L’11 SETTEMBRE VISTO DAL MIDWEST

Nell’ottobre del 2001 la rivista Rolling Stone pubblica un saggio di David Foster Wallace – nella versione italiana “La vista da casa della Sig.ra Thompson” contenuto nella raccolta “Considera l’aragosta” (Einaudi) – nel quale lo scrittore ripercorre le ore immediate all’11 Settembre nella cittadina di Bloomington, Illinois. A distanza di vent’anni da quelle giornate terribili, il racconto è ambientato tra l’11 e il 13 settembre, Telegraph Avenue pubblica un brano di quel reportage molto  dettagliato e toccante:  


《Martedì. Ci sono forse dieci giorni l’anno in cui qui il tempo è splendido, e oggi è uno di quelli. È limpido, la temperatura è giusta, l’aria è meravigliosamente asciutta dopo parecchie settimane di fila in cui sembrava di vivere sotto l’ascella di qualcuno. Manca pochissimo al vero e proprio inizio del raccolto, e il polline è al suo massimo splendore; una buona percentuale della città è strafatta di Benadryl, un medicinale che come probabilmente sapete tende a dare alle prime ore del mattino un che di trasognato e subacqueo. Quanto all’orologio, siamo un’ora indietro rispetto alla East Coast. Alle 8, chiunque abbia un lavoro è già al lavoro, e più o meno tutti gli altri sono a casa che bevono il caffè o si soffiano il naso o guardano “Today” o uno degli altri programmi del mattino che vanno in onda (manco a dirlo) da New York. Personalmente, io alle 8 ero sotto la doccia che cercavo di ascoltare un’autopsia dei Bears sulla Wscr, una radio sportiva di Chicago. La mia parrocchia si trova nella zona meridionale di Bloomington, vicino a dove abito. La maggior parte delle persone che conosco abbastanza bene da chiedergli se posso andare da loro a guardare la tv sono membri della mia parrocchia. Non è una di quelle parrocchie protestanti in cui la gente non fa che sproloquiare su Gesù o parlare della Fine dei Tempi, voglio dire che non è una comunità di fanatici o di sempliciotti, è abbastanza seria, e i membri della comunità finiscono per conoscersi bene e stringere salde amicizie. Per la maggior parte sono colletti blu o pensionati; c’è anche chi ha un piccolo negozio. Parecchi sono veterani o hanno figli arruolati nell’esercito o che, per lo più, fanno i riservisti da qualche parte, dato che per molte di queste famiglie quello è l’unico modo per pagarsi il college. La casa in cui finisco per mettermi a sedere con scaglie di shampoo secco nei capelli a guardare buona parte del vero e proprio Orrore nel suo svolgersi appartiene alla signora Thompson (4), che è una delle settantaquattrenni più in gamba del mondo ed è esattamente il tipo di persona che in caso di emergenza anche se trovi il telefono occupato sai che puoi semplicemente andare lì da lei.
La sua casa è a un paio di chilometri di distanza, di fronte a un parcheggio per caravan. Le strade non sono affollate ma neanche deserte come diventeranno più tardi. Quella della signora Thompson è una casetta immacolata a un solo piano che sulla West Coast chiamerebbero bungalow ma che nella zona meridionale di Bloomington chiamano semplicemente casa. La signora Thompson è un membro di lunga data della parrocchia e una delle figure di spicco della comunità, e il suo soggiorno tende a essere una sorta di punto d’incontro. È anche la mamma di uno dei miei migliori amici di Bloomington, F***, che ha combattuto nelle truppe d’assalto in Vietnam, è stato ferito al ginocchio e adesso lavora senza entusiasmo per una impresa edile che allestisce negozi in franchising della Victoria’s Secret nei centri commerciali. È nel bel mezzo di un divorzio (è una lunga storia) e vive con la signora T. mentre il tribunale decide a chi assegnare la sua casa. F*** è uno di quei veri veterani del fronte che non parla della guerra e non fa nemmeno parte dell’Associazione Veterani, ma a volte si incupisce in maniera molto profonda e il weekend del Giorno dei Caduti va sempre a campeggiare per conto suo senza dire niente a nessuno, e si capisce che si porta dentro la testa roba bella pesante. Come quasi tutti gli operai edili deve arrivare sul posto di lavoro molto presto, ed era già uscito da un pezzo quando sono arrivato a casa della madre, cioè subito dopo che il secondo aereo ha colpito la Torre Sud, quindi probabilmente alle 8.10 o giù di lì. A ripensarci, il primo segno di shock è stato il fatto che non ho suonato il campanello ma sono entrato direttamente, cosa che normalmente uno non farebbe mai. Grazie a certe conoscenze di suo figlio nell’ambiente, la signora T. ha un televisore Philips da 42 pollici a schermo piatto, su cui appare per un secondo Dan Rather in maniche di camicia con i capelli leggermente arruffati. (Sembra che la stragrande maggioranza degli abitanti di Bloomington preferisca i telegiornali della Cbs; il perché non mi è chiaro). Un buon numero di altre signore della parrocchia sono già qui, ma non so se ho salutato qualcuno perché mi ricordo che quando sono entrato tutti stavano fissando, paralizzati dall’orrore, uno dei pochi spezzoni di filmato che poi la Cbs non ha più ritrasmesso, cioè una ripresa da lontano, in grandangolo, della Torre Nord e della griglia d’acciaio sventrata dei suoi piani più alti in fiamme, e di certi puntini che si staccavano dal palazzo e scendevano lungo lo schermo in mezzo al fumo, che poi quella tipica zoomata a scatti rivelava essere uomini e donne veri, con indosso cappotti e cravatte e gonne, e scarpe che gli cadevano dai piedi mentre loro cadevano, alcuni che si aggrappavano da cornicioni o travi e poi si lasciavano andare, ribaltandosi o contorcendosi mentre cadevano, e una coppia che sembrava quasi (impossibile da verificare) abbracciarsi mentre veniva giù per tutti quei piani e si riduceva di nuovo a un paio di puntini quando la telecamera all’improvviso tornava al campo lungo — non ho idea di quanto durasse il filmato — dopodiché mi è sembrato che la bocca di Rather si muovesse per un attimo prima che ne uscisse un qualche suono, e tutte le persone nella stanza si sono appoggiate allo schienale delle poltrone e si sono guardate con espressioni che sembravano al tempo stesso infantili e orribilmente vecchie. Mi pare che una o due persone abbiano emesso qualche suono. Non è chiaro cos’altro c’è da dire. Sembra grottesco raccontare di essere rimasti traumatizzati da un filmato quando le persone dentro il filmato stavano morendo. C’era qualcosa, in quelle scarpe che cadevano giù pure loro, che rendeva il tutto anche peggiore. Penso che le signore più anziane l’abbiano presa meglio di me. Poi la tremenda bellezza del replay del filmato del secondo aereo che colpisce la torre, con il blu, l’argento, il nero e quello spettacolare arancione, mentre altri puntini mobili cadevano giù. La signora Thompson era sulla sua sedia, una sedia a dondolo con i cuscini a fiori. Nel soggiorno ci sono altre due sedie e un enorme divano di velluto che io e F*** abbiamo dovuto staccare la porta dai cardini per far entrare in casa. Tutti i posti a sedere erano occupati, il che significa che c’erano altre cinque o sei persone, per lo più donne, tutte oltre i cinquanta, e poi altre voci in cucina, una delle quali era molto sconvolta e apparteneva alla signora R***, psichicamente labile, che io non conosco molto bene ma si dice sia stata un tempo una bellezza di fama locale. Molte di queste persone sono vicini della signora T., alcuni ancora in vestaglia, e in diversi momenti qualcuno esce per tornare a casa e fare una telefonata e poi torna, o se ne va e basta (una signora più giovane è andata a portare via i bambini da scuola), altri arrivano. A un certo punto, più o meno mentre la Torre Sud stava crollando all’apparenza così perfettamente su se stessa — mi ricordo di aver pensato che stava cadendo un po’ con il movimento di una signora elegante che sviene, ma è stato Duane, il figlio della signora Bracero, un tipo di norma fondamentalmente inutile e fastidioso, a notare che quello a cui assomigliava davvero era se uno prendeva la ripresa di un decollo della Nasa e la faceva scorrere all’indietro, che adesso dopo aver rivisto la scena molte volte sembra effettivamente un paragone perfetto — c’erano almeno dieci persone in casa. In soggiorno non c’era molta luce perché d’estate tutti tengono le tende tirate (5). È normale non ricordarsi molto bene le cose, o comunque l’ordine delle cose, dopo soltanto un paio di giorni? So che a un certo punto, per un po’, si è sentito il rumore di qualcuno che falciava il prato, cosa che sembrava completamente assurda, ma non mi ricordo se qualcuno ha detto qualcosa. A tratti sembra che nessuno parli e a tratti sembra che parlino tutti insieme. C’è anche un sacco di attività telefonica. Nessuna di queste signore ha un cellulare (Duane ha un cercapersone, a che gli serva non è ben chiaro), quindi c’è solo il vecchio apparecchio della signora T. montato sulla parete della cucina. Non tutte le telefonate hanno un senso razionale. Sembra che un effetto collaterale dell’Orrore sia un irresistibile desiderio di chiamare tutte le persone a cui si vuole bene. Fin dal primo momento è stato appurato che era impossibile prendere la linea con New York; il prefisso 212 produce solo un bizzarro suono stridulo. La gente continua a chiedere il permesso alla signora T. finché lei non gli dice di piantarla e per amor del cielo usare il telefono punto e basta. Alcune signore contattano i mariti, che a quanto pare sono tutti radunati intorno a una tv o a una radio sui loro posti di lavoro; per un po’ i capi sono troppo sconvolti per pensare di mandare la gente a casa. La signora T. ha messo a fare il caffè, ma un altro indice della Crisi è che se uno ne vuole deve andarselo a prendere — in genere invece il caffè praticamente salta fuori dal nulla. Dalla porta della cucina mi ricordo di aver visto cadere la seconda torre e di non aver capito bene se era un replay del crollo della prima. Un’altra conseguenza della febbre da fieno è che non si può mai essere totalmente sicuri se una persona sta piangendo o meno, ma durante le due ore di Orrore in diretta, con servizi extra sull’aereo caduto in Pennsylvania e su Bush scortato in fretta e furia in un bunker segreto dell’Aeronautica e un’autobomba esplosa a Chicago (quest’ultima notizia poi smentita), praticamente tutti piangiamo o non piangiamo a seconda delle nostre capacità in tal senso. La signora Thompson parla quasi meno di tutti. Non mi pare che pianga, ma non si dondola sulla sedia come suo solito. La morte del primo marito è stata improvvisa e orribile, e so che a volte durante la guerra F*** era sul campo e lei non ne aveva notizie per settimane di fila e non aveva neppure idea se fosse vivo o morto. Il principale contributo di Duane Bracero è di continuare a ripetere quanto sembra un film. Duane, che ha almeno venticinque anni ma vive ancora coi suoi mentre a quanto dice studia per diventare saldatore, è uno di quelli che portano sempre magliette mimetiche e anfibi da paracadutista ma che non si sognerebbero neanche lontanamente di arruolarsi per davvero (come, per essere onesti, non me lo sognerei io). E non si è nemmeno tolto il berretto entrando in casa della signora Thompson. È sempre importante avere almeno una persona da odiare》.

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VINCE PASTORALE AMERICANA

Sedici libri di ogni genere (Furore, Il mondo secondo Garp, Il grande Gatsby, Amatissima, Il giovane Holden, Pastorale Americana, Il buio oltre la siepe, Revolutionary road, Le correzioni, Infinite jest, It, American tabloid, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, Le avventure di Augie March, le quadrilogie di John Updike e di Richard Ford). Underworld di DeLillo, il mio “Grande Romanzo del Cuore”, non so perché ho voluto tenerlo fuori dal sondaggio – il sondaggio è stato lanciato ieri su Twitter.

Al termine delle 24 ore consentite dalla piattaforma per esprimere il voto su quella che era risultata la griglia finale (Furore, Il grande Gatsby, Il giovane Holden e Pastorale Americana) l’ha spuntata il capolavoro di Philip Roth. Di misura, va detto – appena cinque punti di differenza – su Furore di John Steinbeck. Staccati al terzo e quarto posto: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e Il giovane Holden di Salinger. 

Il risultato non sorprende più di tanto, anche perché, al di là del valore oggettivo del romanzo e del suo magnifico autore, negli ultimi anni Pastorale ha goduto di una maggiore popolarità/visibilità rispetto agli altri finalisti, almeno sui social. Complice Telegraph Avenue? Può darsi. Ad ogni modo, come ho già spiegato ai lettori e amici di Twitter che hanno partecipato a questo gioco – non è altro che un gioco – sul mio podio virtuale, con Underworld avrei fatto salire volentieri le quadrilogie di Coniglio Angstrom e di Frank Bascombe. Ma va bene così.

Un’ultima curiosità: nel corso della selezione precedente, Pastorale Americana aveva letteralmente stracciato Le avventure di Augie March. Ebbene, di quel libro Philip Roth una volta disse: “È inutile pensare di scriverlo, il Grande Romanzo Americano esiste già, lo ha scritto Saul Bellow: è Le avventure di Augie March”. Sic transit.    

Angelo Cennamo

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ELEGIE ALLA PATRIA – Ayad Akhtar

Il Vietnam, l’assassinio di JFK e l’attentato alle Torri Gemelle sono gli eventi che hanno scosso di più l’America nella storia moderna. Dopo l’11 settembre le vite dei musulmani americani sono cambiate per sempre. Ayad Akhtar, scrittore e drammaturgo dal nome egiziano, di genitori pakistani ma nato e cresciuto nel Wisconsin è un testimone diretto di questo mutamento. Quasi dieci anni dopo la tragedia del World Trade Center, nel 2013, Akhtar si aggiudicò il Pulitzer con un dramma in cui uno dei personaggi gioisce per l’abbattimento delle Torri. L’argomento ritorna con “Elegie alla patria”, romanzo memoir nel quale si racconta il disagio di un americano che inizia a dubitare nei valori con i quali è cresciuto. Come un forestiero in patria, partendo dall’attentato di New York, Akhtar prova a smontare l’immagine della nazione inclusiva e generosa nella quale si è affermato prima suo padre, immigrato dal Pakistan, noto cardiologo dalle alterne fortune, poi lui stesso, autore che ha costruito il proprio successo sull’anticapitalismo e sul falso mito del sogno “A quel punto la mia decisione era presa: avrei smesso di fingere che mi sentivo americano”. 

“Elegie alla patria” è sopratutto questo: la storia di un padre e di un figlio che si contrappongono sull’idea dell’America. Lo scontro, spassossissimo, sull’ascesa di Donald Trump, vent’anni prima tra i pazienti del dott. Akhtar, riproduce in termini più composti e civili il conflitto dei Levov di “Pastorale Americana”, titolo al quale “Elegie alla patria” sembra fare il verso.

Nella letteratura di Akhtar l’Islam è ciò che rappresenta la religione ebraica nei libri dei fratelli Singer e di Philip Roth. 
L’identità, religiosa e politica, è dunque l’altro tema centrale del racconto. Akhtar figlio, pur non essendo un frequentatore di moschee, fatica a conciliare il dogmatismo etico che ispira ogni sua decisione col materialismo del paese nel quale è nato e vissuto. Akhtar padre, invece, è uno spregiudicato arrampicatore sociale e in quel mercantilismo esasperato si sente a proprio agio.

Tutto il romanzo è solcato dal doppio binario percettivo del vizio e della virtù, della fedeltà e della trasgressione, del sacro e del profano, della cultura di sinistra e di quella di destra; un alternarsi di vicende pubbliche e private che ci raccontano un’America diversa e poco conosciuta.

Angelo Cennamo

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DICE ANGELICA – Vittorio Macioce

Mentre scrivo queste poche righe si è appena concluso Il Festival delle Storie che si tiene ogni anno, negli ultimi giorni di agosto, nella valle di Comino, luogo magico sul confine tra Lazio, Abruzzo e Campania, dove gente di mezza Europa si ritrova per parlare di libri, musica, cinema, attualità e molto altro. L’organizzatore di questa kermesse è Vittorio Macioce, fine intellettuale, una delle penne migliori e tra le più originali del giornalismo culturale.

In questi stessi giorni Macioce ha pubblicato “Dice Angelica” – Salani editore; è il suo esordio nella narrativa, un romanzo che sfugge a qualunque classificazione nel quale l’autore dà voce nientemeno che alla principessa del Catai di ariostana memoria. “Dice Angelica” è la versione di Angelica, l’altra campana, quella che non abbiamo mai ascoltato o studiato al liceo. La bella principessa tutti la cercano, tutti la bramano, per poi additarla, bestemmiarla, metterla al bando come una rovinafamiglie “vizio e veleno”, ma siamo sicuri che a lei piaccia essere nelle mire di guerrieri e paladini? Vittorio Macioce ricostruisce la vicenda scardinando convinzioni e indagando a fondo nei pensieri e nei sentimenti della giovane protagonista, desiderata e amata eppure vittima di ogni maldicenza. 

Ed eccola allora Angelica “pellegrina tra i pellegrini…sospesa tra le linee del tempo”, condannata a “scontare l’eternità”, coinvolta in una guerra che neppure le appartiene, lei venuta da un Oriente indefinito e pagano. “La verità mi renderà libera, ma solo quando avrà finito con me”, le fa dire l’autore, rubando la frase ad uno scrittore americano del XXI secolo: David Foster Wallace.
Il romanzo di Macioce è denso di storie e di leggende, di viaggi e incantesimi, di duelli, di amori veri e non corrisposti. 
Macioce non rivisita, riscrive, dando vita a una nuova forma a metà tra poesia e saggistica. “Dice Angelica” è una fiaba antica e moderna, una girandola di voci e stili che lascia il lettore senza fiato e che arricchisce il panorama letterario di un’opera unica, forse irripetibile. 

Angelo Cennamo

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SORELLE – Daisy Johnson

Due parole su questo romanzo breve – 198 pagine – di Daisy Johnson, giovane autrice inglese, la più giovane scrittrice mai entrata nella rosa dei finalisti del Man Booker Prize – è accaduto nel 2019 con la sua opera prima intitolata “Nel profondo”.

A due anni di distanza, Daisy Johnson ci riprova con una storia dalle sfumature gotiche che al Guardian ha ricordato certe trame di Shirley Jackson e di Stephen King.

Senza per forza scomodare la Jackson e il suo figlioccio King, inarrivabili per chiunque, “Sorelle” – edito in Italia da Fazi con la traduzione di Stefano Tummolini – è indubbiamente un libro in cui non mancano sussulti e gesti tecnici apprezzabili, attraversato da una tensione costante che evoca o, se preferite, riproduce stili e atmosfere della narrativa appena citata. 

Le “Sorelle” di Daisy Johnson sono Luglio e Settembre, due adolescenti di Oxford, senza amici “bastiamo a noi stesse”, che vivono una strana simbiosi, un legame viscerale che verrà chiarito solo a trenta pagine dalla fine con un colpo di teatro che fa impennare l’asticella del romanzo, fino a quel momento poco sopra la sufficienza. Da Oxford, le due sorelle si trasferiscono con la madre – scrittrice depressa con un ex marito morto annegato nella piscina di un hotel – in una nuova casa, “spiaggiata lungo le North York Moors, appena fuori dal mare”. Le ragioni del trasferimento sono legate ad un antefatto che emergerà più o meno a metà libro. La casa sul mare, quella sì, possiede la magia dei luoghi kinghiani (“Duma Key” e altro), non solo ma è il corollario perfetto delle dinamiche familiari raccontate dalla Johnson: corpo nei corpi, incastro necessario tra passato e presente, rappresentazione materiale del dolore. Qui l’incontro tra le due sorelle e un ragazzo del posto farà improvvisamente deviare il corso della storia, ribaltando ogni convinzione e costringendo Luglio ad una imprevedibile catarsi. 

Angelo Cennamo

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ZONA DISAGIO

Il disagio è un sentimento generazionale. Jonathan Franzen e David Foster Wallace, scrittori più o meno coetanei, lo hanno messo spesso al centro delle loro storie. Franzen addirittura nel titolo di un libro – “Zona disagio” – ma non solo lì. Wallace ne ha fatto quasi un vessillo, anche nel rapporto con le donne. Jon e Dave arrivano sulla scena dopo autori nerboluti come Philip Roth e John Updike, che avevano invece costruito le rispettive trame sulla strafottenza, in certi casi, sull’esuberanza e il vigore (sessuale) in altri. “Un pene fornito di dizionario”, così una volta Wallace definì Updike. La gioventù franzowallaciana è goffa, sudata, impedita. I maschi di Philip Roth, allupati e ribelli. Quelli di Updike liberi e disinibiti. 

Angelo Cennamo

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CAVALLI ELETTRICI – Shannon Pufahl

Shannon Pufahl è cresciuta nelle campagne del Kansas. Come tanti scrittori americani ha un curriculum abbastanza variegato: barista, autrice musicale freelance, poi docente alla Stanford University. “Cavalli elettrici” è il suo primo romanzo. Edizioni Clichy, editore attentissimo ai nuovi fermenti d’oltreoceano – “Nomadland” di Jessica Bruder è stato uno dei migliori colpi del 2020 – lo ha portato in Italia con la traduzione di Giada Diano. 


È una storia diversamente western, ambientata nel secondo dopoguerra tra il Kansas e la costa californiana. I protagonisti sono due giovani coniugi e il fratello di lui. Quello tra Lee, Muriel e Julius non è esattamente un triangolo ma tra Muriel e suo cognato c’è una strana alchimia fatta di pensieri sconci, di sguardi furtivi, di parole non dette. 
Muriel è il personaggio più interessante del libro: lavora in una tavola calda fuori San Diego, frequentata da ex fantini e allenatori. Muriel sente le loro conversazioni, prende appunti, e nei giorni liberi, all’insaputa di Lee, corre a scommettere all’ippodromo di Del Mar. La vita segreta di Muriel, le sue puntate vincenti, le inquietudini che ha ereditato dalla madre, donna travagliata che ha avuto diversi amanti, occupano la prima parte del romanzo, la più promettente. Personaggio speculare a quello di Muriel è il cognato Julius, uno sbandato, un uomo infido, attratto da Muriel ma innamorato di Henry, un baro che ha conosciuto in un casinò di Las Vegas. 

“Cavalli elettrici” è una storia di bugie e di scommesse. Le esistenze di Muriel e di Julius – Lee rimane più sullo sfondo – sono governate dall’azzardo e dalla menzogna. Per almeno cento pagine il romanzo è perfetto: la Pufahl sa scrivere, i luoghi della storia, dal Kansas all’Ovest passando per Tijuana, sono uno scenario meraviglioso, vibrante, evocativo; le vicende ambigue di Muriel e di Julius, un propellente ben calibrato. Poi però la storia diventa inspiegabilmente lenta, prende direzioni incompatibili col nucleo centrale del plot, le tracce aumentano, si aprono nuove scene nelle quali entrano ed escono decine di altri personaggi ininfluenti, che distraggono il lettore dal senso del racconto. E allora si ha la sensazione che il romanzo imploda come un castello di carte – troppe – messe senza criterio una sull’altra, fino a che l’azzardo (quello della Pufahl ) non si risolve in un bluff smascherato.

 
Peccato, “Cavalli elettrici” poteva essere un capolavoro, le premesse c’erano tutte: l’inseguimento del sogno, il viaggio dal Midwest alla California, il sobborgo della “Revolutionary road” di Richard Yates, i tradimenti, il gioco, la perdizione. Ma la Pufahl ha voluto strafare, aggiungendo pezzi e divagazioni che hanno allargato la storia senza misura, rovinandola. 

Angelo Cennamo

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SOGNI DI BUNKER HILL – John Fante

La Los Angeles di Arturo Bandini è una città in fermento, brulicante di uomini d’affari e aspiranti artisti. Hollywood, una miniera d’oro per sceneggiatori e soggettisti. John Fante si è guadagnato da vivere scrivendo soprattutto per il cinema, attività che lui giudicava un ripiego, utile, a volte necessario, ma un surrogato della più nobile arte della letteratura ”John dovrebbe  limitarsi a scrivere libri. Scrivere dei film, per quello che ne so, è uno spreco di talento e di tempo. Anche se ora il salario del cinema ci fa comodo” dirà la moglie Joyce ad un editore amico di suo marito.

“Sogni di Bunker Hill”, l’ultimo romanzo, dettato a Joyce da un Fante ormai cieco e con entrambe le gambe amputate per via del diabete, racconta proprio le prime esperienze nel mondo della celluloide del giovane Bandini, arrivato a Los Angeles dal Colorado in cerca di fortuna. Bandini è una simpatica canaglia, un provincialotto goffo e sfacciato, animato da grandi speranze. Trova alloggio in un alberghetto di Bunker Hill gestito dalla signora Brownell, una vedova più anziana di sua madre, con i capelli bianchi e la dentiera. L’attempata signora Brownell non ha esattamente i tratti della giovane e sensuale Camilla Lopez di “Chiedi alla polvere”, ma Arturo se ne innamora e ci finisce a letto. È riuscito a strappare un contratto alla Columbia, che lo paga profumatamente per non scrivere nulla, nel frattempo si gode la vita curiosando tra colleghi e aspettando la grande occasione per debuttare finalmente come romanziere. Che ci vuole, basta trovare una frase giusta, poi una seconda, una terza e il resto viene da sé. Ma la strada è irta di ostacoli e piena di sorprese, non tutte piacevoli. Troppo facile illudersi, caro Bandini. Il ritorno in Colorado, dalla sua famiglia, con gli stessi pochi dollari che aveva in tasca quando era partito per Los Angeles, ha le tinte del neorealismo di certi film di De Sica: il padre italiano che sotto la neve accoglie il figliol prodigo rioffrendogli quello che un tempo fu il suo paltò; la madre piangente che porta in tavola le lasagne, i fratelli intorno a fargli mille domande sui divi del cinema, e Arturo che finge di conoscerli tutti manco si trattasse dei suoi migliori amici. 

“Sogni di Bunker Hill”, uscito nel 1982, come gli altri romanzi della saga di Bandini ha una forte impronta autobiografica. È un bel romanzo ma una spanna sotto i due capolavori di Fante: “Chiedi alla polvere” e “La confraternita dell’uva”, che hanno venduto decisamente più copie di questo. Né ha riscosso la popolarità di “Full of life”, l’opera di maggiore successo del Fante ancora in vita, al quale però l’autore non sembrava particolarmente legato “Full of life è stato scritto per soldi. Non è un romanzo molto bello”. 

Quando John Fante morì, l’8 maggio del 1983, all’età di 74 anni, pochi mesi dopo la pubblicazione di “Sogni di Bunker Hill”, negli Stati Uniti quasi nessuno si ricordava più di lui.

Angelo Cennamo

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C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD – Quentin Tarantino

Uma Thurman e John Travolta che nei panni di Mia Wallace e Vincent Vega ballano un twist sulle note di “You can never can tell” di Chuck Berry. È la scena più nota di “Pulp fiction”, il film che nel 1994 – nel 1992 l’esordio con “Le Iene” – consacra Quentin Tarantino tra i registi più famosi e strapagati del pianeta.

“C’era una volta a…Hollywood” arriva nelle sale cinematografiche venticinque anni dopo “Pulp fiction” e a distanza di qualche mese Tarantino ne fa uscire una versione romanzata, sovvertendo una vecchia prassi che vuole i film tratti dai libri e non il contrario.  Quando scrivo queste poche righe non ho (ancora) visto il film con Brad Pitt e Leonardo Di Caprio; la cosa non mi dispiace, potendo parlare del romanzo più liberamente, senza condizionamenti, soprattutto senza sapere quanto il racconto scritto sia fedele o meno al film. La storia è ambientata alla fine degli anni Sessanta e del cast – parola quanto mai appropriata – fanno parte due protagonisti e altrettante seconde linee. Vediamoli.

Rick Dalton è una vecchia gloria del cinema costretta ad accettare un ruolo di prim’attore in uno spaghetti western diretto da Sergio Corbucci – “il secondo miglior regista di spaghetti western del mondo”, gli dice il nuovo impresario Marvin. Rick è un tipo alla buona, un po’ retrò, vissuto all’ombra di Steve McQueen.

Cliff Booth è la sua spalla, la sua controfigura. A dirla tutta, Cliff “è stato” la sua controfigura; sì perché, da quando sul set de “Il calabrone verde” diede una bella lezioncina di karate nientemeno che a Bruce Lee, la collaborazione tra Cliff e Rick si è ridotta al ruolo di autista e poco altro. Gli altri due personaggi del libro sono Sharon Tate, un’avvenente autostoppista che se n’è andata dal Texas sognando di diventare un’attrice, e Charles Manson, un ex detenuto con ambizioni da rockstar. Ma accanto a questi quattro protagonisti ce n’è un quinto, un po’ defilato sullo sfondo, è il vicino di casa di Rick: Roman Polanski. Rick lo vede entrare e uscire dalla sua villa a bordo di una fuoriserie; “La vita è troppo breve per non guidare una spider” è la migliore battuta pronunciata da Polanski, la leggiamo a poche pagine dalla fine. 

Più che un romanzo “C’era una volta a Hollywood” è un saggio sul cinema mascherato da fiction. Tarantino si diverte a raccontare aneddoti, alcuni realmente accaduti, altri meno – il libro è pieno di nomi di attori e attrici, titoli di film, di canzoni – mescolandoli alle vicende dei suoi personaggi. Il risultato è decisamente apprezzabile, per quanto l’autore abbia, come dire, giocato in casa; la prova del nove l’avremo col secondo romanzo, semmai Tarantino dovesse pubblicarlo. Non stupisce che il ritmo del racconto sia cinematografico, a mo’ di sceneggiatura, con sequenze molto evocative. La scrittura di Quentin Tarantino ricorda quella di Joe Lansdale: veloce, tagliente, battute fulminanti. Rick e Cliff non saranno Hap e Leonard ma la simpatia è la stessa. Provaci ancora, Quentin.    

Angelo Cennamo

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QUEER – William Burroughs

Leggere “Queer” di William Burroughs, scrittore leggendario del Missouri, è come leggere due storie: quella contenuta nel libro e quella fuori dal libro, per meglio dire: la storia “del” libro, la sua gestazione, lunghissima, la scrittura risalente al 1952, i dubbi, le esitazioni, i tagli, la pubblicazione avvenuta oltre trent’anni dopo, nel 1985. “Queer” fu scritto sotto l’effetto di droghe – quasi una costante per un autore della Beat Generation – a Città del Messico, dove Burroughs si era trasferito dal Texas per un increscioso incidente giudiziario. È un romanzo autobiografico e incompleto, strano come tutti i libri di Burroughs. Il titolo gli fu suggerito da Jack Kerouac, suo amico e convivente per diversi mesi – un certo Allen Ginsberg invece gli fece da agente letterario. Quanto “la poetica” di Kerouac abbia influito nella stesura del testo è difficile dirlo, resta il fatto che di “Queer” esistono un paio di versioni. Sulla prima, almeno su quella, aleggia lo spettro della moglie di Burroughs, uccisa da un colpo di pistola sparato dallo stesso autore forse per errore. Senza quella morte, confesserà Burroughs qualche anno dopo, “non sarei mai diventato uno scrittore”, soprattutto non sarebbe diventato uno scrittore comune o uguale a tanti altri: in “Queer”, che è il secondo romanzo di Burroughs, ritroviamo le prime tracce di una scrittura originale e sorprendente, sviluppatasi meglio in altri libri successivi – “Pasto nudo” il più noto – definita “cut-up”. Partendo dall’idea che anche le parole sono immagini, il metodo consisteva nel tagliare delle pagine di un testo per poi ricomporle in un nuovo montaggio. In altri termini, Burroughs “rubava” dai libri di altri autori per poi collegare «pezzetti vividi di dettagli che svaniscono». Di cosa parla “Queer”. La trama, che non c’è – potete entrare nel racconto anche a pagina 40 cambierebbe poco – è incentrata sulla relazione omosessuale tra Lee, alter ego di Burroughs, e Eugene Allerton. Nella prima parte del libro Lee è un tossico in astinenza. È molto attratto da Allerton però in lui non cerca un vero e proprio contatto, Allerton è piuttosto il pubblico delle sue esibizioni. Lee ha già scelto la scrittura come sua nuova forma di vita e Allerton è lo spettatore privilegiato dei suoi “numeri”. Intorno a questi due protagonisti ritroviamo un’umanità sordida che popola un’Interzona che va da Città del Messico a Panama. Lo scenario ricorda quello infimo, degradato della Brooklyn di Hubert Selby jr, altro outsider come Burroughs della letteratura americana, vissuto come lui nella morsa degli stupefacenti. “Queer” è un libro crudo e lucente. Nessuno è come William Burroughs. 

Angelo Cennamo

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