ASPETTA PRIMAVERA, BANDINI – John Fante

Quando l’8 maggio del 1983 John Fante morì, nel suo paese era stato dimenticato quasi del tutto come romanziere; l’editore John Martin non l’aveva sentito mai nominare. Forse per via della cronologia irregolare, sincopata dei suoi (pochi) successi letterari. Prendete ad esempio il primo romanzo “La strada per Los Angeles”, scritto tra il 1934 e il 1936. Nessun editore volle pubblicarlo prima del 1985, vale a dire due anni dopo la morte di Fante. 

“Aspetta primavera, Bandini”, che esce nel 1938, è di fatto il primo libro dell’autore di Denver, l’esordio di Arturo Bandini (alter ego di Fante), e anche il suo unico romanzo scritto in terza persona e completamente ambientato in Colorado, lo Stato americano dove Nicola Fante, padre di John, originario di Torricella Peligna, piccolo comune del chietino, trent’anni prima si era trasferito in cerca di fortuna come muratore. Chiedersi dove finisce la finzione e dove ha inizio la verità nelle storie di Fante è un esercizio pressoché inutile: poche bibliografie sono più autobiografiche di quella di John Fante.

Dicevo prima dell’ambientazione. In “Aspetta primavera, Bandini” tutto accade a Rocklin, una cittadina di diecimila anime del Colorado. Arturo Bandini è un ragazzino lentiginoso, molto vispo, un ribelle “suo padre in miniatura, suo padre senza baffi”. Gli hanno dato questo nome, Arturo, ma lui avrebbe preferito chiamarsi John. Suo padre e sua madre erano italiani “ma lui avrebbe preferito essere americano”. Suo padre era muratore “ma lui avrebbe preferito diventare il lanciatore dei Chicago Cubs”. 

Il romanzo si apre con Svevo Bandini, il padre burbero, lo scalpellino italiano amante del vino e del poker che in altri libri è Nick Molise o semplicemente Nick Fante. È lui il vero protagonista della storia, più di quanto lo sia Arturo. Manca poco al Natale. Svevo ha una casa che non ha pagato, un paio di scarpe sfondate e riparate alla meglio con del cartone, è senza lavoro, le sue tasche sono vuote: gli ultimi dieci dollari li ha persi giocando a poker. Un disperato. Nell’incipit lo vediamo tornare a casa mentre affonda le sue scarpe scassate nella neve. Non è sobrio, bestemmia, maledice quel Colorado sempre ghiacciato, il posto peggiore per un muratore italiano. È andato in America e c’ha trovato l’Abruzzo. Svevo non è mai partito. A casa lo aspettano i suoi tre figli e la moglie devota “si chiamava Maria, ed era paziente, lo aspettava, gli sfiorava i muscoli dei lombi, così paziente, lo riempiva di baci qui e là”. Maria che cucina, Maria che rassetta casa, Maria che sgrana il rosario, unico diversivo in una vita di stenti e di umiliazioni, sempre uguale. Nella fede Maria ha trovato la sua “ragion d’essere”. Ma Svevo almeno la ama? Le è fedele?

Due scene. La prima. Maria nella salumeria del sig. Craik, che ai Bandini fa credito ormai da settimane. Maria entra in punta di piedi, non dice nulla, si ferma in un angolino, il suo imbarazzo ci dà la misura e il senso della povertà. È uno dei momenti più toccanti del romanzo.

La seconda. Arturo decide di andare a casa di Effie Hildegarde, la ricca vedova che ha sedotto Svevo. Ma non appena vede il padre sull’uscio della sua villa con in bocca un sigaro e con addosso un pigiama di seta costosissimo, rimane abbagliato. La rabbia si tramuta in orgoglio. Quel pezzo d’uomo gli appare come il re d’Inghilterra, e allora “soffrisse pure, sua madre!”.

“Aspetta primavera, Bandini” è una storia di miseria e di sentimenti forti, dolceamara come certe pellicole neorealiste di De Sica e Rossellini. Con Svevo che canta “Oi Marì” e “Torna a Surriento”, la gelida Rocklin non è così diversa da Torricella Peligna. Un bellissimo  romanzo italiano. 

Angelo Cennamo

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FIVE DECEMBERS – James Kestrel

Novembre 1941, scuri presagi si addensano nel cielo di Honolulu come grosse nubi gonfie di pioggia. Alle Hawaii si respira aria di tempesta, “raffiche di entropia” direbbe Jonathan Franzen. Joe McGrady ha abbandonato la marina per fare il poliziotto. Quello di cui ora ha bisogno è una vita tranquilla, magari insieme alla sua Molly “diciamolo, l’esercito è tutta un’altra faccenda. È il campionato dei professionisti, mentre la polizia di Honolulu non è nemmeno una squadretta di provincia”. Una sera all’improvviso McGrady viene richiamato in servizio: nella proprietà di una persona molto in vista sull’isola è stato trovato il cadavere di un uomo. Inizia da qui la lunga storia di “Isole di sangue” di James Kestrel, che io chiamerò con il titolo originale “Five decembers” (stravolgere i titoli dei libri, anche quelli facilmente traducibili, è una pessima abitudine alla quale non mi rassegno). 

McGrady è un personaggio poco empatico, scostante, ma la determinazione e la serietà con le quali affronta il caso affidatogli sono encomiabili. Nelle indagini non mancheranno intralci (tanti), sorprese, altri punti di vista, scontri con i vertici del comando, specie con il capitano Beamer. Ma a complicare l’inchiesta è soprattutto l’identità della vittima, il ragazzo assassinato è il nipote di un uomo molto influente. E allora? Allora non sono ammessi errori, ritardi, clamore. Occorre agire in fretta, tenere alla larga giornalisti e fotoreporter, rimanere vigili, con un occhio a quelle strane nubi che stanno oscurando il cielo di Honolulu e del resto del mondo, scongiurando l’irreparabile e cioè che i venti della storia spazzino via tutto (uomini, tracce, testimoni) in un solo colpo. Quanto manca all’attacco a Pearl Harbor? Pochissimo.

Di James Kestrel, l’autore del romanzo, vincitore tra l’altro dell’Edgar Award nel 2022, non si può dire che sia un abitudinario: da marinaio ha raggiunto ogni angolo della terra, ha gestito un bar, insegnato inglese, investigato per difensori pubblici, fatto l’avvocato, scritto diversi romanzi di successo. 

“Five decembers” sfugge a qualunque classificazione di genere: thriller, noir, romanzo d’amore, romanzo di guerra, romanzo storico, romanzo picaresco (la traduzione italiana è di Alfredo Colitto). La vicenda è compressa tra il 1941 e il 1945, in un’area geografica, il Pacifico, teatro di uno dei più infuocati capitoli della seconda guerra mondiale. Il ritmo è serrato come gli eventi e i viaggi del protagonista, che si susseguono in un’atmosfera di perenne incertezza, frame rosso fuoco di una pellicola da Oscar. La pista dell’omicidio porterà McGrady prima a Hong kong, poi di nuovo a Honolulu, tra mille volti, mille divise, spari, bagliori sessuali, nuovi amori, mozziconi di Lucky Strike. La guerra distrae, travolge tutto, ma “qualcosa rimane tra le pagine chiare” e le pagine crude dell’odisseico protagonista di Kestrel, eroe per caso di una storia più grande di lui. 

Angelo Cennamo

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JOHN HENRY FESTIVAL – Colson Whitehead

Luglio del 1996, a Talcott, West Virginia, si tiene un festival in memoria di un leggendario spaccapietre di colore che alla fine dell’Ottocento avrebbe sfidato e battuto una delle prime trivelle a vapore. Avrebbe perché della reale esistenza di John Henry nessuno può essere certo.

Per partecipare all’evento, in città si ritrovano J. Sutter e una combriccola di giornalisti sbafisti (Bobby Figgis, il Francesino, Dave Brown, il Guercio sembrano usciti dalle “Brevi interviste con uomini schifosi” di Wallace) che come lui girano gli States in lungo e in largo scroccando cene, alloggi e tutto il resto. I loro nomi sono segnati, registrati sulla Lista. “L’intento della Lista è di avere a disposizione un gruppo di persone affidabili a cui non frega un cazzo di niente, che vogliono roba gratis. La Lista desidera americani chiave. E gli sbafisti sono la quintessenza dell’americanità…”.

Nel 2001 Colson Whitehead, scrittore afroamericano di New York, non ha ancora vinto i due premi Pulitzer e il National Book Award (“La ferrovia sotterranea” e “I ragazzi della Nickel” sono arrivati qualche anno dopo), “John Henry Festival” è il suo secondo romanzo, e a differenza dei libri successivi nei quali si rivela decisivo, qui il tema del razzismo viene sfiorato appena. Ciò che incuriosisce di più è l’articolazione della narrazione, complessa, e con diversi capitoli che appaiono scollegati dall’argomento centrale, lasciato dall’autore sullo sfondo, quasi si trattasse, e lo è, di un espediente per raccontare altro: il folklore, le perversioni del circuito mediatico, l’avvento di internet (così come John Henry “aveva abbandonato un’economia schiavistica alla volta di un’economia industriale”, J. sta abbandonando gli anni dell’analogico per entrare nel tempo digitale). 

Dicevo dei dubbi sulla reale esistenza di John Henry. La sua storia a un certo punto si intreccia con quella di John Hardy, un criminale vissuto negli stessi anni e morto impiccato. I due John erano la stessa persona? 

Poco importa, quello che conta è che la leggenda dello spaccapietre sia vera, almeno quella, e che si perpetui nel tempo, si tramandi ai posteri. 

Le diverse microstorie che compongono il romanzo secondo una schema quasi decameronesco, dalle origini del blues ai concerti dei Rolling Stones, dalle droghe al collezionismo dei cimeli di John Henry fino ai cartoni animati che ne riproducono la sfida alla trivella, superano spesso il confine della fiction.  Difficile inquadrare “John Henry Festival” in un solo genere letterario proprio per la sua ampiezza narrativa, per la struttura o per l’assenza di una vera struttura. Non è un libro facile, non lo sarà stato scriverlo per Whitehead, non è facile leggerlo: l’estensione/dispersione degli argomenti trattati, riflessioni, analisi della cultura pop americana, richiedono uno sforzo di concentrazione superiore alla media, sforzo però ben ripagato (fidatevi). Potente, vasto, sempre diverso, sperimentale quanto basta, il miglior romanzo di Whitehead. 

Angelo Cennamo

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VITA E AVVENTURE DI HENRY BECH, SCRITTORE – John Updike

“Caro John, che dire? Se proprio devi commettere la sconvenienza artistica di scrivere di uno scrittore, meglio, immagino, che tu scriva di me piuttosto che di te”.

Apparso la prima volta nel 1964 sul New Yorker, Henry Beck è l’alter ego di John Updike, scrittore originario della Pennsylvania, qui da noi conosciuto per la quadrilogia di Coniglio Angstrom e poco altro. Per quanto tradotto in ogni angolo del mondo e universalmente riconosciuto tra i giganti della narrativa del Novecento, non so perché in Italia Updike si legge poco. Una volta un libraio della Feltrinelli, indicandomi la schermata delle giacenze, mi face notare che de “Il centauro” era rimasta una sola copia disponibile, copia che mi affrettai a prenotare, ovviamente. La stessa serie del Coniglio, anch’essa edita da Einaudi, è mancante di uno dei quattro romanzi: nonostante dal mio umile pulpito ne invochi la ripubblicazione, sono ormai diversi anni, infatti, che “Sei ricco, Coniglio” non è più in vendita. 

Ma questa è un’altra storia. Dicevo di Henry Bech. Della vasta produzione di Big John, Bech è stato il personaggio più raccontato, quello che ha accompagnato Updike per tutta la vita e la carriera, un concentrato dei maggiori scrittori americani della sua generazione (più o meno quella): un Norman Mailer “rimpannucciato”, l’infanzia sembra presa dall’Alex Portnoy di Philip Roth, il passato “ancestrale” da I.B. Singer, altri pezzi da Salinger, Saul Bellow, H. Roth. Insomma, Bech è una specie di avatar della grande letteratura bianca ed ebraica dello scorso secolo. Da qualche settimana, Big Sur ha portato in libreria “Vita e avventure di Henry Bech, scrittore”, venti racconti che si leggono come un lungo romanzo (oltre seicento pagine) per buona parte mai visti prima in Italia. È tra le operazioni più coraggiose alle quali questo editore particolarmente attento agli outsider della letteratura americana (Updike non lo è), ci ha abituato da tempo. Bech è un personaggio sopra le righe, ironico e istrionico, pungente, a volte goffo a volte irresistibile, la cui dimensione borghese e forse un po’ démodé non ne ha attenuato la simpatia. Ricordate Arthur Less, il protagonista dell’omonimo romanzo – premio Pulitzer nel 2018 – di Andrew Sean Greer? Ecco, se avete letto il romanzo di Greer noterete una certa somiglianza, e non solo tra questi due personaggi ma anche nella brillantezza delle rispettive narrazioni. 

Il librone di Bech si può leggere alternandolo ad altri romanzi o racconti. Non abbiate fretta, né di finirlo né di postarlo sui social. Potete aprirlo, iniziarlo, anche pagina 150 o 400, fa lo stesso: l’essenza e il mood di Bech vanno oltre l’impaginazione. Oltre il tempo.  

Angelo Cennamo

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NEMICI – Isaac Bashevis Singer

Di Isaac Bashevis Singer non si può dire che abbia scritto sempre lo stesso libro, ma che molti dei suoi libri siano come i capitoli di un unico grande romanzo, è abbastanza vero. “Nemici” (“Enemies, a Love story”) esce la prima volta nel 1972. Sei anni dopo, lo scrittore polacco di lingua yiddish poi naturalizzato americano, già tra gli apripista della grande tradizione ebraica che vedrà in Bellow, Malamud e Philip Roth alcuni dei suoi più illustri continuatori, verrà insignito del Nobel per la letteratura, consacrandosi tra i maggiori autori del Novecento.

Come per “Il ciarlatano” o per “Ombre sullo Hudson”, tanto per citare altri due titoli Adelphi di recente pubblicazione, i personaggi di Singer sono, come lo stesso Singer, ebrei polacchi sfuggiti alla persecuzione nazista che trovano negli Stati Uniti d’America la loro Terra Promessa. I topoi di queste storie sono fondamentalmente quattro: la fuga da Hitler; le relazioni coniugali ed extraconiugali plurime; il confronto/scontro con l’ortodossia della fede ebraica messa a dura prova dalla società consumistica americana; la fitta rete di vicendevole supporto della comunità ebraica insediatasi nel nuovo continente.

Il protagonista di “Nemici” è un bugiardo, un impostore, che a un certo punto di questa storia arriverà ad avere tre mogli. Ma andiamo con ordine. Durante la guerra, Herman Broder si salva dai campi di concentramento grazie al sacrificio di Jadwiga, una contadina polacca che lo tiene nascosto per tre anni in un fienile all’insaputa anche della propria famiglia. Forse per riconoscenza o forse no, Herman sposa Jadwiga e la porta con sé a New York. L’approdo americano però non coinciderà come per molti immigrati, ebrei soprattutto, con la realizzazione del sogno. Herman è uno squattrinato; vivacchia scrivendo discorsi per un rabbino e, nel molto tempo libero che ha a disposizione, tradisce Jadwiga fingendosi un venditore di libri. Masha, la sua amante, è una donna affascinante, traviata, scaltra, fumatrice incallita. La situazione sentimentale di Herman si complica ulteriormente quando il protagonista scopre che la sua prima moglie, Tamara, non è stata uccisa dai tedeschi come gli era stato erroneamente riferito da un presunto testimone, ma è viva, ed è arrivata a New York per cercarlo. Il precedente matrimonio di Herman, come il secondo del resto, non poteva dirsi felice. Anzi. Eppure, nonostante tutto, tra Herman e Tamara si era instaurato un legame forte, improntato al senso del dovere, e che in quel patto religioso traeva perfino una perversa forma di libidine. Nel ritrovarsi, i due scoprono che quella libidine è sopravvissuta insieme alla consapevolezza della sicura infelicità della coppia. La vita di Herman diventa un inferno. Herman non sa decidere “Le voglio tenere tutte e tre, è questa la disonorevole verità”. L’amore, il sesso non gli bastano a cancellare l’orrore del nazismo, così come non bastano alle sue tre donne. Tutti e quattro i protagonisti appaiono come delle anime in pena, segnate dalla guerra, incapaci di liberarsi dal ricordo e di ricominciare a vivere. Il mood di Singer non è mai drammatico, è più da commedia, una commedia che poi diventa farsa. La prosa tocca spesso momenti di sensualità e leggerezza; quando Herman riceve la notizia che la prima moglie Tamara è viva, trova per terra un giornale “era un foglio che parlava di corse di cavalli. Girò la pagina, lesse una barzelletta e sorrise”. I semi di Singer germoglieranno in diversi romanzi di Philip Roth: “La mia vita di uomo”, “Il teatro di Sabbath” e così via. 

Che fine riserverà Singer a Herman? 

Angelo Cennamo

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LA VOCE ITALIANA DI STEPHEN KING

Se la mente non mi inganna, quando “Americana” di Luca Briasco arrivò per la prima volta in libreria, Telegraph Avenue era già nato da qualche mese: aprile 2016. Non potevo quantificare, allora, l’azione di orientamento, sotto traccia, che l’antologia di Briasco avrebbe esercitato sul blog né ipotizzare altre forme di fascinazione che di lì a poco avrei subito più o meno consapevolmente da fonti autorevoli come quella del noto editor e traduttore di minimum fax. Dal 2016 a oggi ho incontrato Luca tre volte, sempre a Salerno. Nella prima aveva da poco terminato una presentazione ed era in compagnia di un timidissimo Chris Offutt, tra le sue scoperte migliori con William Boyle e Herbert Lieberman. Chissà perché quel pomeriggio finimmo per confrontarci su Rick Moody. Probabilmente il tutto era nato da una delle mie ossessioni sul futuro del genere postmoderno: sopravviverà o meno a David Foster Wallace? È morto e sepolto, dice Luca senza tanti giri di parole. D’accordo ma che dicono Ben Lerner e Joshua Cohen? Li avete avvisati? Nella seconda immortalammo il breve incontro con un selfie (nella foto che conservo compaiono anche le teste lucidissime di Seba Pezzani e di Corrado De Rosa). La terza volta risale a poche ore fa: martedì 12 luglio, una data che ricorderò a lungo, il giorno del tributo a Stephen King al SalerNoir Festival. Con me e Briasco, sul palco, l’amico scrittore Antonio Lanzetta. Devo confessare che parlare di King tra le colonne del duomo di Salerno con la voce italiana del Re, davanti a tante persone, e trovare perfino il modo e il tempo di sviare dal tema della serata per rituffarmi ancora una volta in quella antologia che continua a funzionare come una bussola per il mio blog, è stata una bella emozione. “Billy Summers” è l’ultimo romanzo di King. La traduzione, come di tutti gli altri libri del Re dal 2018 a oggi, è di Luca Briasco. Che esperienza è riscrivere in italiano certe trame? Come scrive Stephen King? “Nessuno mi chiede della scrittura” è da sempre un suo cruccio. La frase tratta da “On writing” ci riporta al complesso che King vive da parecchi anni come il protagonista di “Misery”, l’autore di successo che però non ha Pulitzer né National Book Award nella sua bacheca. Billy è un sicario dalla mira infallibile ma anche un lettore impegnato che alterna l’uso del fucile ai libri di Zola e Dickens. L’antifona è chiara: piantatela di sottovalutarmi, sono uno scrittore serio e non devo dimostrarvi nient’altro.

In tutti i sondaggi lanciati sui social dai fan di mezzo mondo, il romanzo più amato, il masterpiece, è “It”. I giovani perdenti che dimenticano di aver combattuto il mostro ventisette anni prima e che nel frattempo sono diventati uomini di successo, nella penna di King si trasformano in un geniale espediente: ricordarci che gli americani costruiscono il proprio riscatto sulla rimozione del ricordo, e che l’America è la terra delle seconde opportunità. Non cercatelo altrove, dice Briasco, il Grande Romanzo Americano lo ha scritto King, è “It”; se ne facciano una ragione i lettori di Roth e di DeLillo.

Come per Elizabeth Strout, anche le storie del Re, quasi tutte, sono ambientate nel Maine, lo Stato più a Nord Est degli Stati Uniti, quel quadratino in alto a destra osservando la mappa degli Usa, affacciato sull’Atlantico. È un’America che vediamo poco al cinema o in tv, una terra silenziosa, lontana dai grattacieli e dal mondo degli affari. Il gioco dei contrasti (piccolo-grande, assenza-presenza) rende il Maine decisivo nelle trame di King. Lo è altrettanto nei libri della Strout ma per ragioni diverse.

Molti anni fa qualcuno deve aver cucito sulla schiena del Re un’etichetta con su scritto: “autore horror”. King è uno scrittore horror? Non mi pare, a meno che non si spacci per horror il paranormale, il sovrannaturale. In “22.11.63” un tizio se ne va a spasso nel tempo per impedire che venga assassinato JFK. Se questo continuo viaggiare volessimo considerarlo horror, quanta paura vi fa quel mattacchione di McFly di “Ritorno al futuro”?

Briasco parla, argomenta, è un fiume in piena. Per rimanere nei tempi previsti (impossibile) devo brutalmente incalzarlo con altri spunti. Sul quadriportico del duomo intanto è calata la sera. Le luci abbagliano i relatori lasciando al buio la platea sotto il palco. Dalla macchia nera e indistinguibile del pubblico si levano le domande dei giornalisti. Anche con loro Briasco non si risparmia. Siamo alle ultime battute. Non resta che salutare. Grazie. Sipario.

Angelo Cennamo

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ANIMALE – Lisa Taddeo

Joan abbandona New York dopo che il suo datore di lavoro e amante si è sparato un colpo alla testa. A Los Angeles si mette alla ricerca di Alice, l’amica, la sola persona che può aiutarla a rielaborare i lutti sessuali che non smettono di tormentarla. 

“Se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei depravata. La depravazione mi è stata utile”.

Joan è una deparavata. Lo è diventata. Carnefice e vittima, fragile preda, ragazza tradita, mostro. Joan provoca, seduce, sogna, ricorda. Ama?

Dal Canyon si vede Hollywood, le sue vibrazioni, il denaro, “ma l’America è lontana”, scrive il poeta.  Joan sopravvive vendendo i regali preziosi dei suoi uomini, arrangiandosi con lavoretti extra. Lenny è un vecchio vicino che la sa lunga. River è l’altro. Bello, giovane, aitante. Il sesso vero, il sesso simulato, il sesso perché un giorno potresti avere bisogno di lui. 

“Animale” è una storia di luoghi oscuri e di segreti inconfessabili, di orgasmi finti, desideri spenti, viaggi nella memoria. “American Psycho” per la generazione Me Too, scrive il Times sulla cover. Lisa Taddeo è americana ma di chiare origini italiane; nel romanzo l’Italia compare spesso: la Toscana, il cibo, tradizioni. 

“Tre donne” ci ha parlato di donne, “Animale” di uomini che odiano le donne, con “Chiaroscuro” di Raven Leilani (Feltrinelli 2021) – libro che gli somiglia molto – forma un dittico ideale. Joan ritrova Alice, è più giovane di lei ma del sesso e dei maschi sa tutto. Raccontarsi aiuta, forse basta, forse no. Crudo, perfino divertente, ben scritto. 

Angelo Cennamo

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IL TENENTE – Andre Dubus

Le due vite del tenente Dan Tierney, quella a bordo della portaerei USS Vanguard, l’altra sulla terraferma, con Khristy, la ragazza che attende di sposarlo. 

Nel 1967 Andre Dubus è un giovane esordiente di belle speranze; l’Iowa Workshop e l’amicizia fraterna con Richard Yates sono credenziali di tutto rispetto. Il successo italiano, tardivo, di Dubus lo dobbiamo a Mattioli 1881, editore di talento che ama curiosare tra i grandi autori americani dimenticati. Dubus è forte, fortissimo nelle short stories, e la sua scrittura parca e vigorosa non è poi così diversa da quella di Mr. “Revolutionary road”.

“Il tenente” è il primo romanzo di Dubus, una storia di regole infrante e di falsi miti. L’insubordinazione del soldato Ted Freeman scoperchia un sistema di rituali di iniziazione che macchiano l’onore del corpo dei Marines. Dan è a un bivio: salvare il soldato Ted o il decoro della divisa per la quale ha dato tutto se stesso. 

Siamo alla vigilia della guerra in Vietnam ma i nemici della Vanguard sono tutti a bordo, parlano la stessa lingua, sventolano la medesima bandiera. Dubus mette in scena una commedia umana governata dall’arroganza, dal tradimento e l’illusione. Il piccolo mondo della Vanguard è lo specchio del mondo grande che gira fuori. Oltre la nave cosa c’è? La fidanzata di Ted, incinta di lui. E Khristy, confusa e infelice. Traduzione di Nicola Manuppelli. 

Angelo Cennamo

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