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LA VITA AGRA – Luciano Bianciardi

 

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Due parole su “La vita agra”, l’opera più nota di Luciano Bianciardi, pubblicata la prima volta nel 1962 e ambientata nella Milano degli anni Cinquanta e Sessanta. Parto dalle cose che mi sono piaciute. La scrittura. La prosa di Bianciardi è magnifica. Molto moderna, scorrevole, per nulla vischiosa e arzigogolata come quella di altri suoi colleghi della stessa epoca. Interessante anche lo spaccato dell’Italia del boom economico: fedele, dettagliato, credibile. E qui veniamo alle note dolenti del romanzo, ovvero all’approccio, come dire, pedagogico e moralistico col quale l’autore ha inteso raccontare il capitalismo che in quegli anni cominciava a delinearsi. Confesso che l’operazione di Bianciardi l’ho trovata sleale, a tratti irritante. Bianciardi scrive un breve trattato socio-politico e lo maschera da romanzo. Un saggio che diventa fiction. Ne “La vita agra” ritroviamo i temi e le invettive del più autentico Pasolini de “Gli scritti corsari”. Dei due libri ho preferito quello di Pasolini.

Angelo Cennamo

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MONEY – Martin Amis

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“È impossibile eliminare la congiura ordita dai soldi. Ci si può solo adeguare”, dice John Self a cento pagine dalla fine della sua storia, la storia della sua vita, delle sue ossessioni: il lusso, l’agiatezza, il denaro.
È il 1984. In Inghilterra governa Margaret Thatcher, negli Stati Uniti Donald Reagan. Carlo e Diana qualche anno prima si sono giurati amore eterno davanti a milioni di telespettatori sparsi per il mondo. È in questo scenario che Martin Amis colloca “Money”, probabilmente il suo libro migliore. John Self – nomen omen – ne è il personaggio chiave oltre che la voce narrante. Self è un englishman in New York. Ha 35 anni, gira spot pubblicitari e ora sta per approdare al cinema. Il suo primo film – Good Money o Bad Money – sarà uno sballo e gli frutterà un pacco di soldi. Si spera, almeno. Self è un ventesimo secolo dipendente, mangia solo schifezze, adora la pornografia, frequenta topless bar, beve a tutte le ore, si droga, e ha una fidanzata londinese, Selina, che lo tradisce non si sa con chi. Selina è la versione femminile di Self: materialista e schiava del denaro, si aggrappa al giovane regista solo perché non ha altre fonti di reddito. Lui ne è consapevole, ma anziché allontanarla le chiede di sposarlo. La storia vomitata da Self si svolge perlopiù a New York, nei dintorni di Central Park, tra i locali di Broadway, taxi e stanze d’hotel. È una città frenetica, rumorosa, spietata, affarista. Intorno a Self ruota un cast di primedonne grottesche, su tutti: Fielding Goodney, suo socio; Caduta Massi, vecchia gloria di soap opera, la cui bellezza appassita mal si attaglia al ruolo della protagonista del film; Martina Twain, l’altra donna di Self, delicata, raffinata, colta. John Self è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, sopraffatto da mille insicurezze e pentimenti. Sempre in affanno, infelice “Sono un oggetto incredibile che avanza, una massa di cento chili lanciata a tutta velocità. Sono il treno espresso alla fine del sogno”. Ho letto “Money” pochi mesi dopo “Glamorama” di Bret Easton Ellis. I due libri si somigliano – “Money” è uscito prima dell’altro – per il degrado umano, la brutalità e la leggerezza di un mondo vuoto di valori e di sentimenti autentici che raccontano entrambi. “Money” è “Glamorama” al cubo, un archetipo di altre narrazioni – almeno un paio di autori hanno saccheggiato questo libro – e Amis, che figura anche tra i personaggi del romanzo (ricordo un solo precedente del genere: Philip Roth con il suo alter ego Natahan Zuckerman ne “I fatti”), è un Ellis più capace e più vasto.
Angelo Cennamo
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COME UNA BESTIA FEROCE – Edward Bunker

 

 

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Diciotto anni in un penitenziario ti segnano, e qualche volta ti insegnano, a scrivere, come nel caso di Edward Bunker. Bunker non ha la biografia di uno scrittore qualunque; non ci sono lauree o corsi di composizione creativa nel suo curriculum. Nasce nel 1933 a Hollywood da genitori che lavorano nel mondo del cinema, ma fin dalla prima adolescenza la sua vita è un continuo girovagare tra riformatori e case famiglia.

“Come una bestia feroce” viene pubblicato la prima volta nel 1973; dal romanzo è stato tratto un bellissimo film con Dustin Hoffman “Vigilato speciale”. Il grande romanzo dei bassifondi di Los Angeles, lo definisce James Ellroy nella sua accorata prefazione. Ellroy ha un pedigree molto simile a quello di Bunker, e come autore si è formato proprio sui noir del suo “padrino” californiano, ereditandone lo stile e il linguaggio crudo. Ma veniamo ai fatti. Max Dembo esce dalla prigione di San Quentin in libertà condizionata dopo aver scontato una condanna di otto anni per assegni falsi. Vorrebbe rigare dritto anche se con poca convinzione, e diventare una volta per tutte un uomo onesto. Max ha il fiato sul collo di Rosenthal, il suo sorvegliante. Cerca lavoro, ma chi è disposto a dare un’occupazione a un tipo come lui? Fuori dal carcere ritrova vecchie conoscenze, uomini e donne che si arrangiano con lavoretti poco leciti o con sussidi di disoccupazione. Willy è un suo amico d’infanzia, tossico, anche lui in libertà vigilata. Vive con la moglie Selma e il figlio di lei “era troppo pigro per lavorare e troppo spaventato per rubare”. Di personaggi come Willy il libro ne è pieno; una specie di girone dantesco fatto di gangster, avanzi di galera e sgualdrine. Max capisce che il suo destino di dannato non ammette deroghe. Con altri due amici mette su una banda per organizzare una rapina in banca. La seconda parte del romanzo è una fuga rocambolesca con Allison, la giovane amante che si lascia sedurre dal male – Allison è tra i personaggi più interessanti della storia –  e una lunga scia di sangue che cancella ogni proposito di futuro. Ci sarà mai redenzione per Max Dembo? Ritmo, passione, crudeltà: “La più bella crime story mai scritta” scrive Quentin Tarantino sulla quarta di copertina. 

Angelo Cennamo
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NESSUNO È COME QUALCUN ALTRO – Amy Hempel

 

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“Niente metafore! Nessuno è come qualcun altro”.

Amy Hempel, americana di Chicago – ah, questo Midwest – allieva di Gordon Lish, da ormai diversi anni ci delizia con racconti dallo stile minimalista, brevi, alcuni brevissimi, ma densi di suggestioni e dal forte impatto evocativo. Parole scelte e maneggiate con cura, come quelle posate con precisione millimetrica in ciascuna delle centicinquanta pagine di questo libro – la traduzione italiana è di Silvia Pareschi – che arriva a ridosso, nella ripubblicazione della SEM, di “Ragioni per vivere”, la raccolta che ha reso celebre la Hempel in tutto il mondo. “Nessuno è come qualcun altro” contiene quindici schegge di vita, i tracciati malinconici di donne deluse, sull’orlo della solitudine, sopraffatte da un tormento a volte irreversibile. In “Le chicane” una burrascosa storia d’amore si lega a mille ricordi e al suicidio di una zia. Quella di “Greed” è la voce di una moglie tradita con una faciloneria offensiva. L’amante di suo marito, una delle tante, è affascinante e più anziana di lui. La protagonista di “Cloudland”, l’ultimo dei racconti, il più lungo, ha partorito e dato in adozione il figlio avuto da un uomo sposato. Il trasferimento da New York in Florida ha il sapore di una fuga. Le sue parole, velate di amarezza, mi hanno ricordato l’ultimo Bascombe di Richard Ford, lo stesso disincanto

“Oggi c’è tanta gente che ha bisogno di aiuto, e non occorre essere innamorati per poterlo dare. Aiutare è amare”.

Difficile non pensare a Raymond Carver leggendo le storie della Hempel, alla sua prosa scarna ma potente al tempo stesso, ai silenzi e ai vuoti di una narrazione che fa dell’insignificante, del dettaglio trascurabile, la sua parte dominante, il centro di tutto. 

Angelo Cennamo

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IL MIGLIORE – Bernard Malamud

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Bernard Malamud, scrittore americano di Brooklyn, molti lo ricordano per “Il commesso”, il suo romanzo più popolare, uscito negli Stati Uniti nel 1957, in Italia pubblicato inizialmente col titolo de “Il ragazzo di bottega”. “Il migliore” – edito da minimum fax come tutti gli altri libri di Malamud – lo anticipa di cinque anni. È una storia ambientata nel mondo del baseball che potrebbe sviare forse qualche lettore non avvezzo a questo sport poco praticato in Italia e nel resto d’Europa. In realtà che siate o meno consapevoli delle regole del baseball poco importa. Il baseball è un dettaglio, importante sì, ma un dettaglio: sarebbe stato lo stesso se Malamud la sua trama l’avesse collocata nel calcio o in un qualunque altro sport di squadra. Ma si dà il caso che Roy Hobbs, il protagonista di questa storia, sia proprio un giovane talento del baseball che parte dal suo paesino alla volta di Chicago per partecipare a un provino con un grande club. Ad accompagnarlo nell’avventuroso viaggio in treno è il suo scopritore Sam Simpson, ex giocatore, una specie di secondo padre. Siamo al primo capitolo del romanzo. La storia riprende con Roy che, a trentaquattro anni suonati, si ritrova a firmare un contratto con i New York Knights, una squadra blasonata ma sprofondata nei bassifondi della classifica, e che ora rischia di retrocedere. Un salto di quindici anni dei quali al lettore non viene raccontato assolutamente nulla. Cosa gli sarà successo in tutto questo tempo, a Roy Hobbs? Dov’era finito? Cosa ha fatto? È intorno a questo vuoto spazio-temporale, al mistero fitto che lo avvolge, che Malamud imbastisce la sua trama. Dunque, dicevamo, Roy, all’età in cui molti battitori appendono le scarpette al chiodo, ha di fronte a sé una seconda chance: risollevare le sorti dei Knights e diventare finalmente un campione del baseball. Roy entra nella seconda parte della storia con “Wonderboy”, la mazza che lui stesso si costruì da ragazzo e dalla quale non si è mai più separato. Sentite Malamud con quanto vigore descrive “l’esperienza religiosa” del gesto atletico  “Wonderboy lampeggiò al sole e colpì nel punto in cui era più grossa. Il cielo fu percosso da un’esplosione simile alla salva di un calibro ventuno”.
Quell’ultima opportunità Roy non se la lascerebbe sfuggire per niente al mondo; le sue performance sono prodigiose; i Knights cominciano a scalare la classifica esclusivamente grazie al suo contributo “Come una locomotiva arrugginita che uscisse per la prima volta dal deposito dopo anni, avanzavano sui binari sbuffando, ansimando, ruttando fumo e sparando scintille”. La figura del protagonista è affiancata da un gruppetto di personaggi che l’autore disegna con perfezione: il coach Pop, uomo sanguigno e di cuore – io l’ho immaginato come certi allenatori del vecchio calcio italiano: Nereo Rocco o il più recente Carletto Mazzone – Memo, l’amore incompiuto di Roy, eternamente divisa tra il fantasma del suo ex fidanzato morto e l’allibratore Gus; il Giudice, il finanziatore senza scrupoli dei Knights, un uomo indecifrabile sempre chiuso nel suo ufficio buio a fumare sigari e a ordire trame losche. In una delle scene salienti del romanzo, Roy arriva ai ferri corti con lui dopo aver chiesto invano un aumento di stipendio. Roy è ambizioso, sicuro di sé, ma potrebbe vacillare dietro la spinta del denaro e il miraggio di un matrimonio agiato con Memo. “Il migliore” è una storia di sfide, di coraggio, di perdizione. Malamud è un autore ineludibile per comprendere la letteratura americana del Novecento. Lui, Saul Bellow e Philip Roth sono la spina dorsale della narrativa ebraica degli Stati Uniti. Viva Malamud e viva minimum fax che lo ha riportato in libreria dopo anni di oblio.
Angelo Cennamo
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NOTTE SUL NEGEV – Federica Fantozzi

 

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Di Federica Fantozzi mi ha sempre incuriosito la vocazione all’internazionalismo. Più che raccontare il proprio mondo, Federica racconta il mondo nella sua interezza, e lo fa fuori da ogni canone, schema o target precostituito. “Notte sul Negev” esce nel 2001 ed è il secondo dei quattro romanzi ad oggi presenti sul suo scaffale, dopo l’esordio di “Caccia ad Emy” e i due più recenti capitoli di Amalia Pinter, la giornalista d’assalto alla quale Federica ha affidato il pensiero e lo sguardo sull’attualità con particolare riferimento al crimine. Quattro libri diversissimi ma con una matrice comune: il viaggio, l’esplorazione. Ho già detto in diverse occasioni che la categoria di autrice noir a Federica Fantozzi le sta stretta, e che il male di cui sono intrise le sue storie non è che il pretesto per raccontare molto altro. L’intrigo, il complotto misti all’avventura sono la cifra della narrativa fantozziana. E al centro di queste quattro – per adesso – storie c’è sempre una figura femminile: leggendo “Notte sul Negev” non vi sarà difficile ritrovare nel personaggio di Camilla l’embrione, la prima versione o stesura, di Amalia Pinter. Il romanzo è ambientato in Israele, dopo l’anno 2000. Una giovane diplomatica inglese viene mandata in missione in Terrasanta alla soglia di una nuova Intifada. La trattativa di pace tra israeliani e palestinesi si è arenata a Camp David, e le residue speranze di ristabilire l’ordine sono rimesse alla visita di Amodio I, il primo Papa di colore. Gerusalemme è un incrocio di etnie composite oramai allo sbando; Fantozzi ne riproduce i colori e gli umori, sembra di essere lì. Allo stesso modo con il deserto, dove si svolge buona parte della storia; sono i passaggi più coinvolgenti del libro. Specialmente di notte, iI Negev brulica di silenzi e di versi di animali, gufi, civette: le vere sentinelle contro il male. “Notte sul Negev” è un romanzo di atmosfere prima di tutto, un viaggio in un luogo ricco di storia e di suggestioni dove la fede ha più spesso diviso anziché unito i popoli.  Le descrizioni di Federica Fantozzi sono precise, dettagliate; i retroscena dei fatti ben argomentati e documentati –  Federica Fantozzi sa scrivere. Riusciranno Camilla e il Papa ad allentare la morsa del fanatismo e dell’incomprensione? Buona lettura.

 

Angelo Cennamo

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