IL FRATELLO BUONO – Chris Offutt

“Aveva del cibo, ma non aveva fame. Aveva una Jeep, ma nessun posto dove andare. Aveva un nuovo nome, ma nessuno che potesse chiamarlo.” 

Non si può separare Chris Offutt dai luoghi dove Offutt ambienta le sue storie: il Kentucky. “Il fratello buono” – romanzo uscito negli Stati Uniti nel 1997 ma arrivato in Italia solo ventitré anni dopo grazie a minimum fax e a Luca Briasco, che di Offutt è lo “scopritore” – è fondamentalmente un libro di luoghi. La trama del romanzo è abbastanza semplice: Virgil Caudill vive nel cuore del Kentucky con la madre e una sorella sposata. È un ragazzo semplice, di indole pacifica. Ma a seguito dell’assassinio del fratello Boyd, lo scapestrato della famiglia, è costretto a prendere una decisione dolorosa che gli cambierà per sempre la vita. La storia è raccontata in terza persona, al passato remoto. Offutt lavora per sottrazione, la sua prosa è come al solito disadorna, a tratti ruvida, ma efficace. Di Virgil, Offutt ci racconta ogni gesto, movimento, ogni silenzio. Il suo trasferimento dal Kentucky al Montana, dove è ambientata la seconda parte del romanzo, dà risalto ai paesaggi, protagonisti almeno quanto i personaggi in carne ed ossa. È un’America di camicie di flanella a quadri, jeans e scarponi; silenziosa, rurale, lontana dagli standard minimi di progresso. Il Montana di Offutt è perfino più sperduto del Colorado di Haruf: se di tanto in tanto non comparisse un pick-up, penseresti che tutto stia accadendo nei primi anni del secolo scorso. Gli uomini e le donne che Joe Tiller – questo è il nuovo nome scelto da Virgil – incontra nel suo peregrinare, sono dei reietti, degli sconfitti, emarginati come lui. Virgil – Joe Tiller si sente perso, sradicato dalla sua terra, che non aveva mai abbandonato prima di allora; un uomo senza casa, senza identità, senza futuro “Io non possiedo niente”. Uno dei temi del romanzo è l’uso delle armi come strumento di sopravvivenza oltre che di difesa. Offutt ci mostra l’America di Trump vent’anni prima di Trump, una società arcaica dove la vendetta personale è il solo modo per farsi giustizia e dove la grammatica dei sentimenti non contempla sfumature. Il ritmo della narrazione è lento come lo scorrere del tempo, scandito dai versi degli animali selvatici e dal vento che fa vibrare i rami degli alberi. Il Montana è così, lontano da tutto. “Vengo dal Bronx” dice uno dei personaggi a Joe Tiller. “Dove si trova?” chiede Joe.   

Angelo Cennamo

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