ora cosa ho scritto nella prima pagina. Ricordo le caratteristiche dei personaggi e le scelte linguistiche che ho adoperato. Evito ripetizioni in questo modo e sono in grado di modellare la storia a mio piacimento; trovare un ritmo che permetta al lettore di addentrarsi nella vicenda con più facilità. Con un romanzo invece si avverte proprio il peso del libro. Arrivato a pag. 200, non riesco a ricordare se ho già rivelato qualcosa che volevo raccontare in seguito o se una nuova idea potrebbe non essere coerente con ciò che ho già spiegato. Devo andare avanti e indietro e rileggere cosa ho scritto e questa sorta di continua caccia all’informazione, oltre a farmi dubitare di me stesso, rallenta il processo di scrittura e fa perdere l’entusiasmo. Le prime bozze sono uno strazio, perché spesso presentano ripetizioni, ciò accade per i luoghi ad esempio, o mancano delle scene importanti.
La cosa positiva è che il romanzo, fondamentalmente, è una sola storia. Certo, è un giardino fatto di sentieri che si separano, con molteplici personaggi e ambientazioni ma almeno è un unico progetto. La mia prima raccolta contava 16 racconti con sedici idee distinte, personaggi, inizi, parti nel mezzo e finali. Sedici ambientazioni e sedici vite. Scrivere le storie una ad una è stato più facile ma dall’altro lato raccoglierle tutte ha richiesto più tempo di quanto non me ne sia servito per scrivere La casa sul lago.

Ancora una volta le dinamiche familiari sono al centro delle tue storie.
Jamie, la famiglia, che spesso riteniamo superata, che nel corso degli anni è cambiata, si è allargata, emancipata, resta ancora l’osservatorio ideale per conoscere, per sondare una società, una nazione, in questo caso gli States?

Credo di sì. Siamo noi quelli che hanno un rapporto con gli altri, soprattutto con quelli che amiamo. Non so se c’è almeno una cosa come l’identità, oltre ai nostri rapporti con le altre persone, e se quelle identità prendono forma in una famiglia tradizionale o in famiglie per scelta, o magari giusto tra amici e conoscenti. Credo che ogni volta che ci relazioniamo all’altro impariamo qualcosa di noi stessi.
Dunque, da scrittore, è così che inizio a conoscere i miei personaggi: li metto in scena assieme ad altri e osservo cosa fanno, come si comportano, come reagiscono.
Visto che ho ambientato il romanzo nel 2018, avevo intenzione di raccontare qualcosa a proposito di come era la vita americana, in particolar modo quella del sud, durante la prima metà degli anni tumultuosi, direi, della presidenza di Trump. Non avevo idea di come scrivere della vita americana senza parlare dell’ “Elefante arancione”. Quando la famiglia si riunisce, gli animi si scaldano, soprattutto quando si parla di politica. Gli americani tendono ad aprirsi più facilmente quando sono in famiglia piuttosto che con altri: tra familiari non c’è bisogno di sembrare educati o rispettosi. La scena in cui la famiglia è seduta a cena e litiga per la via della politica è stata una delle mie preferite da scrivere perché quelle conversazioni prendono posto nei milioni di tavoli da cena ogni notte, in ogni angolo del paese.

Il romanzo si apre con una tragedia: la morte per annegamento di un bambino. È un fatto che sconvolge non solo i suoi genitori ma anche i Starling, i protagonisti del libro, che assistono impotenti al suo annegamento. È come se la morte del piccolo aprisse uno squarcio nelle vite di ciascuno dei personaggi e facesse emergere un lato oscuro: mentre il bambino sprofonda nelle acque del lago, ritornano in superficie vecchi rancori, segreti, fantasmi del passato.

Esattamente! Sono contento che tu la veda così, era proprio questo il mio intento. Essere testimoni della morte innesca una serie di traumi ad ognuno dei Starling. Ovviamente il più chiaro è la perdita del bambino di Richard e Lisa ma, come hai detto tu, ognuno dei personaggi nasconde dei segreti o fantasmi del passato che finiscono per riemergere.

La vicenda dei Starling, che si sviluppa in poco più di due giorni, si svolge negli anni del mandato di Donald Trump. Siamo nel Nord Carolina, Stato dove tra l’altro Biden ha perso. In una delle scene più vivaci del romanzo, e tra le più riuscite aggiungo, Michael Starling, che non è proprio un contadino bifolco del Kentucky o un rozzo mandriano del Montana, confessa, nello stupore generale, di essere un elettore di Trump. Dopo quella rivelazione Michael diventa una specie di reietto. Perché?

L’America è sempre stata una nazione divisa. I fratelli si combattevano a vicenda durante la Guerra Civile, i vicini lottavano con gli altri vicini per i diritti civili e le famiglie sono spesso divise da opinioni politiche diverse. Non vedo Michael come un reietto. Tutti continuano a volergli bene: sono soltanto profondamente delusi da lui. Per molti qui votare Trump significa votare a favore del razzismo, sessismo, xenofobia così direi che è tosta per i genitori di Michael, che al contrario sono liberali e progressivi, ignorare il fatto che il figlio adorato sostiene un uomo che incarna tutte queste cose.

Uno dei temi del libro è la resilienza, la capacità di tenere duro per difendere la famiglia dal logoramento del tempo e dalle minacce esterne. Nelle battute finali del libro, Richard Starling, il vecchio Richard, chiede alla moglie Lisa se esiste un segreto per superare le difficoltà dello stare insieme. Lei risponde che esiste un solo modo: andare avanti. Non ce ne sono altri. Il sacrificio e la tolleranza sono gli unici espedienti per garantirsi una convivenza felice?

Non saprei dire se sono l’unica soluzione. Io sono sposato da circa 20 anni e a quanto pare il vero segreto è la comunicazione. L’altruismo è essenziale, a volte, ma se un partner sacrifica tutto, allora nella coppia soltanto una persona sarà felice. Il sacrificio è una virtù, almeno fino a un certo punto, poi inizi ad annientarti per l’altro e di te non resta più nulla. È importantissimo l’equilibrio, quel dare e avere. Lisa è in grado di andare oltre la storiella di Richard perché sono stati sposati per una buona metà della loro vita e sembrerebbe un peccato buttare tutto all’aria per un passo falso. Se fai attenzione alla conversazione finale, Lisa gli chiede come prima cosa se l’altra era una minorenne o una delle sue studentesse. Per Lisa, e tanti altri americani, un “sì” come risposta sarebbe molto più grave di un tradimento: il sesso con minori è uno stupro, mentre fare sesso con i propri studenti, anche se maggiorenni o più grandi, è immorale, è una cattiva condotta sessuale e Lisa non potrebbe passarci su così facilmente. Credo che se Richard avesse commesso entrambe le cose, Lisa avrebbe chiesto il divorzio perché, arrivati a quel punto, Richard le sarebbe parso una persona diversa, con tutta una serie di valori che lei non riconosceva più o non approvava. Non tutto può essere o dovrebbe essere tollerato per il semplice fatto di rimanere sposati per altri 10 o 20 anni.

Leggendo la storia dei Starling – l’ho scritto anche nella recensione – mi sono venute in mente le vicende di un’altra famiglia tipo della narrativa americana: i Lambert de “Le correzioni” (“The corrections”) di Jonathan Franzen. Il libro di Franzen è uscito nel 2001. Come è cambiata da allora la famiglia americana? Cosa hanno di diverso the Starling brothers dai fratelli Lambert?

Bella domanda. Non leggevo “Le correzioni” da più di 15 anni e non l’ho fatto di proposito, avevo paura dell’influenza di questo romanzo sul mio, e così non ricordo molto i rapporti tra questi fratelli. Ma, giusto per chiarire qual è la differenza sostanziale tra questi due romanzi, “Le correzioni” fu scritto quando c’era ancora Clinton al potere. Allora l’America godeva di una solida economia, i siti .com ancora non erano esplosi, così come la bolla immobiliare e dunque l’economia andava a gonfie vele, si respirava un clima di pace. Poi, a dieci giorni dall’uscita di “Le correzioni”, ci fu il disastro dell’11 settembre. È curioso che il libro sia anticipatore, cioè si avverte proprio che a breve scoppierà qualcosa di terribile. Quindi direi che è un libro che preannuncia una bomba in un periodo già “scoppiettante” e pieno di fervore.

Da dove nasce l’idea di questo libro? Avevi già in mente ogni parte della storia, o – alle volte accade – i personaggi poco alla volta hanno cominciato a muoversi da sé, e a condurti dove loro volevano che la storia finisse?

“La casa sul lago” nasce da due idee. Nel 2005 scrissi un racconto intitolato “La geometria della disperazione”. Narra di Lisa e Richard che si vedono strappare via June dalla SIDS, quando ha solo un mese di vita. Due anni dopo scrissi sempre un racconto, “Sveglia il bambino”, sulla nascita di Michael e sulla paura dei Starling di perdere anche lui. Questi due racconti sono contenuti in “Il paradiso degli animali”. Pensavo di aver chiuso con quei personaggi ma questi, come suggerisci anche tu, si sono appropriati della loro vita e hanno iniziato a muoversi attraverso la mia immaginazione. Sapevo che loro avevano molto più da raccontare e iniziai a pensare che la loro storia, forse, avrebbe potuto essere raccontata in un romanzo. Mentre ci pensavo su, nel 2009 o 2010 mi ritrovai spettatore di una tragedia in un lago del Georgia. Fortunatamente la polizia fece in tempo ad arrivare e nessuno si fece male ma, ecco, un bambino sarebbe potuto morire annegato… Non riuscii a liberarmi da quel pensiero e continuai a pensare a cosa avrei fatto se quel ragazzo fosse morto. Per quanto tempo avrei nuotato prima di ritrovare il corpo? Sarei annegato anch’io mentre cercavo di salvargli la vita? Arrivati a quel punto, mi si fecero strada due idee e mi resi conto che questi erano aspetti dello stesso romanzo. Da lì scrissi dieci capitoli in cui la famiglia si riuniva sul lago per trascorrere il fine settimana. Nell’undicesimo capitolo raccontavo dell’annegamento. Solo dopo aver scritto 625 pagine di bozza capii che in realtà il romanzo iniziava proprio da questa triste vicenda e dovevo eliminare i primi dieci capitoli.

C’è nel romanzo un personaggio al quale ti senti più vicino, che ti somiglia più degli altri?

Thad è un mix di me e uno degli amici di infanzia a cui tengo di più. Siamo migliori amici da circa trent’anni e per certi versi conosco meglio lui che me stesso. Abitiamo a diverse ore di distanza ma parliamo a telefono ogni notte, spesso anche per ore. Così molte cose di me e lui sono confluite nel personaggio di Thad. Tra i 10 e i 20 anni volevo anche diventare un poeta – questo prima di volgermi alla narrativa – così considero Thad come uno degli scenari peggiori di me stesso. Se non avessi trovato la motivazione per dedicarmi alla scrittura seriamente o per fare l’insegnante, oggi sarei un Thad che vaga senza scopo e che di tanto in tanto scrive poesie che, in fin dei conti, non sono nemmeno degne di lode. Sì, sarei un Thad malato di amore e indeciso su ciò che fare nella vita. Noi due condividiamo anche l’amore per i fumetti anche se, grazie a Dio, mia madre non me li ha mai buttati via.
C’è qualcosa in comune anche con Lisa. Parla dei figli proprio come io parlerei delle mie figlie. L’unica cosa che mi irrita è quando qualcuno mi chiede come faccio a scrivere così bene del bene di una madre. Allora mi domando: in che misura è diverso l’amore che prova un padre verso i figli? Io non ci vedo alcuna differenza. Sicuramente ognuno di noi esprime l’amore a modo suo ma l’idea che l’amore materno sia più intenso di quello paterno è sciocca, obsoleta e direi che dobbiamo proprio liberarcene.

“La casa sul lago” lo hai scritto prima che esplodesse il Covid-19. La pandemia è diventata una specie di spartiacque tra un tempo precedente e uno nuovo che al momento sembra difficile da immaginare, prefigurare. Gli Usa sono stati particolarmente colpiti dal contagio. Pensi che questa sciagura influenzerà la letteratura dei prossimi anni, leggeremo storie apocalittiche di epidemie o di disastri naturali? Nel suo ultimo romanzo (The Silence) Don DeLillo racconta un blackout digitale che somiglia molto ai lockdown che stiamo vivendo.

Non lo so. Dopo l’11 settembre, abbiamo discusso un po’ tutti di quei romanzi che ne parlavano e che avrebbero cambiato la letteratura americana per sempre. Ma, oltre a “L’uomo che cade” di DeLillo, “I figli dell’imperatore” di Claire Messud, “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer e “La città invisibile” di Joseph O’Neill non credo ci siano altri romanzi sull’11 settembre significativi come questi, tutti pubblicati tra il 2005 e il 2008. C’è bisogno di molto tempo per scrivere un buon libro e dovremo attendere almeno tre o quattro anni per leggere il primo grande romanzo sulla pandemia. Nel frattempo il nostro paese sarà andato avanti molto probabilmente. Gli americani non hanno una buona memoria, raramente impariamo dai nostri errori… Tra dieci anni dubito che qualcuno vorrà leggere qualcosa sul Covid-19, ci saremo già stancati. I nostri attimi di attenzione sono troppo brevi. Chiarisco, questo è solo ciò che penso io.

Che lettore è Jamie Poissant? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Ti capita di leggere autori italiani?

Amo Italo Calvino e non lo dico solo perché sto parlando con te. “Se una notte di inverno un viaggiatore” è uno dei miei romanzi preferiti e proprio di recente stavo rileggendo “Difficult Loves” (“Gli amori difficili”), la traduzione in inglese di William Weaver, Archibald Colquhoun e Peggy Wright. Per quanto riguarda gli scrittori americani di racconti, direi Raymon Carver, George Saunders, Lydia Millet, Edward P. Jones, Ron Rash, Elizabeth McCracken, ZZ Packer, Amy Hempel, James Baldwin, Rick Bass, Susan Perabo, Ramona Ausubel, Percival Everett, Jason Brown, and A.M. Homes. I miei classici preferiti sono “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, “Mrs. Dalloway” e “Gita al faro” della Woolf e “Franny e Zooey” di Salinger, che tra l’altro viene apprezzato in “La casa del lago”. Tra i romanzi e i racconti del ventunesimo secolo includo tra i miei preferiti “Al limite della notte” di Michael Cunningham, “Fight no more” di Lydia Millet, “Last days of California”, “Sembrava una felicità” di Jenny Offill, “The known world” di Edward P. Jones, e molte altre raccolte di storie di George Saunders, Elizabeth McCracken, Ron Rash, and Rick Bass.

Thanks Jamie. E buona fortuna per tutto.

(Trad. Martina Lembo)

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Una risposta a "David James Poissant: “L’America è sempre stata una nazione divisa”"

  1. Luisa ha detto:

    Ho comprato e letto La casa sul lago grazie alla recensione su Book Advisor…..leggere questa intervista mi lascia senza parole.
    Meraviglioso.

    "Mi piace"

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