CHIAMALO SONNO – Henry Roth

La strana epifania sulla scena letteraria di Henry Roth – autore di origini ucraine ma naturalizzato americano – e l’unicità della sua opera riconosciuta – quasi un one/book/novelist – ricordano la parabola del John Fante di “Chiedi alla polvere” e l’immutata freschezza di Raffaele La Capria, anche lui come Roth entrato nel mito con un solo romanzo. 

“Chiamalo sonno” – “Call It Sleep” – che nel corso della sua vita l’autore citerà spesso con l’acronimo CIS, venne pubblicato nel 1934. Roth allora aveva meno di trent’anni ed era un perfetto sconosciuto. In poco tempo il romanzo si trovò al centro di un’aspra polemica tra chi accusò lo scrittore di non aver colto l’opportunità di raccontare la cruda realtà dei ghetti ebraici confezionando al contrario un’opera borghese, e chi invece lo difese apprezzandone la vena poetica e intimista. Piccoli fuochi, se vogliamo, rapportati al grande successo che arrivò solo nel 1960, a seguito cioè di una insperata ripubblicazione del libro che se da un lato consacrò il non più giovane Henry tra i maggiori romanzieri americani della sua generazione, nel contempo lo trovò del tutto impreparato alle luci della ribalta, avendo egli abbandonato le iniziali ambizioni di scrittura per dedicarsi ad altri mestieri tra i quali quello di allevatore di anatre. 

“Chiamalo sonno”, uscito in Italia prima nel 1964 con l’editore Lerici poi nel 1986 con Garzanti – traduzione di Mario Materassi – è il più classico dei romanzi di formazione. Non solo. La New York di inizio Novecento vista con gli occhi del piccolo David Schearl, per quanto il romanzo sia scritto in terza persona, è un luogo di meraviglie, di anfratti da esplorare in una duplice dimensione, quella pubblica (in questo senso il romanzo lambisce il saggio storico: immigrazione, ebraismo, dinamiche sociali) quella familiare, tra vicende poco chiare (possibili tradimenti, dubbia identità biologica del protagonista) e violenza domestica.

A differenza di Oskar Schell, il bambino newyorchese del romanzo di Safran Foer che si mette alla ricerca virtuale del padre assente perché scomparso nell’attentato alle Torri Gemelle, il nostro David deve scontrarsi con un genitore fin troppo presente, manesco, svitato, arrogante anche con la moglie, arrivata dall’Europa nella “Terra Dorata” con il suo bambino lasciandosi alle spalle un passato ambiguo e opaco. È questo uno dei temi più interessanti della storia: l’antefatto. David è un ragazzino sensibile e curioso; le sue continue scoperte: il sesso, l’amicizia, la morte, Dio, sono un lento processo di iniziazione che finisce per coinvolgere il lettore e guidarlo attraverso una narrazione potente e lirica al tempo stesso, nella quale ritroviamo pezzi di un’altra straordinaria epopea ebraica dei primi del Novecento, quella dei fratelli Singer.

Angelo Cennamo

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