I CERCHI NELL’ACQUA – Alessandro Robecchi

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“Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all’omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano.”
Tarcisio Ghezzi e Pasquale Carella, sono loro e non il solito Monterossi, i protagonisti di questo settimo capitolo – mai definirla serie – del Grande Romanzo Milanese che Alessandro Robecchi sta scrivendo per Sellerio da un osservatorio duplice, quello borghese e mediatico dell’autore pentito di Crazy Love, il programma di gossip confezionato dalla tivù commerciale – “La Fabbrica Della Merda” – e pettinato da Flora De Pisis; quello sgangherato e proletario dei due poliziotti inseparabili, Ghezzi e Carella per l’appunto. Sorprende e dispiace non trovare anche in questo caso al centro della scena il Monterossi, vale a dire il personaggio cardine, il jolly intorno al quale ruotano tutte le trame di Robecchi, la sua simpatia, le sue contraddizioni di uomo e di autore televisivo, il suo osservatorio radical chic dei fatti del mondo. Evidentemente Robecchi avvertiva l’urgenza-esigenza di raccontare una storia diversa, sbirresca, più cupa, più amara, meno scanzonata delle altre. Una scommessa vinta, direi. Vinta perché “I cerchi nell’acqua” è un romanzo perfetto, lo è per ambientazione, costruzione, per gli intrecci polizieschi, per lo spessore filosofico – che parolone! – che ricaviamo dalle vite sbandate dei protagonisti e delle comparse, e dal senso estetico delle vicende narrate.
“È vero che cercava il Salina, è vero che ora cerca il Vinciguerra, ma quello che sta cercando veramente sono… quei trent’anni…dal giovane sbirro che era al vecchio poliziotto stremato dalle cose che ha visto…quei trent’anni che ora gli sembrano dieci minuti, un’ora, un tempo così corto da dire: beh, la vita? Tutto qui?”.
Facciamo un passo indietro. Il romanzo ha inizio con un invito a cena del Monterossi ai coniugi Ghezzi, Tarcisio e l’immancabile signora Rosa. Ghezzi e Monterossi si sono spesso incrociati sulle scene del delitto al punto di diventare amici, buoni amici. L’incontro in salotto, mentre le donne, Bianca e la signora Rosa, se ne stanno di là a inciuciare, ha il sapore di una confessione, di un’operazione a cuore aperto con la quale il Ghezzi, trent’anni di onorato servizio, racconta al suo compare di trame cosa vuol dire essere poliziotti, e di come il confine tra lecito e illecito, tra il bene e il male, sia spesso invisibile o poco chiaro a certe latitudini sociali. Facile sporcarsi le mani quando rischi la vita giorno e notte per quattro soldi. Che ne sa il Monterossi “di quel campo di grano”. Il racconto di Ghezzi apre di fatto due trame, una nella quale è coinvolto lo stesso Ghezzi, l’altra in cui il protagonista assoluto è Carella. Due storie – nelle quali non mi addentro – che finiranno per incrociarsi in un’unica traccia, ancora una volta avvincente, ricca di colpi di scena e soprattutto ben scritta. Alessandro Robecchi sa scrivere, e sa deragliare dal giallo all’attualità: “I cerchi nell’acqua” è un meraviglioso romanzo sociale sulla tentazione del male, nessuno si senta escluso. Forse il racconto di Ghezzi non è neppure una confessione. Forse è un’altra cosa, una specie di “corrispondenza da fuori”, da una parte del mondo che Carlo Monterossi non conosce e non può capire.
Angelo Cennamo
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